«Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito». Pubblicata la Nota pastorale dei Vescovi di Piemonte e Valle d’Aosta su “Amoris Laetitia”

Pubblichiamo il testo del comunicato stampa sulla Nota pastorale della Conferenza dei Vescovi di Piemonte e Valle d’Aosta “«Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito» (Sal 34,19) – Accompagnare, discernere, integrare” sull’Esortazione apostolica “Amoris Laetitia” di Papa Francesco.

I Vescovi di Piemonte e Valle d’Aosta, in comunione con Papa Francesco, hanno elaborato nel corso del 2017 alcuni orientamenti, per dare attuazione all’Esortazione Amoris laetitia. Questi orientamenti sono pubblicati ora in una Nota, diffusa a partire da oggi dal titolo: Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito. Accompagnare, discernere, integrare.

L’obiettivo della Nota è invitare ad uno stile di vicinanza e di attenzione a tutte le famiglie. Seguendo le indicazioni di Amoris laetitia, propone anche indicazioni utili per affrontare le situazioni delle coppie e delle famiglie il cui amore è ferito o sofferente.

Per affrontare concretamente la realtà di chi vive una situazione familiare ferita o lacerata la Nota riprende dal cap. VIII dell’Esortazione Amoris laetitia, tre passi tra loro connessi: accompagnare, discernere, integrare.

Il primo passo riguarda l’accompagnamento dei fedeli in tutte le diverse situazioni, per comprendere in primo luogo qual è la storia di ciascuna famiglia e come essa si è creata. Le storie familiari possono essere molto diverse tra di loro. Suggerisce un accompagnamento di coppia e mai di massa, in un clima di ascolto. Per questo, la Nota invita ogni diocesi a dotarsi di uno “spazio d’accoglienza”, in cui si potranno valutare le diverse situazioni.

Il secondo passo concerne il discernimento.Il documento dei vescovi insiste molto sul fatto che il discernimento avviene in un dialogo disteso nel tempo, tra il sacerdote e la coppia o anche soltanto uno dei coniugi. Tale compito è affidato a tutti i sacerdoti, che possono seguire le coppie in questo cammino.

Il terzo ed ultimo passo conduce all’integrazione nella partecipazione alla vita della Chiesa. La Nota distingue le semplici convivenze; gli sposati solo civilmente; coloro che sono separati (o anche divorziati) e restano in questa condizione; i separati divorziati risposati civilmente. Nei primi due casi, l’integrazione consiste nell’accompagnare verso il sacramento del matrimonio “cristiano”, accompagnando la coppia a riflettere sulla definitività della scelta e sulla realtà del sacramento. La Nota rassicura che, per i separati e/o divorziati rimasti tali, non vi è alcun impedimento alla testimonianza ecclesiale e alla vita sacramentale. Invece, per i divorziati risposati civilmente bisogna affermare che la loro situazione non è l’ideale del vangelo e l’integrazione deve realizzarsi distinguendo tra situazioni molto diverse, senza catalogarle o rinchiuderle in affermazioni troppo rigide.

La Nota affronta anche il tema dell’accesso ai sacramenti e della partecipazione alla vita della Chiesa. In prima istanza, prende in esame la situazione di una coppia risposata civilmente, in cui entrambi i coniugi siano cristiani con un cammino di fede, proponendo, sulla scia di quanto è indicato dai vescovi della regione pastorale di Buenos Aires, esplicitamente approvato dal Santo Padre, l’impegno di astenersi dagli atti propri dei coniugi e accedere ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia, senza suscitare scandalo per la fede altrui. Qualora questo percorso non fosse praticabile, la Nota – aderendo alle indicazioni di Papa Francesco – parla di un percorso di integrazione caso per caso.

Sulla partecipazione alla vita della Chiesa, la Nota richiama l’esigenza di discernere quali delle diverse forme di limitazioni attualmente praticati in campo liturgico, pastorale, educativo ed istituzionale possono essere superate: a questo proposito, sono date anche indicazioni pastorali sul tema dei padrini e delle madrine.

Con questa Nota, i vescovi del Piemonte e della Valle d’Aosta accolgono la sfida introdotta da Amoris laetitia per affrontare lo sforzo di una nuova evangelizzazione, di una rinnovata formazione cristiana al matrimonio e alla famiglia e dell’accoglienza di tutte le situazioni di amore “ferito”.

