2ª Giornata Mondiale dei poveri

Domenica 18 novembre si celebrerà in tutto il mondo la “Giornata Mondiale dei poveri”.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Domenica XXXIII del Tempo Ordinario
18 novembre 2018

Questo povero grida e il Signore lo ascolta

  1. «Questo povero grida e il Signore lo ascolta» (Sal34,7). Le parole del Salmista diventano anche le nostre nel momento in cui siamo chiamati a incontrare le diverse condizioni di sofferenza ed emarginazione in cui vivono tanti fratelli e sorelle che siamo abituati a designare con il termine generico di “poveri”. Chi scrive quelle parole non è estraneo a questa condizione, al contrario. Egli fa esperienza diretta della povertà e, tuttavia, la trasforma in un canto di lode e di ringraziamento al Signore. Questo Salmo permette oggi anche a noi, immersi in tante forme di povertà, di comprendere chi sono i veri poveri verso cui siamo chiamati a rivolgere lo sguardo per ascoltare il loro grido e riconoscere le loro necessità.

Ci viene detto, anzitutto, che il Signore ascolta i poveri che gridano a Lui ed è buono con quelli che cercano rifugio in Lui con il cuore spezzato dalla tristezza, dalla solitudine e dall’esclusione. Ascolta quanti vengono calpestati nella loro dignità e, nonostante questo, hanno la forza di innalzare lo sguardo verso l’alto per ricevere luce e conforto. Ascolta coloro che vengono perseguitati in nome di una falsa giustizia, oppressi da politiche indegne di questo nome e intimoriti dalla violenza; eppure sanno di avere in Dio il loro Salvatore. Ciò che emerge da questa preghiera è anzitutto il sentimento di abbandono e fiducia in un Padre che ascolta e accoglie. Sulla lunghezza d’onda di queste parole possiamo comprendere più a fondo quanto Gesù ha proclamato con la beatitudine «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt5,3).

In forza di questa esperienza unica e, per molti versi, immeritata e impossibile da esprimere appieno, si sente comunque il desiderio di comunicarla ad altri, prima di tutto a quanti sono, come il Salmista, poveri, rifiutati ed emarginati. Nessuno, infatti, può sentirsi escluso dall’amore del Padre, specialmente in un mondo che eleva spesso la ricchezza a primo obiettivo e rende chiusi in sé stessi.

  1. Il Salmo caratterizza con tre verbi l’atteggiamento del povero e il suo rapporto con Dio. Anzitutto, “gridare”. La condizione di povertà non si esaurisce in una parola, ma diventa un grido che attraversa i cieli e raggiunge Dio. Che cosa esprime il grido del povero se non la sua sofferenza e solitudine, la sua delusione e speranza? Possiamo chiederci: come mai questo grido, che sale fino al cospetto di Dio, non riesce ad arrivare alle nostre orecchie e ci lascia indifferenti e impassibili? In una Giornatacome questa, siamo chiamati a un serio esame di coscienza per capire se siamo davvero capaci di ascoltare i poveri.

E’ il silenzio dell’ascolto ciò di cui abbiamo bisogno per riconoscere la loro voce. Se parliamo troppo noi, non riusciremo ad ascoltare loro. Spesso, ho timore che tante iniziative pur meritevoli e necessarie, siano rivolte più a compiacere noi stessi che a recepire davvero il grido del povero. In tal caso, nel momento in cui i poveri fanno udire il loro grido, la reazione non è coerente, non è in grado di entrare in sintonia con la loro condizione. Si è talmente intrappolati in una cultura che obbliga a guardarsi allo specchio e ad accudire oltremisura sé stessi, da ritenere che un gesto di altruismo possa bastare a rendere soddisfatti, senza lasciarsi compromettere direttamente.

  1. Un secondo verbo è “rispondere”. Il Signore, dice il Salmista, non solo ascolta il grido del povero, ma risponde. La sua risposta, come viene attestato in tutta la storia della salvezza, è una partecipazione piena d’amore alla condizione del povero. E’ stato così quando Abramo esprimeva a Dio il suo desiderio di avere una discendenza, nonostante lui e la moglie Sara, ormai anziani, non avessero figli (cfr Gen15,1-6). E’ accaduto quando Mosè, attraverso il fuoco di un roveto che bruciava intatto, ha ricevuto la rivelazione del nome divino e la missione di far uscire il popolo dall’Egitto (cfr Es3,1-15). E questa risposta si è confermata lungo tutto il cammino del popolo nel deserto: quando sentiva i morsi della fame e della sete (cfr Es16,1-16; 17,1-7), e quando cadeva nella miseria peggiore, cioè l’infedeltà all’alleanza e l’idolatria (cfr Es32,1-14).

La risposta di Dio al povero è sempre un intervento di salvezza per curare le ferite dell’anima e del corpo, per restituire giustizia e per aiutare a riprendere la vita con dignità. La risposta di Dio è anche un appello affinché chiunque crede in Lui possa fare altrettanto nei limiti dell’umano. La Giornata Mondiale dei Poveriintende essere una piccola risposta che dalla Chiesa intera, sparsa per tutto il mondo, si rivolge ai poveri di ogni tipo e di ogni terra perché non pensino che il loro grido sia caduto nel vuoto. Probabilmente, è come una goccia d’acqua nel deserto della povertà; e tuttavia può essere un segno di condivisione per quanti sono nel bisogno, per sentire la presenza attiva di un fratello e di una sorella. Non è un atto di delega ciò di cui i poveri hanno bisogno, ma il coinvolgimento personale di quanti ascoltano il loro grido. La sollecitudine dei credenti non può limitarsi a una forma di assistenza – pur necessaria e provvidenziale in un primo momento –, ma richiede quella «attenzione d’amore» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 199) che onora l’altro in quanto persona e cerca il suo bene.

  1. Un terzo verbo è “liberare”. Il povero della Bibbia vive con la certezza che Dio interviene a suo favore per restituirgli dignità. La povertà non è cercata, ma creata dall’egoismo, dalla superbia, dall’avidità e dall’ingiustizia. Mali antichi quanto l’uomo, ma pur sempre peccati che coinvolgono tanti innocenti, portando a conseguenze sociali drammatiche. L’azione con la quale il Signore libera è un atto di salvezza per quanti hanno manifestato a Lui la propria tristezza e angoscia. La prigionia della povertà viene spezzata dalla potenza dell’intervento di Dio. Tanti Salmi narrano e celebrano questa storia della salvezza che trova riscontro nella vita personale del povero: «Egli non ha disprezzato né disdegnato l’afflizione del povero, il proprio volto non gli ha nascosto ma ha ascoltato il suo grido di aiuto» (Sal22,25). Poter contemplare il volto di Dio è segno della sua amicizia, della sua vicinanza, della sua salvezza. «Hai guardato alla mia miseria, hai conosciute le angosce della mia vita; […] hai posto i miei piedi in un luogo spazioso» (Sal31,8-9). Offrire al povero un “luogo spazioso” equivale a liberarlo dal “laccio del predatore” (cfr Sal91,3), a toglierlo dalla trappola tesa sul suo cammino, perché possa camminare spedito e guardare la vita con occhi sereni. La salvezza di Dio prende la forma di una mano tesa verso il povero, che offre accoglienza, protegge e permette di sentire l’amicizia di cui ha bisogno. E’ a partire da questa vicinanza concreta e tangibile che prende avvio un genuino percorso di liberazione: «Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 187).
  2. E’ per me motivo di commozione sapere che tanti poveri si sono identificati con Bartimeo, del quale parla l’evangelista Marco (cfr 10,46-52). Il cieco Bartimeo «sedeva lungo la strada a mendicare» (v. 46), e avendo sentito che passava Gesù «cominciò a gridare» e a invocare il «Figlio di Davide» perché avesse pietà di lui (cfr v. 47). «Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte» (v. 48). Il Figlio di Dio ascoltò il suo grido: «“Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”» (v. 51). Questa pagina del Vangelo rende visibile quanto il Salmo annunciava come promessa. Bartimeo è un povero che si ritrova privo di capacità fondamentali, quali il vedere e il lavorare. Quanti percorsi anche oggi conducono a forme di precarietà! La mancanza di mezzi basilari di sussistenza, la marginalità quando non si è più nel pieno delle proprie forze lavorative, le diverse forme di schiavitù sociale, malgrado i progressi compiuti dall’umanità… Come Bartimeo, quanti poveri sono oggi al bordo della strada e cercano un senso alla loro condizione! Quanti si interrogano sul perché sono arrivati in fondo a questo abisso e su come ne possono uscire! Attendono che qualcuno si avvicini loro e dica: «Coraggio! Alzati, ti chiama!» (v. 49).

