Mons. Luciano Pacomio, Vescovo Emerito di Mondovì per Don Piccio al Convento Francescano di Sant’Antonio Abate

Relazioni, Preghiera, Meditazione…Mons. Luciano Pacomio ha concluso la tre giorni in ricordo di Don Piccio

Santuario Madonna di Crea, 15 agosto 2019

Santa Messa Pontificale delle ore 10,00
presieduta da Mons. Gianni Sacchi Vescovo della Diocesi di Casale Monferrato
Appuntamento sempre gradito e partecipato da tutte le autorità civili
La nostra Madonna di Crea portata in processione attorno al monte

GIUBILEO LAURETANO

In occasione del Centenario della Proclamazione della Madonna di Loreto patrona degli aviatori, Papa Francesco ha concesso un Gubileo straordinario con l’apertura della Porta Santa il giorno 8 dicembre 2019 La celebrazione sarà presieduta da S. Em. Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano.
In preparazione al Giubileo si invita alla recita della preghiera:
” Ave, o Regina degli angeli,
Ave, o Madre dei Credenti,
Ave, o Regina e porta del cielo!
Scenda sul tuo popolo,
nel prossimo giubileo,
una pioggia di grazia
e si apra a tutti la porta del paradiso.
Amen”
Don Paolo Busto ricorda a tutti i Casalesi che nella Chiesa di San Paolo, di fronte al Municipio di Casale Monferrato abbiamo la fedele ricostruzione della “casa di Nazareth” che risiede nel Santuario della Madonna di Loreto. Voglia questo Giubileo far riprendere i pellegrinaggi a questo luogo di preghiera, dove la devozione ancora oggi sussiste per i pochi che lo sanno.
Chiesa di San Paolo
in Casale Monferrato
Entrata Santa casa di Nazareth
nella Chiesa di San Paolo

Cardinale Angelo Bagnasco: visita gradita al Santuario della Madonna di Crea

Oggi 8 agosto nella ricorrenza di San Domenico
in visita al Santuario della Madonna di Crea
il Cardinale Angelo Bagnasco qui ripreso con il nostro Vescovo Mons. Gianni Sacchi e Matteo Frascarolo
che ringraziamo di questa bella foto ricordo.
Ospite al Santuario un sacerdote di Genova, Don Franco, sicuramente molto vicino al Cardinale che con molta semplicità è venuto a trovarlo.
Si ringrazia il Rettore del Santuario Mons. Francesco Mancinelli per l’accoglienza e la disponibilità .

Orari Sante Messe in città: Pozzo Sant’Evasio

Sabato pomeriggio ore 16,00
Don Carlo Grossetti parroco dello Spirito Santo

Orari sante messe in città: Grotta di Lourdes – famiglia Ganora

Domenica pomeriggio da maggio a settembre ore17,30
Don Carlo Grossetti parroco dello Spirito Santo

IL DONO DI AVER INCONTRATO PIETRO

Una mia lettera scritta a mano in modo molto informale e fatta arrivare al Papa tramite un nostro sacerdote che nel giugno 2018 ha partecipato ad una messa a Santa Marta, si è concretizzata in un’udienza personale con il Santo Padre Francesco venerdì scorso. Sul mio cellulare ho ricevuto una telefonata dalla Prefettura della Casa pontificia, che si occupa di tutte le udienze del Papa, dove mi si comunicava che la mia richiesta di incontrarlo era stata accolta e il Papa mi avrebbe ricevuto nella mattinata di venerdì 18 gennaio.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso, perché proprio non ci pensavo più a quella lettera, anche perché non avevo seguito il protocollo ufficiale per chiedere udienza attraverso la Segreteria di Stato o la Nunziatura.

Avevo incontrato il Papa personalmente già due volte lo scorso anno: alla CEI di maggio e al corso per i nuovi vescovi a settembre, ma erano stati incontri veloci di presentazione, stretta di mano e saluti. Invece questa volta lo stare 40 minuti a tu per tu con lui è stata veramente un’esperienza spirituale e umana molto forte e arricchente. 

Percorrere la loggia di Raffaello, la sala Clementina e poi una serie di magnifiche sale e saloni, fino ad arrivare alla biblioteca privata dove il Papa riceve in udienza Capi di Stato, Cardinali e Vescovi mi ha fatto una certa impressione.