«Sentiamoci responsabili della diffusione della luce del Vangelo con la nostra vita». Le parole di mons. Sacchi per l’Epifania

«La nostra fede deve ridiventare un cammino verso Dio e verso l’uomo. Dobbiamo sentirci responsabili della diffusione della luce del Vangelo con la nostra vita. Quanti uomini e donne vivono nella notte spirituale e cercano una luce che li possa guidare o per lo meno capace di suscitare domande nel profondo del loro cuore! Noi cristiani questo possiamo fare: suscitare negli altri domande con il nostro comportamento, con la nostra testimonianza». Lo ha affermato oggi pomeriggio il Vescovo di Casale Monferrato, mons. Gianni Sacchi, nell’omelia pronunciata durante la celebrazione eucaristica per la Solennità dell’Epifania del Signore.
«Gesù, il Messia atteso, è venuto per tutti i popoli della terra e non solo per i Giudei. Quei Magi misteriosi – ha osservato il Vescovo – sono il simbolo di tutti gli uomini del mondo che possono incontrare e adorare Gesù, il Figlio di Dio. La manifestazione di Dio in Cristo Gesù è per tutte le genti, per tutti i popoli». «Ma la condizione necessaria – ha sottolineato – è mettersi in cammino come hanno fatto loro. Hanno abbandonato le loro sicurezze e si sono lasciati interrogare da quel segno di luce in cielo. I Magi vogliono capire, usano la ragione, cercano la verità delle cose». «La ragione va usata nella fede», ha ammonito mons. Sacchi, spiegando che «la fede non teme la ragione, la ama. Perché una fede senza ragione diventa troppo spesso emotiva, epidermica, sentimentale. Può diventare fanatica, può diventare addirittura un mito. In poche parole, occorre essere credenti intelligenti». E, come ricorda san Paolo, «tutti i cristiani devono rendere ragione della speranza che è in loro, cioè motivare la propria fede cercando di approfondirla sempre più». Da qui «l’importanza della catechesi e degli incontri sulla Parola di Dio». «Come vorrei che nelle nostre parrocchie – l’auspicio del Vescovo – ci fosse il giorno della Parola, durante la settimana, per l’approfondimento delle letture domenicali guidato dal parroco! So che in qualche parrocchia si fa. Questo ci serve per collegare il Vangelo alla vita così complessa come la viviamo oggi».
Mons. Sacchi ha poi rilevato che «sicuramente il cammino verso Betlemme, cioè il cammino verso la piena professione di fede che riconosce in quel bimbo il Figlio di Dio fatto uomo per noi, non è facile». E ha invitato a essere come i Magi che «cercavano risposte anche quando la stella non si vedeva» e non come gli abitanti di Gerusalemme che «sanno tutto sulla Parola di Dio, conoscono tutte le antiche profezie, sanno che il Messia deve nascere a Betlemme» eppure «non si muovono» perché «manca in loro lo stupore della continua ricerca». «Perché – ha aggiunto – Dio è sempre da cercare, Dio non si possiede mai. Dobbiamo imparare che Dio non si merita, Dio si accoglie». «Quanti cristiani – ha proseguito – non hanno il coraggio di interrogarsi sulla propria fede e sulle motivazioni che danno senso alla propria esistenza! Io li chiamo i cristiani dell’abitudine: “Ho sempre pensato così”, “Ho sempre fatto così”, “In questa parrocchia si è sempre fatto così”. Li chiamo i cristiani delle pantofole e della camomilla, cristiani che si dimenticano che i segni che li caratterizzano sono il vento della Pentecoste e il fuoco di Dio».
«Quante stelle incontriamo sul nostro cammino eppure non ci muoviamo, siamo sempre piantati lì al solito posto, radicati nelle nostre abitudini!», ha riconosciuto mons. Sacchi. «Il Vangelo ci dice che alla notizia della nascita del nuovo re, la città di Gerusalemme restò turbata. E noi, all’inizio del nuovo anno ci lasciamo turbare, mettere in discussione dal Vangelo di Gesù? Rischiamo di diventare cristiani part-time, il Vangelo invece deve ridiventare turbamento. Anche l’Eucaristia domenicale deve essere sempre un’esperienza con il “roveto ardente” che mai si esaurisce».
Il Vescovo ha poi rilevato che «non tutti arrivano alla grotta». «Vuol dire che hanno fallito la ricerca?», ha domandato. Per rispondere, ha richiamato un racconto della chiesa ortodossa sui Magi, che parla di un quarto magio che «a Betlemme non arriva mai perché lungo il viaggio incontra tanti poveri che hanno bisogno di lui e li soccorre spendendo tutto ciò che è destinato al nuovo re». «Come non leggervi la Parola di Gesù in Matteo, capitolo 25: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato, assetato, nudo, malato, solo, in carcere… Tutto ciò che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Secondo mons. Sacchi, «molti nella vita non trovano alcuno da adorare, ma nessuno può dire di non trovare nessuno da aiutare. E se Dio c’è, avranno incontrato e aiutato Lui».
Dal Vescovo poi l’invito a fare come i Magi: dopo aver incontrato il Signore «ritorniamo nella vita di tutti i giorni cambiando i nostri sentieri. Dobbiamo trovare sentieri nuovi di preghiera più intensa, di eucaristie ben celebrate. Cambiare sentieri perché cambi la vita in casa, nelle nostre parrocchie, nel lavoro, nei rapporti con le persone. Tocca a ciascuno di noi mettersi in cammino: camminiamo con intelligenza, con tenacia, con il coraggio dei Magi verso Dio e verso i fratelli». E ha concluso ricordando che «nel Vangelo, Matteo non dice quanti erano i Magi e il loro nome. Quasi a dirci: sii tu uno di loro!».