Purtroppo si verifica spesso che, al contrario, le voci che si sentono sono quelle del rimprovero e dell’invito a tacere e a subire. Sono voci stonate, spesso determinate da una fobia per i poveri, considerati non solo come persone indigenti, ma anche come gente portatrice di insicurezza, instabilità, disorientamento dalle abitudini quotidiane e, pertanto, da respingere e tenere lontani. Si tende a creare distanza tra sé e loro e non ci si rende conto che in questo modo ci si rende distanti dal Signore Gesù, che non li respinge ma li chiama a sé e li consola. Come risuonano appropriate in questo caso le parole del profeta sullo stile di vita del credente: «sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo […] dividere il pane con l’affamato, […] introdurre in casa i miseri, senza tetto, […] vestire uno che vedi nudo» (Is58,6-7). Questo modo di agire permette che il peccato sia perdonato (cfr 1 Pt4,8), che la giustizia percorra la sua strada e che, quando saremo noi a gridare verso il Signore, allora Egli risponderà e dirà: eccomi! (cfr Is58,9).

  1. I poveri sono i primi abilitati a riconoscere la presenza di Dio e a dare testimonianza della sua vicinanza nella loro vita. Dio rimane fedele alla sua promessa, e anche nel buio della notte non fa mancare il calore del suo amore e della sua consolazione. Tuttavia, per superare l’opprimente condizione di povertà, è necessario che essi percepiscano la presenza dei fratelli e delle sorelle che si preoccupano di loro e che, aprendo la porta del cuore e della vita, li fanno sentire amici e famigliari. Solo in questo modo possiamo scoprire «la forza salvifica delle loro esistenze» e «porle al centro della vita della Chiesa» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 198).

In questa Giornata Mondialesiamo invitati a dare concretezza alle parole del Salmo: «I poveri mangeranno e saranno saziati» (Sal22,27). Sappiamo che nel tempio di Gerusalemme, dopo il rito del sacrificio, avveniva il banchetto. In molte Diocesi, questa è stata un’esperienza che, lo scorso anno, ha arricchito la celebrazione della prima Giornata Mondiale dei Poveri. Molti hanno trovato il calore di una casa, la gioia di un pasto festivo e la solidarietà di quanti hanno voluto condividere la mensa in maniera semplice e fraterna. Vorrei che anche quest’anno e in avvenire questa Giornatafosse celebrata all’insegna della gioia per la ritrovata capacità di stare insieme. Pregare insieme in comunità e condividere il pasto nel giorno della domenica. Un’esperienza che ci riporta alla prima comunità cristiana, che l’evangelista Luca descrive in tutta la sua originalità e semplicità: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. […] Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At2,42.44-45).

  1. Sono innumerevoli le iniziative che ogni giorno la comunità cristiana intraprende per dare un segno di vicinanza e di sollievo alle tante forme di povertà che sono sotto i nostri occhi. Spesso la collaborazione con altre realtà, che sono mosse non dalla fede ma dalla solidarietà umana, riesce a portare un aiuto che da soli non potremmo realizzare. Riconoscere che, nell’immenso mondo della povertà, anche il nostro intervento è limitato, debole e insufficiente conduce a tendere le mani verso altri, perché la collaborazione reciproca possa raggiungere l’obiettivo in maniera più efficace. Siamo mossi dalla fede e dall’imperativo della carità, ma sappiamo riconoscere altre forme di aiuto e solidarietà che si prefiggono in parte gli stessi obiettivi; purché non trascuriamo quello che ci è proprio, cioè condurre tutti a Dio e alla santità. Il dialogo tra le diverse esperienze e l’umiltà di prestare la nostra collaborazione, senza protagonismi di sorta, è una risposta adeguata e pienamente evangelica che possiamo realizzare.

Davanti ai poveri non si tratta di giocare per avere il primato di intervento, ma possiamo riconoscere umilmente che è lo Spirito a suscitare gesti che siano segno della risposta e della vicinanza di Dio. Quando troviamo il modo per avvicinarci ai poveri, sappiamo che il primato spetta a Lui, che ha aperto i nostri occhi e il nostro cuore alla conversione. Non è di protagonismo che i poveri hanno bisogno, ma di amore che sa nascondersi e dimenticare il bene fatto. I veri protagonisti sono il Signore e i poveri. Chi si pone al servizio è strumento nelle mani di Dio per far riconoscere la sua presenza e la sua salvezza. Lo ricorda San Paolo scrivendo ai cristiani di Corinto, che gareggiavano tra loro nei carismi ricercando i più prestigiosi: «Non può l’occhio dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; oppure la testa ai piedi: “Non ho bisogno di voi”» (1 Cor12,21). L’Apostolo fa una considerazione importante osservando che le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie (cfr v. 22); e che quelle che «riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno» (vv. 23-24). Mentre dà un insegnamento fondamentale sui carismi, Paolo educa anche la comunità all’atteggiamento evangelico nei confronti dei suoi membri più deboli e bisognosi. Lungi dai discepoli di Cristo sentimenti di disprezzo e di pietismo verso di essi; piuttosto sono chiamati a rendere loro onore, a dare loro la precedenza, convinti che sono una presenza reale di Gesù in mezzo a noi. «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt25,40).