Papa Francesco è una persona che ti mette subito a tuo agio, ascolta, interviene e fa domande.

Io innanzitutto l’ho ringraziato per avermi ricevuto, poi per aver avuto fiducia in me affidandomi la guida della diocesi di Casale Monferrato.

E sulla diocesi ha voluto sapere nel dettaglio quali erano le diocesi confinanti, le province, il numero di abitanti, le parrocchie e le difficoltà che abbiamo. Ho sottolineato a lui i problemi del territorio: la perdita di molti posti di lavoro, il dramma dell’amianto e il fenomeno della denatalità via via crescente, che di anno in anno segna sempre più il nostro territorio e impoverisce le comunità.

Ho presentato a lui la situazione ecclesiale con il numero dei sacerdoti incardinati e la proiezione nel futuro non tanto lontano di ciò che ci aspetta se in questi prossimi anni non diventiamo lungimiranti e propositivi pastoralmente. Mi sono soffermato parecchio sul progetto delle Unità Pastorali viste non come una semplice riorganizzazione pastorale della diocesi per ovviare alla mancanza di ministri ordinati, ma come un rinnovamento dell’azione evangelizzatrice in un contesto che è cambiato rispetto al passato.

Non ho nascosto a lui le difficoltà che incontriamo, soprattutto verso chi si crede autosufficiente o è ancorato ad una visione pastorale di pura conservazione. E lui mi ha incoraggiato ad andare avanti auspicandosi che i primi a collaborare in questo progetto siano proprio i sacerdoti sul territorio. Poi il discorso è andato sul tema delle vocazioni partendo dalla situazione piemontese che gli ho descritto: attualmente ci sono 65/70 seminaristi per 17 diocesi. Ho visto sul suo volto la preoccupazione, perché oltre al clima culturale e sociale segnato da indifferenza e crescente disaffezione alla religione, questo è un aspetto che ci deve far riflettere molto e deve spingerci a trovare nuove proposte da indirizzare ai giovani. Il problema delle vocazioni lo tocca nel profondo, perché per ben tre volte mi ha ripetuto di lavorare e insistere su questo aspetto fondamentale per la vita delle nostre diocesi. 

Come piccolo dono gli ho portato tre libri: due sul venerabile Casimiro Barello, e uno sulla nostra bellissima Cattedrale di Sant’Evasio. Questi testi sono stati lo spunto anche per presentargli brevemente la figura del nostro Casimiro Barello, la sua breve vita e gli aspetti fondamentali che hanno contrassegnato il suo percorso spirituale: il pellegrinaggio, la santa Messa, l’Adorazione eucaristica e la preghiera prolungata. Mi ha ascoltato con grande attenzione guardando l’agile libretto sulla sua vita che abbiamo recentemente fatto stampare. Poi mettendosi gli occhiali ha sfogliato il libro sulla cattedrale soffermandosi sul magnifico crocifisso che ha molto apprezzato per la sua maestosità e bellezza. Gli ho raccontato la storia del crocifisso e le vicende legate alla sua presenza nella nostra chiesa cattedrale. Poi altre cose personali che hanno fatto scorrere in fretta le lancette dell’orologio giunte velocemente a mezzogiorno. Prima di salutarlo con un abbraccio mi sono messo in ginocchio davanti a lui, davanti a Pietro, e ho chiesto una benedizione per me, per tutti i miei preti e per tutta la diocesi. Con grande semplicità ha invocato la benedizione su tutti noi e mi ha benedetto. Poi mi ha accompagnato all’uscita della biblioteca privata e ad accogliermi c’era il Prefetto della casa Pontificia monsignor Georg Gänswein (il segretario di Papa Benedetto XVI) che mi ha salutato chiedendomi di spiegargli bene dove si trovava Casale Monferrato. Ho ripercorso tutte le sale e i saloni ricchi di arte e di storia per raggiungere il cortile di San Damaso, la scala regia e il famoso portone di bronzo che introduce nel palazzo apostolico.

Ho ricevuto questo dono grande di poter parlare con il Papa, di stargli accanto per un momento, per sentirmi ancora di più in comunione con lui e con tutte le preoccupazioni e la sollecitudine pastorale che porta per ogni Chiesa. È un uomo di Dio, che trasmette la serenità e la pace interiore che gli vengono dall’essere ancorato sulla roccia che il Signore Gesù.