«La bellezza della Chiesa si manifesti nella testimonianza gioiosa della nostra fede». Le parole di mons. Sacchi per la Solennità della Dedicazione della Cattedrale

«Ogni chiesa di pietra dovrebbe essere luogo dove Cristo ci attende per fare di noi una comunità di fratelli e sorelle che vivono il Vangelo. Qui siamo convocati per diventare Chiesa vivente, fatta di pietre vive tenute insieme dalla stessa fede e dalla stessa carità». Lo ha affermato questo pomeriggio il Vescovo di Casale Monferrato, mons. Gianni Sacchi, nell’omelia pronunciata durante la celebrazione eucaristica per la Solennità della Dedicazione della Cattedrale, avvenuta 911 anni fa. Hanno concelebrato il Vescovo emerito di Mondovì Mons. Pacomio, il Capitolo della Cattedrale e alcuni sacerdoti diocesani.
Mons. Sacchi ha iniziato la sua riflessione da una domanda: «dove abita Dio?». «Il vero tempio di Dio – ha spiegato – è Gesù Cristo. È lui che ci rivela la sua presenza e al tempo stesso ci chiama a diventare noi pure tempio di Dio. La preoccupazione di Gesù, infatti, non è primariamente quella di portarci al tempio ma di portare il tempio di Dio dentro di noi». «Se vuoi trovare Dio rientra in te stesso e lì lo troverai», ha proseguito mons. Sacchi, facendo riferimento all’insegnamento di Sant’Agostino. «Questa è una bella prospettiva – ha notato il Vescovo – purché non conduca certo a forme di intimismo religioso che ci estraniano dalla dimensione comunitaria».
«Se fossimo capaci di ascoltare il linguaggio delle pietre di una chiesa – ha osservato – ci sentiremmo ammonire: “Noi siamo unite, compaginate, ciascuna nel posto dove è stata voluta. E voi, che venite qui per formare la Chiesa viva con quale spirito vi riunite?”».
«È importante prendere coscienza che tutti insieme riuniti intorno all’altare del Signore realizziamo un’architettura meravigliosa in cui ciascuno come pietra viva dovrebbe gioire sapendo di concorrere alla bellezza di tutta la costruzione. Che importa se in alto o in basso, se si è nella chiave di volta o nell’oscurità delle fondazioni! Importa sapere che ciascuno dà e riceve, sostiene ed è sostenuto». «Il ruolo della chiesa materiale è importante perché richiama il senso profondo del nostro essere Chiesa, evitando anche il pericolo di rinchiuderci nel tempio perché alle volte c’è questa tentazione: ci troviamo, facciamo le nostre liturgie, ci autocompiaciamo e poi usciamo dalla porta e tutto finisce lì. Ma il Signore ci vuole per essere nel mondo suoi testimoni: qui incontriamo il Cristo risorto, qui facciamo esperienza di Lui ma poi siamo chiamati ad uscire fuori, per tradurre nella quotidianità l’esperienza che abbiamo vissuto. A che serve vivere delle belle liturgie se poi queste non si traducono in atti concreti di carità, di amore e di testimonianza?». «Chiediamo al Signore – ha concluso Mons. Sacchi – che la bellezza della Chiesa si manifesti non solo nelle pietre e nelle opere artistiche, che ci devono essere e devono essere curate perfettamente, ma soprattutto nella testimonianza gioiosa della nostra fede».