  1. Qui si comprende quanto sia distante il nostro modo di vivere da quello del mondo, che loda, insegue e imita coloro che hanno potere e ricchezza, mentre emargina i poveri e li considera uno scarto e una vergogna. Le parole dell’Apostolo sono un invito a dare pienezza evangelica alla solidarietà con le membra più deboli e meno dotate del corpo di Cristo: «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (1 Cor12,26). Alla stessa stregua, nella Lettera ai Romani ci esorta: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile» (12,15-16). Questa è la vocazione del discepolo di Cristo; l’ideale a cui tendere con costanza è assimilare sempre più in noi i «sentimenti di Cristo Gesù» (Fil2,5).
  2. Una parola di speranza diventa l’epilogo naturale a cui la fede indirizza. Spesso sono proprio i poveri a mettere in crisi la nostra indifferenza, figlia di una visione della vita troppo immanente e legata al presente. Il grido del povero è anche un grido di speranza con cui manifesta la certezza di essere liberato. La speranza fondata sull’amore di Dio che non abbandona chi si affida a Lui (cfr Rm8,31-39). Scriveva santa Teresa d’Avila nel suo Cammino di perfezione: «La povertà è un bene che racchiude in sé tutti i beni del mondo; ci assicura un gran dominio, intendo dire che ci rende padroni di tutti i beni terreni, dal momento che ce li fa disprezzare» (2, 5). E’ nella misura in cui siamo capaci di discernere il vero bene che diventiamo ricchi davanti a Dio e saggi davanti a noi stessi e agli altri. E’ proprio così: nella misura in cui si riesce a dare il giusto e vero senso alla ricchezza, si cresce in umanità e si diventa capaci di condivisione.
  3. Invito i confratelli vescovi, i sacerdoti e in particolare i diaconi, a cui sono state imposte le mani per il servizio ai poveri (cfr At6,1-7), insieme alle persone consacrate e ai tanti laici e laiche che nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti rendono tangibile la risposta della Chiesa al grido dei poveri, a vivere questa Giornata Mondialecome un momento privilegiato di nuova evangelizzazione. I poveri ci evangelizzano, aiutandoci a scoprire ogni giorno la bellezza del Vangelo. Non lasciamo cadere nel vuoto questa opportunità di grazia. Sentiamoci tutti, in questo giorno, debitori nei loro confronti, perché tendendo reciprocamente le mani l’uno verso l’altro, si realizzi l’incontro salvifico che sostiene la fede, rende fattiva la carità e abilita la speranza a proseguire sicura nel cammino verso il Signore che viene.

Dal Vaticano, 13 giugno 2018

Memoria liturgica di S. Antonio da Padova

Francesco

Visita delle 12 UP: la lettera del Vescovo Gianni

 

LETTERA DEL VESCOVO A CONCLUSIONE DELLA VISITA DELLE 12 UNITA’ PASTORALI

Carissimi moderatori, sacerdoti, diaconi e tutto il santo popolo di Dio,
dopo aver concluso il giro di conoscenza delle 12 unità pastorali della nostra diocesi, vorrei consegnarvi alcune mie riflessioni scaturite soprattutto dall’incontro con i sacerdoti ed i fedeli laici che ho avuto in quelle serate e dalle relazioni che ogni moderatore mi ha consegnato.

Il mio predecessore, il caro vescovo monsignor Alceste Catella, aveva istituito le unità pastorali con un suo decreto il 18 luglio 2015 emanando il documento relativo “Unità Pastorali. Orientamenti e norme”. Forse oggi si ha l’impressione che queste unità siano nate a tavolino, fatte calare dall’alto, ma ci si dimentica che nel 2015 non si era partiti dal nulla: quel documento di istituzione era frutto di una sperimentazione articolata e cominciata ben cinque anni prima nel 2010.

Il problema è che forse da parte di tanti, sacerdoti e fedeli laici, non ci si è messi in gioco per offrire contributi veramente motivati così da far decollare nel migliore dei modi una simile impostazione pastorale.

Forse non si è voluto analizzare realisticamente il futuro che ci aspetta.

Sulla necessità di un cambiamento di prospettiva e di visione della pastorale nella nostra diocesi è sufficiente consultare l’elenco dei sacerdoti residenti con la data di nascita da cui risulta che dai:

31/35 anni sono 4
36/40 anni 1
41/45 anni sono 5
46/50 anni sono 9
51/55 anni sono 4
56/60 anni sono 5
61/65 anni sono 2
66/70 anni sono 4
71/75 anni sono 7
76/80 anni sono 3
81/85 anni sono 6
86/90 anni sono 7
91/95 anni sono 2
59 sacerdoti incardinati + 6 stranieri che svolgono un servizio in diocesi, ma non sono incardinati.

Da questi dati si fa presto a prevedere che tra 10 anni ci sarà una forte riduzione dei sacerdoti ancora in attività pastorale e tra vent’anni il numero sarà dimezzato con tutte le conseguenze che questo comporterà.
Questa realistica visione della situazione ci aiuta a prendere seriamente in considerazione il diverso progetto pastorale e di presenza ecclesiale sul territorio espresso proprio dalle unità pastorali.
Rileggendo quel testo di istituzione del 2015 si individuano subito i principi ispiratori delle unità pastorali che sono tre e che richiamo sinteticamente cercando di rileggerli alla luce degli incontri che ho fatto.

1) Valorizzare ogni ministero e carisma dei fedeli laici che dovranno assumere sempre più un ruolo di corresponsabilità nelle attività pastorali.

Si è cercato di fare questo?

A me sembra che siamo ancora molto lontani da questo obiettivo.

L’inadeguata formazione di molti laici che si accompagna al clericalismo di alcuni di loro rende davvero difficile il passaggio dal ruolo di esecutori a quello di coelaboratori.

Urge riflettere molto su questo aspetto.

2) Vivere e progettare una pastorale missionaria per realizzare quella “Chiesa in uscita“ cara a Papa Francesco, che sappia andare verso tutti quelli che sono lontani, ai margini o indifferenti al messaggio evangelico.

Per ora si sta portando avanti una pastorale di conservazione dell’esistente con risultati che diventano sempre più deludenti per il diminuire costante della partecipazione e con difficoltà sempre più crescenti nel tenere in piedi un modello ormai inadeguato di evangelizzazione.

Domandiamoci: che cosa si sta facendo per vivere la missionarietà che è appunto quel modello di Chiesa che auspica Papa Francesco?

3) Progettare una pastorale di insieme tra le parrocchie e comunità in modo che l’unità pastorale non sia solo un’entità astratta, ma uno stimolo per concreti progetti pastorali coelaborati insieme e poi insieme realizzati.

Si nota che nella maggior parte delle unità pastorali manca la coelaborazione pastorale (stabilire delle mete, praticabili in quella determinata situazione, comuni e condivise e, solo dopo e non prima, individuare insieme le cose da fare per raggiungere tali mete e poi, ogni tanto, verificare, sempre insieme se si stanno realizzando le mete individuate) mentre continua pacificamente la collaborazione nelle celebrazioni di sacramenti, sacramentali, pii esercizi. Si può individuare una possibile ragione all’origine di questo fenomeno: alcune parrocchie cittadine e qualche parrocchia extraurbana tendono a considerarsi autosufficienti a motivo delle persone e delle strutture di cui dispongono. Mi chiedo: autosufficienza rispetto a che cosa? Rispetto all’elaborazione ed attuazione di strategie pastorali capaci di rispondere alle complesse sfide del nostro tempo? Certamente no. Su questo fronte o si dialoga e si lavora insieme o insieme si va inesorabilmente verso la deriva.

In molte equipes di unità pastorale sono abbastanza rapidamente prevalsi: delusione, demotivazione, stanchezza, sfiducia e quindi assenteismo. È peraltro mancata, mi pare, una seria riflessione sulle ragioni ultime di tali fenomeni.

E anche mancata la comunicazione, il “ foglio di collegamento “– cartaceo/on-line – all’interno delle unità pastorali. In ogni caso questo collegamento o questo foglio è mancato tra le unità pastorali.

Come più volte ribadito nei vari incontri delle unità pastorali, tutta questa nuova visione di Chiesa sul territorio che ufficialmente è partita nel 2015, potrà realizzarsi gradualmente se usciamo anche da uno schema mentale che ha guidato la nostra pastorale finora.