Il Papa ha ricevuto da Gesù, che lo ha scelto per il ministero Petrino, il compito di confermarci nella fede. Papa Francesco continua a farlo con le sue parole e la testimonianza della sua vita semplice e gioiosa e a tutti chiede di pregare per lui, perché è ben consapevole del peso enorme che ha ricevuto di guidare tutta la Chiesa. Ci impegniamo a farlo, perché possa sentire sempre una continua preghiera che sale a Dio da tutta la Chiesa per lui.

                                                                                                    † Gianni Vescovo

2ª Giornata Mondiale dei poveri

Domenica 18 novembre si celebrerà in tutto il mondo la “Giornata Mondiale dei poveri”.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Domenica XXXIII del Tempo Ordinario
18 novembre 2018

Questo povero grida e il Signore lo ascolta

  1. «Questo povero grida e il Signore lo ascolta» (Sal34,7). Le parole del Salmista diventano anche le nostre nel momento in cui siamo chiamati a incontrare le diverse condizioni di sofferenza ed emarginazione in cui vivono tanti fratelli e sorelle che siamo abituati a designare con il termine generico di “poveri”. Chi scrive quelle parole non è estraneo a questa condizione, al contrario. Egli fa esperienza diretta della povertà e, tuttavia, la trasforma in un canto di lode e di ringraziamento al Signore. Questo Salmo permette oggi anche a noi, immersi in tante forme di povertà, di comprendere chi sono i veri poveri verso cui siamo chiamati a rivolgere lo sguardo per ascoltare il loro grido e riconoscere le loro necessità.

Ci viene detto, anzitutto, che il Signore ascolta i poveri che gridano a Lui ed è buono con quelli che cercano rifugio in Lui con il cuore spezzato dalla tristezza, dalla solitudine e dall’esclusione. Ascolta quanti vengono calpestati nella loro dignità e, nonostante questo, hanno la forza di innalzare lo sguardo verso l’alto per ricevere luce e conforto. Ascolta coloro che vengono perseguitati in nome di una falsa giustizia, oppressi da politiche indegne di questo nome e intimoriti dalla violenza; eppure sanno di avere in Dio il loro Salvatore. Ciò che emerge da questa preghiera è anzitutto il sentimento di abbandono e fiducia in un Padre che ascolta e accoglie. Sulla lunghezza d’onda di queste parole possiamo comprendere più a fondo quanto Gesù ha proclamato con la beatitudine «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt5,3).

In forza di questa esperienza unica e, per molti versi, immeritata e impossibile da esprimere appieno, si sente comunque il desiderio di comunicarla ad altri, prima di tutto a quanti sono, come il Salmista, poveri, rifiutati ed emarginati. Nessuno, infatti, può sentirsi escluso dall’amore del Padre, specialmente in un mondo che eleva spesso la ricchezza a primo obiettivo e rende chiusi in sé stessi.

  1. Il Salmo caratterizza con tre verbi l’atteggiamento del povero e il suo rapporto con Dio. Anzitutto, “gridare”. La condizione di povertà non si esaurisce in una parola, ma diventa un grido che attraversa i cieli e raggiunge Dio. Che cosa esprime il grido del povero se non la sua sofferenza e solitudine, la sua delusione e speranza? Possiamo chiederci: come mai questo grido, che sale fino al cospetto di Dio, non riesce ad arrivare alle nostre orecchie e ci lascia indifferenti e impassibili? In una Giornatacome questa, siamo chiamati a un serio esame di coscienza per capire se siamo davvero capaci di ascoltare i poveri.

E’ il silenzio dell’ascolto ciò di cui abbiamo bisogno per riconoscere la loro voce. Se parliamo troppo noi, non riusciremo ad ascoltare loro. Spesso, ho timore che tante iniziative pur meritevoli e necessarie, siano rivolte più a compiacere noi stessi che a recepire davvero il grido del povero. In tal caso, nel momento in cui i poveri fanno udire il loro grido, la reazione non è coerente, non è in grado di entrare in sintonia con la loro condizione. Si è talmente intrappolati in una cultura che obbliga a guardarsi allo specchio e ad accudire oltremisura sé stessi, da ritenere che un gesto di altruismo possa bastare a rendere soddisfatti, senza lasciarsi compromettere direttamente.