Nel corso della celebrazione eucaristica si è fatto memoria anche del XIX anniversario della morte di monsignor Carlo Cavalla, avvenuta il 4 gennaio 1999 quando era vescovo emerito di Casale Monferrato, diocesi che lo ebbe come pastore dal 1971 al 1995.

«Quelli del nuovo anno saranno giorni di grazia». Le parole di mons. Sacchi per la Solennità di Maria Madre di Dio

«La fede ci aiuta ad inoltrarci nel futuro e di sentire nel cuore una certezza: non siamo soli. Con noi cammina il Signore della storia e noi siamo nelle sue mani provvidenti e amorose». Lo ha affermato il Vescovo di Casale Monferrato, mons. Gianni Sacchi, nell’omelia pronunciata nel pomeriggio di oggi, 1° gennaio 2018, durante la celebrazione eucaristica presieduta in Cattedrale.
Mons. Sacchi ha iniziato la sua riflessione ricordando che nel primo giorno dell’anno ricorre la Giornata mondiale della pace giunta, nel 2018, alla 51ª edizione. «Quest’anno – ha ricordato il Vescovo – Papa Francesco incentra la sua attenzione sui migranti e sui rifugiati, “uomini e donne in cerca di pace”». «Il Papa ricorda che ci sono “250 milioni di migranti nel mondo, dei quali 22 milioni e mezzo sono rifugiati” che scappano da situazioni di fame, guerre e persecuzioni», ha proseguito mons. Sacchi, osservando che «a noi, quando sentiamo parlare di rifugiati e di migranti, viene l’orticaria. Ma se nei loro Paesi ci fosse il benessere, la pace, la tranquillità starebbero nelle loro case, nei loro territori. E anche noi se qui in Piemonte, nella nostra Italia, arrivassero la guerra, la carestia, la persecuzione, per spirito di sopravvivenza andremmo da un’altra parte, diventeremmo anche noi migranti». «Oggi, una preghiera particolare va a loro – rifugiati e migranti – ma soprattutto il nostro impegno, ad ogni livello, perché nel mondo, a cominciare da noi, ci sia più attenzione e sensibilità verso questo dramma del nostro tempo».
Nel primo giorno dell’anno, mons. Sacchi ha poi fatto accenno alla “liturgia laica” dei “pronostici” e degli “auguri”. «I pronostici cercano in qualche modo di fendere la cortina fumogena dell’inconoscibile, dell’imprevedibile, di ciò che ci sta davanti e non siamo in grado di pianificare e inquadrare nei nostri schemi, come spesso vogliamo fare. E, allora, ecco il ricorso a maghi, fattucchiere e alle stupidaggini degli oroscopi». «Gli auguri, invece, non toccano la conoscenza ma la volontà. Si vorrebbe per sé e per le persone che ci stanno a cuore quanto di più bello ci possa essere nella vita». Ma «se ci pensiamo bene, pronostici ed auguri soffrono di una sorta di impotenza, perché non sono in grado di modificare la nostra situazione creaturale». Per questo, «se ci pensiamo un po’, ci accorgiamo di quanto questa “liturgia laica” sia effimera. Ci occorre un’altra liturgia, quella che siamo qui a vivere insieme e che ci aiuta a camminare verso il futuro con un senso di speranza e di pace interiore».
«Il Dio che è entrato nel nostro tempo con l’Incarnazione è sempre con noi, non ci abbandona più. Ogni attimo, ogni giorno, anche il più umile e banale dei nostri giorni, è abitato dalla sua presenza». «Come saranno i giorni del nuovo anno che ci stanno davanti?», si è chiesto mons. Sacchi: «È certo che saranno giorni di grazia, questo è l’unico pronostico sicuro». Perché «siamo figli teneramente amati, nonostante le nostre fragilità e i nostri limiti. E ogni giorno che iniziamo, Dio rinnova per noi la grazia della vita e del suo amore». «Riusciremo ad interpretare la nostra vita secondo il pronostico e l’augurio della fede? Il Vangelo ci suggerisce due strade: quella della contemplazione e quella della celebrazione». L’esempio è quello di Maria che «meditava tutti gli avvenimenti nel suo cuore».