E questo discorso riguarda i ministri ordinati che per primi devono mettersi in gioco e i fedeli che devono entrare in quest’ottica nuova che chiede una conversione di tutti a livello personale.

Ma a questo punto entra in gioco anche la visione che i presbiteri hanno su una comune immagine teologica e storico pratica di Chiesa.

La visione di Chiesa/parrocchia che ci aveva consegnato il Concilio di Trento e che ci portiamo ancora appresso o la Chiesa del Concilio Vaticano II e di papa Francesco?

Dobbiamo essere capaci di superare la logica del “si è sempre fatto così!” per andare verso nuove prospettive che apparentemente comporteranno dei sacrifici, ma che potranno dare risposte concrete alle necessità pastorali.

Dobbiamo anche andare oltre al fatto che magari tutti sono d’accordo sui cambiamenti che verranno proposti, ma che si facciano in casa d’altri.

Come i primi evangelizzatori, ci troviamo oggi ad affrontare situazioni pastorali nuove e nuove sfide che la nostra società ha generato.

La nostra pastorale oggi, rispetto al passato, deve tener conto di tante situazioni nuove facendo percepire sempre più prossimità con la gente. Penso ai modi in cui un parroco si può accostare a coloro che chiedono il sacramento del Matrimonio cristiano: da burocrate che prepara documenti oppure da padre che sa far riscoprire il vero volto della Chiesa accogliente, capace di ascolto, capace di calarsi nelle situazioni concrete della vita di oggi e soprattutto della vita di queste coppie.

Lo stesso discorso vale per i genitori che chiedono il battesimo per i loro figli o i sacramenti della cresima e della prima eucarestia.

Sono tutte occasioni importantissime per un approccio da valorizzare nel migliore dei modi. Anche il momento della morte di una persona cara è un’occasione preziosa per far sentire la vicinanza  e la partecipazione al dolore di una famiglia dell’intera comunità. Lo stesso discorso di vicinanza si applica anche nel caso delle fragilità come la malattia, la sofferenza, l’anzianità.

Oltre alla pastorale “ ordinaria “ delle nostre comunità parrocchiali, mi sembrerebbe opportuno rivalutare il nostro amato santuario Mariano di Crea riproponendo i pellegrinaggi annuali preparati spiritualmente con motivazioni pastorali precise.

Penso al pellegrinaggio annuale di ogni parrocchia, a quello di Unità Pastorale, e a quello di tutta la città di Casale con tutte le parrocchie. Oltretutto a Crea è giunta, come una benedizione, la comunità monastica delle suore domenicane che sono a disposizione per incontri, ritiri, formazione spirituale e accompagnamento personale.

In ogni parrocchia, dove è possibile, o a livello di unità pastorale, si potrebbe istituire

il “ giorno della Parola “. Un giorno settimanale dove si ascoltano e si commentano le letture della domenica successiva, seguendo così il cammino dell’anno liturgico e approfondendo le ricchezze straordinarie della parola di Dio.

Anche per la catechesi degli adulti si può partire da strumenti diversi: proponendo incontri sull’arte con tematiche cristiane, incontri sulla musica, incontri su temi di attualità che toccano i problemi della gente.

La visita pasquale alle famiglie è un altro aspetto da non sottovalutare. Magari in alcuni c’è indifferenza o addirittura rifiuto, ma per la maggioranza delle persone è un momento bello di condivisione e di vicinanza. È una espressione della Chiesa in uscita…

Più la parrocchia è capace di mostrare il suo volto familiare e accogliente, aperto ad una grande capacità relazionale, e più sarà in grado di attrarre le persone.

Certamente è l’intera comunità cristiana che esprime il volto di una parrocchia. Il parroco può fare molto, ma tutti i collaboratori di cui si circonda sono l’immagine della parrocchia che si vuole trasmettere.

Nei prossimi anni con una forte riduzione dei presbiteri, sempre più laici preparati e competenti in materia, dovranno assumersi il compito di curare e seguire le strutture parrocchiali e le chiese, seguire le attività pastorali classiche (catechesi, animazione liturgica, servizio della carità…) e quelle dell’oratorio, in modo che i bambini, i ragazzi e i giovani trovino sempre proposte e un punto di riferimento aperto tutto l’anno e non solo per le attività estive.

Il Servizio diocesano per la pastorale dei giovani  è a disposizione di tutte le U.P. per ogni richiesta di aiuto e collaborazione.

ALCUNE PROPOSTE CONCRETE DA CUI RIPARTIRE:

Prendere – da parte di alcuni/e parroci/parrocchie – rapido commiato da ogni illusoria pretesa di autosufficienza, da una pastorale individualista ed introversa talvolta espressione di miopi e quindi pericolose autoreferenzialità.
Valorizzare il ruolo dei moderatori curandone la formazione con incontri specifici anche con l’ausilio di esperti in materia.
Avere come membri delle equipes di U.P. persone formate e motivate individuandole possibilmente non tra “i soliti noti” (come invece è tendenzialmente avvenuto nel 2010 e nel 2015). A questo riguardo, una particolare attenzione va prestata alle persone che hanno frequentato il Laboratorio per collaboratori pastorali ottenendo una valutazione positiva da parte dei formatori.
Il futuro delle U.P. si giocherà soprattutto sulla collaborazione di coloro che hanno competenze specifiche nel campo della catechesi, della liturgia, della carità, della pastorale giovanile, dell’amministrazione e della missione, perché sempre di più da collaboratori diventino effettivamente animatori e corresponsabili di tutti i settori della pastorale.

Chiedo a tutti gli uffici diocesani competenti di aiutare tutte le unità pastorali a compiere questo lavoro anche sul territorio per facilitare questa formazione.

Fare in modo che i ministri ordinati così come le equipes di U.P. si riuniscano con cadenza mensile.
Curare con impegno gli incontri delle equipes di U.P. Il che significa, tra l’altro: pensare e attuare dinamiche di gruppo volte a favorire la conoscenza reciproca dei singoli e delle comunità; approfondire, alla luce innanzitutto della Parola di Dio, tematiche che toccano la vita della gente e che rappresentano le sfide di fondo di questa nostra società sempre più complessa.
Lanciare/rilanciare il summenzionato “foglio di collegamento”.
Proseguire con il Laboratorio di formazione per collaboratori pastorali invitando i parroci a segnalare persone idonee, sensibili e disponibili a mettersi a servizio della propria U.P.
Prevedere (là dove è possibile) la creazione di un sito di U.P. che possa mettere in rete tutti gli avvisi e le iniziative di quella unità.
Una particolare attenzione andrà riservata alla parrocchia e al suo ruolo in questo contesto che è notevolmente cambiato rispetto al passato.
Papa Francesco al numero 28 di Evangelii gaudium scrive: “La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità. Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie». Questo suppone che realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi. La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione. Attraverso tutte le sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evangelizzazione. È comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario. Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione”.

Come ho ripetutamente sottolineato nella visita alle unità pastorali dovremo rivedere la situazione delle nostre 115 parrocchie e valutare, con il parere dei vari organismi consultivi e dei parrocchiani frequentanti, la possibilità di accorpare anche legalmente le parrocchie del medesimo comune che magari già da tempo lavorano insieme o lo dovranno fare nei prossimi anni.

Credo sia opportuno valutare se continuare a far esistere parrocchie con numeri ridottissimi di abitanti che non rappresentano più una realtà ecclesiale effettiva, in cui non si celebrano quasi più o per niente i sacramenti dell’iniziazione cristiana e che quindi senza le nuove generazioni risultano, anche nei prossimi anni, senza più vitalità apostolica.