  1. Un secondo verbo è “rispondere”. Il Signore, dice il Salmista, non solo ascolta il grido del povero, ma risponde. La sua risposta, come viene attestato in tutta la storia della salvezza, è una partecipazione piena d’amore alla condizione del povero. E’ stato così quando Abramo esprimeva a Dio il suo desiderio di avere una discendenza, nonostante lui e la moglie Sara, ormai anziani, non avessero figli (cfr Gen15,1-6). E’ accaduto quando Mosè, attraverso il fuoco di un roveto che bruciava intatto, ha ricevuto la rivelazione del nome divino e la missione di far uscire il popolo dall’Egitto (cfr Es3,1-15). E questa risposta si è confermata lungo tutto il cammino del popolo nel deserto: quando sentiva i morsi della fame e della sete (cfr Es16,1-16; 17,1-7), e quando cadeva nella miseria peggiore, cioè l’infedeltà all’alleanza e l’idolatria (cfr Es32,1-14).

La risposta di Dio al povero è sempre un intervento di salvezza per curare le ferite dell’anima e del corpo, per restituire giustizia e per aiutare a riprendere la vita con dignità. La risposta di Dio è anche un appello affinché chiunque crede in Lui possa fare altrettanto nei limiti dell’umano. La Giornata Mondiale dei Poveriintende essere una piccola risposta che dalla Chiesa intera, sparsa per tutto il mondo, si rivolge ai poveri di ogni tipo e di ogni terra perché non pensino che il loro grido sia caduto nel vuoto. Probabilmente, è come una goccia d’acqua nel deserto della povertà; e tuttavia può essere un segno di condivisione per quanti sono nel bisogno, per sentire la presenza attiva di un fratello e di una sorella. Non è un atto di delega ciò di cui i poveri hanno bisogno, ma il coinvolgimento personale di quanti ascoltano il loro grido. La sollecitudine dei credenti non può limitarsi a una forma di assistenza – pur necessaria e provvidenziale in un primo momento –, ma richiede quella «attenzione d’amore» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 199) che onora l’altro in quanto persona e cerca il suo bene.

  1. Un terzo verbo è “liberare”. Il povero della Bibbia vive con la certezza che Dio interviene a suo favore per restituirgli dignità. La povertà non è cercata, ma creata dall’egoismo, dalla superbia, dall’avidità e dall’ingiustizia. Mali antichi quanto l’uomo, ma pur sempre peccati che coinvolgono tanti innocenti, portando a conseguenze sociali drammatiche. L’azione con la quale il Signore libera è un atto di salvezza per quanti hanno manifestato a Lui la propria tristezza e angoscia. La prigionia della povertà viene spezzata dalla potenza dell’intervento di Dio. Tanti Salmi narrano e celebrano questa storia della salvezza che trova riscontro nella vita personale del povero: «Egli non ha disprezzato né disdegnato l’afflizione del povero, il proprio volto non gli ha nascosto ma ha ascoltato il suo grido di aiuto» (Sal22,25). Poter contemplare il volto di Dio è segno della sua amicizia, della sua vicinanza, della sua salvezza. «Hai guardato alla mia miseria, hai conosciute le angosce della mia vita; […] hai posto i miei piedi in un luogo spazioso» (Sal31,8-9). Offrire al povero un “luogo spazioso” equivale a liberarlo dal “laccio del predatore” (cfr Sal91,3), a toglierlo dalla trappola tesa sul suo cammino, perché possa camminare spedito e guardare la vita con occhi sereni. La salvezza di Dio prende la forma di una mano tesa verso il povero, che offre accoglienza, protegge e permette di sentire l’amicizia di cui ha bisogno. E’ a partire da questa vicinanza concreta e tangibile che prende avvio un genuino percorso di liberazione: «Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 187).
  2. E’ per me motivo di commozione sapere che tanti poveri si sono identificati con Bartimeo, del quale parla l’evangelista Marco (cfr 10,46-52). Il cieco Bartimeo «sedeva lungo la strada a mendicare» (v. 46), e avendo sentito che passava Gesù «cominciò a gridare» e a invocare il «Figlio di Davide» perché avesse pietà di lui (cfr v. 47). «Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte» (v. 48). Il Figlio di Dio ascoltò il suo grido: «“Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”» (v. 51). Questa pagina del Vangelo rende visibile quanto il Salmo annunciava come promessa. Bartimeo è un povero che si ritrova privo di capacità fondamentali, quali il vedere e il lavorare. Quanti percorsi anche oggi conducono a forme di precarietà! La mancanza di mezzi basilari di sussistenza, la marginalità quando non si è più nel pieno delle proprie forze lavorative, le diverse forme di schiavitù sociale, malgrado i progressi compiuti dall’umanità… Come Bartimeo, quanti poveri sono oggi al bordo della strada e cercano un senso alla loro condizione! Quanti si interrogano sul perché sono arrivati in fondo a questo abisso e su come ne possono uscire! Attendono che qualcuno si avvicini loro e dica: «Coraggio! Alzati, ti chiama!» (v. 49).

Purtroppo si verifica spesso che, al contrario, le voci che si sentono sono quelle del rimprovero e dell’invito a tacere e a subire. Sono voci stonate, spesso determinate da una fobia per i poveri, considerati non solo come persone indigenti, ma anche come gente portatrice di insicurezza, instabilità, disorientamento dalle abitudini quotidiane e, pertanto, da respingere e tenere lontani. Si tende a creare distanza tra sé e loro e non ci si rende conto che in questo modo ci si rende distanti dal Signore Gesù, che non li respinge ma li chiama a sé e li consola. Come risuonano appropriate in questo caso le parole del profeta sullo stile di vita del credente: «sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo […] dividere il pane con l’affamato, […] introdurre in casa i miseri, senza tetto, […] vestire uno che vedi nudo» (Is58,6-7). Questo modo di agire permette che il peccato sia perdonato (cfr 1 Pt4,8), che la giustizia percorra la sua strada e che, quando saremo noi a gridare verso il Signore, allora Egli risponderà e dirà: eccomi! (cfr Is58,9).

  1. I poveri sono i primi abilitati a riconoscere la presenza di Dio e a dare testimonianza della sua vicinanza nella loro vita. Dio rimane fedele alla sua promessa, e anche nel buio della notte non fa mancare il calore del suo amore e della sua consolazione. Tuttavia, per superare l’opprimente condizione di povertà, è necessario che essi percepiscano la presenza dei fratelli e delle sorelle che si preoccupano di loro e che, aprendo la porta del cuore e della vita, li fanno sentire amici e famigliari. Solo in questo modo possiamo scoprire «la forza salvifica delle loro esistenze» e «porle al centro della vita della Chiesa» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 198).

In questa Giornata Mondialesiamo invitati a dare concretezza alle parole del Salmo: «I poveri mangeranno e saranno saziati» (Sal22,27). Sappiamo che nel tempio di Gerusalemme, dopo il rito del sacrificio, avveniva il banchetto. In molte Diocesi, questa è stata un’esperienza che, lo scorso anno, ha arricchito la celebrazione della prima Giornata Mondiale dei Poveri. Molti hanno trovato il calore di una casa, la gioia di un pasto festivo e la solidarietà di quanti hanno voluto condividere la mensa in maniera semplice e fraterna. Vorrei che anche quest’anno e in avvenire questa Giornatafosse celebrata all’insegna della gioia per la ritrovata capacità di stare insieme. Pregare insieme in comunità e condividere il pasto nel giorno della domenica. Un’esperienza che ci riporta alla prima comunità cristiana, che l’evangelista Luca descrive in tutta la sua originalità e semplicità: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. […] Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At2,42.44-45).

  1. Sono innumerevoli le iniziative che ogni giorno la comunità cristiana intraprende per dare un segno di vicinanza e di sollievo alle tante forme di povertà che sono sotto i nostri occhi. Spesso la collaborazione con altre realtà, che sono mosse non dalla fede ma dalla solidarietà umana, riesce a portare un aiuto che da soli non potremmo realizzare. Riconoscere che, nell’immenso mondo della povertà, anche il nostro intervento è limitato, debole e insufficiente conduce a tendere le mani verso altri, perché la collaborazione reciproca possa raggiungere l’obiettivo in maniera più efficace. Siamo mossi dalla fede e dall’imperativo della carità, ma sappiamo riconoscere altre forme di aiuto e solidarietà che si prefiggono in parte gli stessi obiettivi; purché non trascuriamo quello che ci è proprio, cioè condurre tutti a Dio e alla santità. Il dialogo tra le diverse esperienze e l’umiltà di prestare la nostra collaborazione, senza protagonismi di sorta, è una risposta adeguata e pienamente evangelica che possiamo realizzare.