Queste piccole parrocchie potrebbero essere accorpate ad altre vicine per unire le forze.

Mi rendo conto che questo è un discorso delicato e che susciterà discussioni, resistenze e levate di scudi, ma non possiamo dimenticare che la ragion d’essere di una parrocchia non è quella di perpetuare se stessa ad ogni costo, al limite della sopravvivenza e neppure di custodire memorie, tradizioni e arte; tutte realtà belle e indiscutibili.

Lo scopo di una parrocchia, come ha scritto Papa Francesco, è quello primario e ineludibile di costruire comunità missionarie, capaci di generare alla fede le nuove generazioni di bambini, ragazzi, giovani e famiglie che sono il futuro della nostra presenza cristiana sul territorio.

Il messaggio che mi pare faccia fatica ad entrare nelle nostre teste e nei nostri cuori – a cominciare dalle teste e dai cuori di noi preti (domando: fa fatica perché non ci è stato spiegato bene o, come penso, perché non ci piace?) – è questo: le U.P. si distinguono da altre – precedenti o attuali – forme di cooperazione non perché si decide, ogni tanto o come stile, di fare insieme alcune cose ma perché si decide insieme dove si vuole andare. Ora, l’obiettivo primario e cioè l’obiettivo cui tutti gli altri obiettivi sono finalizzati è il costruire sinergie fra parrocchie vicine per evangelizzare il territorio. Questa è l’identità-missione dell’U.P. che viene allora a configurarsi come l’immagine storico-pratica – e cioè qui e ora – della identità-missione della Chiesa: annuncio vivente del Vangelo agli uomini di ogni epoca e di ogni luogo. Sì, come ci ha ricordato Papa Francesco nella Evangelii gaudium, la Chiesa o è missionaria o non è. Docili agli impulsi dello Spirito, riprendiamo allora con rinnovato vigore il cammino, certi che la strada imboccata è quella giusta, consapevoli che alcuni cambiamenti richiedono tempi lunghi, incoraggiati da ciò che di buono in qualche UP è sbocciato o sta sbocciando, sia pure tra mille difficoltà-resistenze-fatiche.

Casale Monferrato, 20 maggio 2018
Solennità di Pentecoste

+ Gianni Sacchi Vescovo

Capitolo dei Canonici della Cattedrale: Statuto aggiornato

In seguito alla adunanza del Capitolo dei Canonici della Cattedrale dello scorso 30 maggio per l’aggiornamento dello Statuto, il Segretario can. dott. Davide Mussone ha sottoposto la bozza da lui predisposta che è stata la base di costruttivo intervento da parte di tutti. Al termine il Prevosto ha espresso a tutti il ringraziamento per la fattiva collaborazione e ha incaricato il Segretario di redigere lo Statuto definitivo, che il Vescovo ha promulgato il 31 maggio.

Tra le novità più significative, si legge, che il compimento dei 75 anni rende automatico il decadimento dell’ufficio di Canonico Effettivo col passaggio al titolo di Emerito.

CEP: Incarichi e deleghe

CONFERENZA EPISCOPALE PIEMONTESE

Incarichi e deleghe dei Vescovi

 (aggiornamento  22 maggio 2018)

 

   

INCARICO o DELEGA

 

Mons. Cesare NOSIGLIA

 

PRESIDENTE
Mons. Marco ARNOLFO VICE PRESIDENTE

Pastorale sociale e del Lavoro

 

Mons. Franco LOVIGNANA SEGRETARIO

Presidente della Commissione Presbiterale Regionale

 

Mons. Francesco RAVINALE

 

Caritas

Migrantes

Mons. Alfonso BADINI CONFALONIERI Cooperazione Missionaria tra le Chiese

 

Mons. Gabriele MANA

 

Apostolato dei Laici

Sovvenire

Mons. Franco Giulio BRAMBILLA Pastorale della Famiglia e della Vita

Ciclo Specializzazione Facoltà Torino

Rappresentante CEP presso FTIS (con Mons. Olivero)

 

Mons. Edoardo Aldo CERRATO

 

Pastorale scolastica

Commissione mista per la Vita consacrata

F.I.E.S.

 

Mons. Guido GALLESE Pastorale giovanile

 

Mons. Piero DELBOSCO Pastorale Turismo, Sport, Tempo libero e Pellegrinaggi
Mons. Marco BRUNETTI

 

Pastorale della Salute
Mons. Cristiano BODO Vocazioni e Seminari

Diaconato permanente

 

Mons. Derio OLIVERO Beni Culturali Ecclesiastici

Ecumenismo e Dialogo interreligioso

Rappresentante CEP presso FTIS (con Mons. Brambilla)

 

Mons. Gianni SACCHI Comunicazioni sociali

Liturgia e Coordinamento Esorcisti

 

Mons. Egidio MIRAGOLI Osservatorio Giuridico
Mons. Luigi TESTORE Dottrina della Fede, Annuncio e Catechesi

 

 

Bando Fondazione CRT per i Santuari

Sono storie che s’incontrano. Lo fanno dopo una crisi che ha fatto tremare i polsi a tutti. Lo fanno per aiutarsi e rimodellare la “mission” e i “messaggi” da inviare alle loro comunità.

Non si tratta di affiancarsi a chi deve pensare al restauro, come è stato nei secoli, ma molto di più. Si costruiscono interventi che coniugheranno, nello stesso tempo, il recupero di beni artistici legati ai sentimenti del Piemonte e Valle d’Aosta, la costruzione di iniziative sociali che sappiano sollecitare e accogliere relazioni sociali, fare inclusione, creare coesione e, ancora, ideare iniziative di valorizzazione culturale e turistica che possano offrire nuove opportunità ai giovani e a chi, in questa lunga traversata del deserto, ha perso il lavoro. Insomma si mettono insieme il bello, il buono e il futuro.

E’ un’operazione che la Fondazione CRT ha pensato, confrontandosi con i vescovi, e che toccherà tutte le 17 diocesi del Piemonte e quella di Aosta. Ogni diocesi sceglierà quale santuario (sugli oltre 400 che ci sono) far diventare perno di tutto e metterà a punto il progetto; dunque 18 progetti, con diciotto contributi di 250 mila euro della Fondazione. In tutto quasi cinque milioni di euro “per fare incontrare le storie della nostra gente”.

“I santuari sono considerati da sempre luoghi di grande richiamo e valenza simbolica per le comunità locali, per i visitatori e i pellegrini non solo per l’aspetto storico, culturale e devozionale ma anche per la fondamentale funzione di riparo e di aggregazione sociale, che hanno tradizionalmente svolto nei confronti dei più fragili. Ripartiamo da lì”.  Il presidente Giovanni Quaglia, che ha presentato le “linee-guida” alla Conferenza Episcopale piemontese, è anche visibilmente emozionato quando ne parla perché è un lavoro preparato a lungo.  Mediante il progetto denominato “Santuari e Comunità – Storie che si incontrano”, la Fondazione si propone di “recuperare e attualizzare, con l’aiuto delle realtà territoriali, il ruolo storico di questi luoghi, attraverso la costruzione e il sostegno di progettualità innovative capaci di porsi come crocevia tra la storia dei Santuari e quella delle persone”.

In giugno sarà pubblicata la prima edizione del bando, articolato in due fasi e rivolto ad enti ecclesiastici titolari di Santuari, canonicamente riconosciuti, presenti in Piemonte e Valle d’Aosta, in partenariato con associazioni no profit del territorio che operino in ambito sociale e culturale.

La scadenza per le candidature della Fase 1, con le proposte preliminari, è prevista a ottobre 2018. La Fondazione comunicherà gli esiti della selezione entro fine novembre, invitando gli enti selezionati a predisporre i progetti definitivi della Fase 2 entro marzo 2019.

Nelle vicende, che nei secoli hanno arricchito i nostri grandi santuari, c’è ricchezza di umanità, attenzione ai deboli e poveri, sensibilità verso chi ha grossi problemi da risolvere o vive momenti difficili. Ebbene non si tratta solo di fare progetti di restauro che si sono sempre fatti e che oggi, obiettivamente, vengono per la maggior parte coperti dalle fondazioni bancarie, ma si fa di più: si rimettono a posto quadri e altari, colonne e pavimenti e, contemporaneamente, mentre si rilancia il ruolo delle chiese nella capacità di rispondere alle domande profonde della gente, si realizzano iniziative che potranno creare lavoro, soprattutto per le nuove generazioni.

Ma non è finita. Sul modello avviato nel 2016 per il Santuario della Consolata di Torino è previsto, anche per il progetto Santuari e Comunità, il coinvolgimento di giovani fundraiser, specificatamente formati, per attivare campagne di raccolta fondi a beneficio delle attività di restauro e delle iniziative sociali e culturali selezionate e finanziate dalla Fondazione. Dunque si parte. Diciotto santuari avranno la possibilità di superare attuali difficoltà e diventare la cellula pulsante di nuova aggregazione e sviluppo.

Monsignor Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e delegato per i Beni Culturali della Conferenza episcopale piemontese, commenta: “Vedere i santuari come centro di una feconda progettualità, ci offre un’inedita opportunità che apre strade nuove. I santuari sono stati da sempre luoghi di spiritualità; perché allora non farli diventare posti dove accogliere e coltivare i nuovi modi di vivere la spiritualità? Penso alle sensibilità ecologiche e ambientali; se i santuari sono stati da sempre mete di cammini e pellegrinaggi, perché non rilanciarli come luoghi di incontro di persone che arrivano a piedi, in bici, in auto, con i bus? Credo che il bando della Fondazione CRT ci offra la possibilità di fare un passo avanti, culturale e di mentalità; noi faremo la nostra parte per trasformarlo in un percorso fecondo per tutti”.

Gian Mario Ricciardi

8xmille: Cei, somma pari a 997.973.199,26 euro per il 2018

La 71ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana ha preso atto che, come comunicato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, la somma relativa all’otto per mille dell’Irpef assegnata alla Chiesa Cattolica per il 2018 risulta pari ad euro 997.973.199,26 determinati da euro 1.005.513.846,19 a titolo di anticipo per l’anno in corso, ed un conguaglio negativo sulle somme riferite all’anno 2015 di euro 7.540.646,93 Considerate le proposte di ripartizione presentate dal Consiglio Permanente, si legge nel comunicato finale, sono state approvate le seguenti assegnazioni: esigenze di culto e pastorale 355.473; alle diocesi (per culto e pastorale) 156.000; edilizia di culto 132.000; esistente e nuova edilizia di culto 105.000; tutela beni culturali ecclesiastici 27.000; fondo per la catechesi e l’educazione cristiana 13.473; Tribunali Ecclesiastici Regionali 13.500; esigenze di rilievo nazionale 40.500; interventi caritativi 275.000; alle diocesi (per la carità) 150.000; Terzo Mondo 65.000; esigenze di rilievo nazionale 60.000; sostentamento del clero 367.500.

Pierangelo Sequeri ospite di Cantiere Speranza

CASALE – La chiusura del ciclo annuale di Cantiere della Speranza è stato di altissimo livello, con due appuntamenti culturali che hanno richiamato nella Biblioteca del Seminario la più elevata presenza culturale della nostra diocesi e anche dalle vicine località vercellesi.

Lunedì scorso, 28 maggio, è stato l’atteso incontro sul tema “Per chi sono io? Oltre l’ossessione dell’individuo e della sua libertà”, promosso da Cantiere Speranza, con don Pier Angelo Sequeri, il nuovo Preside del Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” per gli studi su matrimonio e famiglia.

Attentissimo c’era anche Mons. Luciano Pacomio, in prima fila a prendere appunti con la diligenza di uno scolaretto e la competenza di teologo e scrittore per tutta la vita.

Non solo soddisfatta, ma anche un po’ emozionata Edda Gastaldi, che con Riccardo Calvo è motore di ricerca dei temi e delle persone. E non ha voluto mancare a questo ultimo incontro il nostro Vescovo Gianni Sacchi; per il precedente, su Gaudenzio Ferrari era a Roma all’Assemblea della CEI, ma lunedì sera il Vescovo che tutto il giorno era stato a Sotto il Monte con un centinaio di pellegrini per il 60° anniversario dell’elezione di Papa Giovanni XXIII, ha anticipato il ritorno per poter accogliere, già alle 19 il prof. Mons. Pierangelo Sequeri.

Preside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, è molto noto all’interno della Chiesa cattolica italiana, per una serie di canzoni di ispirazione sentimentale – religiosa che ha composto e che sono molto spesso eseguite durante le messe. Tra le raccolte più note, si ricordano Symbolum ’77 – Tu sei la mia vita, Symbolum ’78 – E sono solo un uomo, Symbolum ’80 – Oltre la memoria. Tra le opere più classiche, si possono ricordare il Quintetto per David in memoria di David Maria Turoldo; Bethania, sonata biblica per violino e pianoforte; e una Messa Giubilare, per coro e orchestra, trasmessa in Mondovisione il 3 dicembre 2000. Negli anni precedenti al 2011 ha collaborato con il gruppo musicale Gen Verde per la buona riuscita dell’album “Il mistero pasquale” pubblicato appunto nel corso del 2011. Egli, infatti, lo ha arricchito in senso teologico e musicale, sia per le architetture portanti dell’insieme sia per il nucleo teologico e spirituale profondo di ogni passaggio, gesto e momento. Una raccolta divenuta ricca e attenta ai particolari spesso sottolineati dal mons. Pierangelo Sequeri.

La serata inizia con un’elevazione musicale della Corale della Cattedrale, quindi introduce Riccardo Calvo, facendo riferimento all’ultimo libro di mons. Sequeri “la cruna dell’ego”, in vendita all’ingresso del salone; tutte le copie andranno esaurite e l’autore le firma volentieri.

Per chi sono io? La domanda è di tanti giovani problematici e il relatore confida di aver cominciato a scavare con questa domanda il disagio giovanile del nostro tempo.

Il tema molto è apprezzabile per il valore della persona cui ha dato un grande contributo il cristianesimo.

I nostri ragazzi si esauriscono proprio su questa domanda.

La nostra contemporaneità è cominciata col calendario dei santi laici di Marx, ma ci rifacciamo più lontano a due miti greci: quello di Prometeo e quello di Narciso. Prometeo che ruba il fuoco agli dei e poi Narciso che si innamora di sé stesso.

Prometeo che è l’espressione della secolarizzazione. Tradisce gli dei per amore dell’uomo, ma al contrario Narciso cerca sé stesso, in cui trova la ragione ultima, tanto da specchiarsi in un fiume e lì affoga.