Davanti ai poveri non si tratta di giocare per avere il primato di intervento, ma possiamo riconoscere umilmente che è lo Spirito a suscitare gesti che siano segno della risposta e della vicinanza di Dio. Quando troviamo il modo per avvicinarci ai poveri, sappiamo che il primato spetta a Lui, che ha aperto i nostri occhi e il nostro cuore alla conversione. Non è di protagonismo che i poveri hanno bisogno, ma di amore che sa nascondersi e dimenticare il bene fatto. I veri protagonisti sono il Signore e i poveri. Chi si pone al servizio è strumento nelle mani di Dio per far riconoscere la sua presenza e la sua salvezza. Lo ricorda San Paolo scrivendo ai cristiani di Corinto, che gareggiavano tra loro nei carismi ricercando i più prestigiosi: «Non può l’occhio dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; oppure la testa ai piedi: “Non ho bisogno di voi”» (1 Cor12,21). L’Apostolo fa una considerazione importante osservando che le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie (cfr v. 22); e che quelle che «riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno» (vv. 23-24). Mentre dà un insegnamento fondamentale sui carismi, Paolo educa anche la comunità all’atteggiamento evangelico nei confronti dei suoi membri più deboli e bisognosi. Lungi dai discepoli di Cristo sentimenti di disprezzo e di pietismo verso di essi; piuttosto sono chiamati a rendere loro onore, a dare loro la precedenza, convinti che sono una presenza reale di Gesù in mezzo a noi. «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt25,40).

  1. Qui si comprende quanto sia distante il nostro modo di vivere da quello del mondo, che loda, insegue e imita coloro che hanno potere e ricchezza, mentre emargina i poveri e li considera uno scarto e una vergogna. Le parole dell’Apostolo sono un invito a dare pienezza evangelica alla solidarietà con le membra più deboli e meno dotate del corpo di Cristo: «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (1 Cor12,26). Alla stessa stregua, nella Lettera ai Romani ci esorta: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile» (12,15-16). Questa è la vocazione del discepolo di Cristo; l’ideale a cui tendere con costanza è assimilare sempre più in noi i «sentimenti di Cristo Gesù» (Fil2,5).
  2. Una parola di speranza diventa l’epilogo naturale a cui la fede indirizza. Spesso sono proprio i poveri a mettere in crisi la nostra indifferenza, figlia di una visione della vita troppo immanente e legata al presente. Il grido del povero è anche un grido di speranza con cui manifesta la certezza di essere liberato. La speranza fondata sull’amore di Dio che non abbandona chi si affida a Lui (cfr Rm8,31-39). Scriveva santa Teresa d’Avila nel suo Cammino di perfezione: «La povertà è un bene che racchiude in sé tutti i beni del mondo; ci assicura un gran dominio, intendo dire che ci rende padroni di tutti i beni terreni, dal momento che ce li fa disprezzare» (2, 5). E’ nella misura in cui siamo capaci di discernere il vero bene che diventiamo ricchi davanti a Dio e saggi davanti a noi stessi e agli altri. E’ proprio così: nella misura in cui si riesce a dare il giusto e vero senso alla ricchezza, si cresce in umanità e si diventa capaci di condivisione.
  3. Invito i confratelli vescovi, i sacerdoti e in particolare i diaconi, a cui sono state imposte le mani per il servizio ai poveri (cfr At6,1-7), insieme alle persone consacrate e ai tanti laici e laiche che nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti rendono tangibile la risposta della Chiesa al grido dei poveri, a vivere questa Giornata Mondialecome un momento privilegiato di nuova evangelizzazione. I poveri ci evangelizzano, aiutandoci a scoprire ogni giorno la bellezza del Vangelo. Non lasciamo cadere nel vuoto questa opportunità di grazia. Sentiamoci tutti, in questo giorno, debitori nei loro confronti, perché tendendo reciprocamente le mani l’uno verso l’altro, si realizzi l’incontro salvifico che sostiene la fede, rende fattiva la carità e abilita la speranza a proseguire sicura nel cammino verso il Signore che viene.