Conclude Sequeri: Narciso è vile, Prometeo è audace.

Passando dal mito alla elaborazione del disagio contemporaneo, Sequeri osserva che in tutti i gruppi la ricerca di sé è dominante, perché discende dal concetto della persona, così caro al cristianesimo.

Il mondo contemporaneo ha abbandonato la generosità e l’audacia di Prometeo e si è rifugiato nella solitudine di Narciso. Il mercato è interessato. Chi guarda solo a sé stesso, è un grande compratore.

Il teologo Sequeri lascia ora il passo al musicologo, che guarda ai canti popolari. Fino all’anno Mille, tutti cantavano lodi sacre, in latino. La donna era sempre in qualche modo la Madonna. Poi fa la sua comparsa l’innamoramento, quando nel XII – XIII secolo nasce la poesia di amore con i trovatori. L’intesa tra l’uomo e la donna è il finale. L’amore romantico è a disposizione dei due e la morte è il sigillo assoluto della conquista dell’eternità. Nella morte si percepisce una certa radice dell’indissolubilità dell’amore.

Più recentemente, il narcisismo si trasforma nella relazione. Tutti dicono che stiamo affogando nel narcisismo.

Il Papa nell’esortazione Apostolica Amoris Laetitia ci dà una guida formidabile per uscire dal narcisismo. Il narcisismo di per sé è sterile, mentre il desiderio va oltre sé stesso, nella realizzazione di sé. Spunto strategico del Papa è nel capitolo IV che individua il testo fondatore nella 1ª lettera ai Corinti al Capitolo 13. E’ il testo dell’amore, che va oltre e fuori di sé. E’ l’amore che da Dio viene dato all’uomo: un amore fecondo che genera.

E la generazione e l’esperienza che ci conduce all’amore danno all’uomo la pienezza della sua dimensione filiale e generativa.

Questa è la vera rivoluzione dell’amore che l’Esortazione Apostolica post-sinodale “Amoris Laetitia” (datata 19 marzo 2016) propone di introdurre in forma stabile e progettuale nella vita familiare con una trasformazione difficile, lenta e dolorosa ma, anche grandiosa, liberante e profetica. Rovesciare a partire dalla famiglia l’ordine delle domande cambia tutto! E ci fa ritornare umani. Perché senza filo l’ago non cuce nulla e serve solo per pungere!

In conclusione, allora, la domanda che l’uomo deve avere il coraggio di porsi, sottolinea l’autore, non è “chi sono io?” destinata soltanto a produrre frustrazione e disperazione, ma “per chi sono io?” che apre alla vera “generatività”.

Al termine, un altro bel canto della Corale: il conosciutissimo “Allelujà” di Sequeri e poi la foto di gruppo, con il nostro Vescovo che ha concluso con l’apprezzamento per la conferenza, la splendida relazione e la scelta geniale del Cantiere della Speranza.

p.b.

Pierangelo Sequeri (Milano, 26 dicembre 1944) è un teologo, musicologo, musicista e docente italiano, preside del Pontificio istituto Giovanni Paolo II. Figlio di musicisti (il padre era concertista di violino e la madre una pianista), ha studiato a sua volta violino e composizione parallelamente alla sua vocazione religiosa. Ordinato sacerdote nel 1968 ha proseguito gli studi, ottenendo un diploma in biblioteconomia musicale all’Università di Urbino, e un dottorato in teologia nel 1972. Dal settembre 2012 è preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, dove è anche professore ordinario di teologia fondamentale; è inoltre incaricato di estetica teologica presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. È inoltre direttore della rivista “L’ErbaMusica” (trimestrale di pedagogia speciale e cultura musicale). A parte gli argomenti teologici e filosofici, i suoi studi si orientano ai temi di confine tra le scienze religiose, la filosofia, la psicologia e l’estetica. Dal 2010 al 2014 ha fatto parte della Commissione internazionale di inchiesta su Međjugorje. Dal 15 agosto 2016, nominato da papa Francesco, è preside del Pontificio istituto Giovanni Paolo II. E’ anche editorialista di “Avvenire” e dell’”Osservatore Romano”.

Le suore di Moncalieri a Crea

Il monastero domenicano “Maria di Magdala” in strada S. Brigida 31 di Moncalieri da qualche giorno è chiuso. Le sei suore si sono infatti trasferite nel fine settimana a Crea e domenica scorsa alle 7,30 hanno già partecipato alla S. Messa celebrata dal rettore del santuario mons. Francesco Mancinelli. Hanno appena posato i loro bagagli, molto semplici; ma gli scatoloni più consistenti sono quelli della biblioteca: la bellezza di 6.300 volumi, tra cui 1.500 di testi sulla Sacra Scrittura.

Mercoledì scorso, di pomeriggio, ero stato a Moncalieri con don Mancinelli per vedere la loro casa e raccogliere tante riflessioni di questa comunità operosa che vive con semplicità e profondità nello spirito domenicano della dimensione contemplativa, di studio e di incontri comunitari.

Un po’ di storia

Come spiega nel libro fresco di stampa “Polvere, no grazie!” suor Paola Panetta, già Priora e ora Vice priora ed economa (nella vita civile era commercialista), questo è un monastero dell’Ordine dei Predicatori (più comunemente conosciuto come Ordine dei Domenicani) fondato da san Domenico nel 1216.
La comunità “Maria di Magdala” è tra le ultime fondazioni, infatti, a novembre del 1999 cinque suore accolgono l’invito di Padre Timothy Radcliffe, Maestro dell’Ordine, per un rinnovamento della vita domenicana e contemplativa in Italia. Il primo nucleo si è formato da due monasteri domenicani, quello di Alba da cui sono giunte quattro suore e quello di Bergamo “Matris Domini” con due religiose, per dare inizio a questo nuovo monastero, la cui prima sede, in diocesi di Torino, è stato in un asilo dismesso; poi dopo due anni si è avuto il trasferimento a Moncalieri ospite del Monastero della Visitazione e infine nel 2004 nella villetta in strada S. Brigida 31, dono di una donna generosa che ha creduto e appoggiato il sogno delle Suore. Nel 2008 entra una giovane torinese, Chiara Giordanino, fino ad allora medico. Intanto nel 2011 avviene il riconoscimento canonico del Monastero da parte della Chiesa. Nel 2013 entra un’altra giovane Daniela Murador, nativa di Moncalieri ma i cui genitori sono veneti, della provincia di Vicenza. Ed infine, su indicazione del Card. Severino Poletto la scelta di Crea, due anni fa, con l’accoglienza entusiastica del Vescovo Mons. Catella e del Rettore mons. Mancinelli.

Si stanno facendo lavori di sistemazione, un po’ per volta perché la spesa è tanta e adesso, nei giorni tra la festa di Pentecoste e quella della Trinità, c’è stato il trasloco.

Per ora la sistemazione provvisoria è presso la precedente foresteria “San Paolo” temporaneamente adibita a Monastero. Nel frattempo si dovrebbero iniziare i lavori nell’ala che diverrà il Monastero vero e proprio nel complesso in cui c’è la “Casa della Gioia” e l’altra foresteria intitolata a “San Gregorio”.

Il monastero di Moncalieri

Ma facciamo un passo indietro e torniamo alla visita a Moncalieri.

Le suore lasciano per due ore i lavori di preparazione del trasloco e ci accolgono festosamente. Sono cinque, perché suor Paola Panetta è già a Crea. C’è suor Gabriella Mauri, la Priora, di origine brianzola, che era dal 1975 nella comunità religiosa di Alba intitolata alla “beata Margherita di Savoia”, poi suor Mariella Bona, maestra della formazione, Suor Daniela Murador che è nativa di Moncalieri ma i cui i genitori erano vicentini, Suor Chiara Giordanino, che ha 35 anni proveniente dalla cintura di Torino, ed era medico che è l’ultima che ha fatto la professione solenne a gennaio, ed infine la decana, Suor Osanna Sala che ha 90 anni e proviene dal nucleo di Alba. Quelle erano le Monache del Concilio Vaticano II perché ad Alba c’erano tre importanti teologi conciliari: mons. Natale Bussi, mons. Pietro Rossano e mons. Romano Penna.

Le suore erano in stretto contatto con i teologi, che passavano loro per la stampa i testi che sarebbero andati o che provenivano dal Concilio. Così le monache erano continuamente in contatto con gli avvenimenti del Concilio e in special modo suor Osanna che era addetta alla linotype ed era apprezzatissima per il suo lavoro instancabile, preciso e senza errori. Allora suor Osanna aveva 35 anni; ora con 90 la vista è un po’ calata e deve mettere gli occhiali per leggere e qualche volta piange un po’ perché non ha più la vista di una volta ma la testa è ancora molto buona. E’ una bella vecchina, dritta, esile, sorridente. Il mese scorso ha perso la sua coetanea Suor Margherita Geninazza, che ora riposa nel cimitero di Serralunga vicino a Crea.

Le suore ci hanno fatto vedere il bel parco del monastero, con i segni dei passaggi dei cinghiali e con un olivo di 300 anni sotto cui ci siamo fermati per una foto ricordo.

Poi, alle 18, nella cappella abbiamo recitato e cantato i Vespri, in una festa domenicana legata a loro Padre Domenico.

Ora il monastero è sotto il manto della Madonna di Crea e sabato 2 giugno, alle 11 Mons. Vescovo ha celebrato la S. Messa in Santuario in cui ha accolto ufficialmente le Suore, e poi ha fatto visita al monastero “provvisorio”.

p.b.

Tre giorni a Crea per la formazione

Carissimi,

il nostro calendario diocesano ci presenta il momento importante della tre giorni – 5/6/7 giugno – di formazione presso il Santuario di Crea.

Sono tradizionalmente tre mattinate in cui affrontiamo tematiche importanti che riguardano la vita della nostra Diocesi.

Quest’anno, dopo la visita alle 12 Unità Pastorali, ho deciso di riprendere proprio il discorso sulle Unità alla luce di quanto mi hanno suggerito questi incontri. Pertanto ho pensato di articolare le tre mattinate con questa tematica secondo il programma qui di seguito presentato.

Sono sicuro che non mancherete a questa tre giorni in cui, passo dopo passo, cercheremo di entrare sempre più in una nuova visione pastorale che riguarda il cammino ecclesiale della nostra Diocesi nei prossimi anni.

Conto molto sulla vostra presenza a questi incontri e alla Messa conclusiva davanti alla nostra venerata Madre e Regina di Crea.

In attesa di incontrarci vi saluto fraternamente.

+ Gianni Sacchi

 

Convegno annuale dei Presbiteri, diaconi e Assistenti Pastorali

 Chiesa in uscita e Unità Pastorali

Tre giorni di FORMAZIONE

presso il Santuario di CREA

 

5 – 6 – 7 GIUGNO 2018

Martedì 5 giugno

ore 9,30 in Basilica recita dell’ora media

ore 10,00 Relazione di don Duilio Albarello teologo della Diocesi di Mondovì: “La Chiesa in uscita alla luce di Evangelii Gaudium” Interventi ore 12,00 Recita dell’Angelus

Mercoledì 6 giugno

ore 9,30 in Basilica recita dell’ora media

ore 10,00 Relazione di don Stefano Borghi direttore Ufficio Catechistico della Diocesi di Reggio Emilia: “La Chiesa in uscita nelle Unità Pastorali – Una nuova visione di Chiesa  e di evangelizzazione sul territorio” Interventi  ore 12,00 Recita dell’Angelus.

Giovedì 7 giugno

ore 9,30 in Basilica recita dell’ora media

ore 10,00 Intervento del Vescovo Gianni

ore 11,00 Solenne

Concelebrazione Eucaristica ricordando e festeggiando tutti gli anniversari di ordinazione.

Presiede il Vescovo emerito Mons Alceste Catella che ricorda il 10° anniversario di ordinazione episcopale 

(29 giugno 2008)

Un ricordo e una preghiera per i confratelli deceduti nell’ultimo anno:

* diacono Leonino Boscolo

* Can. Pierino Calò

* Mons. Giancarlo Casalone

* Padre Franco Naldi o.f.m.

* Don Carlo Sardo s.d.b.

Portare camice e stola bianca

ore 12,30 Pranzo al Ristorante del Santuario

 

10 anni di consacrazione episcopale

S.E. Mons Alceste Catella

75° ordinazione sacerdotale

S.E. Mons. Aldo Mongiano

72° Can. Franco Deambrogio

50° Can. Mario Fornaro

Can. Angelo Francia

45° Don Sergio Accornero sdb

35° Don Giuseppe Rambaldi

30° Mons. Michal Balaz

Diacono Paolo Ghiazza

25° Don Mario Margara

20° Don Elio Barbuio

15° Can. Giorgio Bertola

Don Carlo Pavin

Don Franco Zuccarelli

Diacono Enrico Guandalini

1° Don Francesco Garis

Diacono Giacomino Tanchis

 

Ogni giorno è possibile pranzare presso

il Ristorante del Santuario di Crea.

Chi desidera avvalersi di questa possibilità è pregato di prenotarsi direttamente presso il ristorante 0142 94 01

 

 

CEP: c’è un nuovo Vice Presidente

Martedì 22 maggio si è riunita la Conferenza Episcopale piemontese.

Sono stati affrontati alcuni argomenti all’ordine del giorno, tra cui la modifica del calendario liturgico regionale riguardante la Solennità della dedicazione della propria chiesa e la Solennità della Chiesa locale.

Dopo aver sentito il parere dei singoli vescovi, la situazione di fatto e la prassi celebrativa nelle diverse diocesi, si è presa la decisione unanime di accogliere la richiesta di sopprimere la festa della Chiesa locale che veniva celebrata la 33ª domenica del Tempo ordinario.

L’ufficio liturgico regionale darà in seguito un apposito comunicato con le motivazioni specifiche.

Quindi si è provveduto a nominare il vicepresidente della Conferenza Episcopale piemontese nella persona dell’Arcivescovo di Vercelli mons. Marco Arnolfo.

Si sono poi affrontate la revisione e l’attribuzione di alcune deleghe rimaste vacanti.

E’ stata confermata la coordinatrice dell’Associazione Collaboratori Familiari del Clero della regione Piemonte e Valle d’Aosta, la signora Anna Maria Viancino, mamma di don Simone della nostra diocesi, e dell’assistente spirituale Don Luigi Binello.

Inoltre, su richiesta di diversi vescovi, mons.  Sacchi e mons. Miragoli prepareranno un breve documento giuridico-pastorale per il coordinamento e la condivisione degli esorcisti in Piemonte e per dare linee comuni per la celebrazione di Sante messe in cui si invoca la guarigione del corpo e dello spirito.