Dal Vaticano, 13 giugno 2018

Memoria liturgica di S. Antonio da Padova

Francesco








Visita delle 12 UP: la lettera del Vescovo Gianni

 

LETTERA DEL VESCOVO A CONCLUSIONE DELLA VISITA DELLE 12 UNITA’ PASTORALI

Carissimi moderatori, sacerdoti, diaconi e tutto il santo popolo di Dio,
dopo aver concluso il giro di conoscenza delle 12 unità pastorali della nostra diocesi, vorrei consegnarvi alcune mie riflessioni scaturite soprattutto dall’incontro con i sacerdoti ed i fedeli laici che ho avuto in quelle serate e dalle relazioni che ogni moderatore mi ha consegnato.

Il mio predecessore, il caro vescovo monsignor Alceste Catella, aveva istituito le unità pastorali con un suo decreto il 18 luglio 2015 emanando il documento relativo “Unità Pastorali. Orientamenti e norme”. Forse oggi si ha l’impressione che queste unità siano nate a tavolino, fatte calare dall’alto, ma ci si dimentica che nel 2015 non si era partiti dal nulla: quel documento di istituzione era frutto di una sperimentazione articolata e cominciata ben cinque anni prima nel 2010.

Il problema è che forse da parte di tanti, sacerdoti e fedeli laici, non ci si è messi in gioco per offrire contributi veramente motivati così da far decollare nel migliore dei modi una simile impostazione pastorale.

Forse non si è voluto analizzare realisticamente il futuro che ci aspetta.

Sulla necessità di un cambiamento di prospettiva e di visione della pastorale nella nostra diocesi è sufficiente consultare l’elenco dei sacerdoti residenti con la data di nascita da cui risulta che dai:

31/35 anni sono 4
36/40 anni 1
41/45 anni sono 5
46/50 anni sono 9
51/55 anni sono 4
56/60 anni sono 5
61/65 anni sono 2
66/70 anni sono 4
71/75 anni sono 7
76/80 anni sono 3
81/85 anni sono 6
86/90 anni sono 7
91/95 anni sono 2
59 sacerdoti incardinati + 6 stranieri che svolgono un servizio in diocesi, ma non sono incardinati.

Da questi dati si fa presto a prevedere che tra 10 anni ci sarà una forte riduzione dei sacerdoti ancora in attività pastorale e tra vent’anni il numero sarà dimezzato con tutte le conseguenze che questo comporterà.
Questa realistica visione della situazione ci aiuta a prendere seriamente in considerazione il diverso progetto pastorale e di presenza ecclesiale sul territorio espresso proprio dalle unità pastorali.
Rileggendo quel testo di istituzione del 2015 si individuano subito i principi ispiratori delle unità pastorali che sono tre e che richiamo sinteticamente cercando di rileggerli alla luce degli incontri che ho fatto.

1) Valorizzare ogni ministero e carisma dei fedeli laici che dovranno assumere sempre più un ruolo di corresponsabilità nelle attività pastorali.

Si è cercato di fare questo?

A me sembra che siamo ancora molto lontani da questo obiettivo.

L’inadeguata formazione di molti laici che si accompagna al clericalismo di alcuni di loro rende davvero difficile il passaggio dal ruolo di esecutori a quello di coelaboratori.

Urge riflettere molto su questo aspetto.

2) Vivere e progettare una pastorale missionaria per realizzare quella “Chiesa in uscita“ cara a Papa Francesco, che sappia andare verso tutti quelli che sono lontani, ai margini o indifferenti al messaggio evangelico.

Per ora si sta portando avanti una pastorale di conservazione dell’esistente con risultati che diventano sempre più deludenti per il diminuire costante della partecipazione e con difficoltà sempre più crescenti nel tenere in piedi un modello ormai inadeguato di evangelizzazione.

Domandiamoci: che cosa si sta facendo per vivere la missionarietà che è appunto quel modello di Chiesa che auspica Papa Francesco?

3) Progettare una pastorale di insieme tra le parrocchie e comunità in modo che l’unità pastorale non sia solo un’entità astratta, ma uno stimolo per concreti progetti pastorali coelaborati insieme e poi insieme realizzati.

Si nota che nella maggior parte delle unità pastorali manca la coelaborazione pastorale (stabilire delle mete, praticabili in quella determinata situazione, comuni e condivise e, solo dopo e non prima, individuare insieme le cose da fare per raggiungere tali mete e poi, ogni tanto, verificare, sempre insieme se si stanno realizzando le mete individuate) mentre continua pacificamente la collaborazione nelle celebrazioni di sacramenti, sacramentali, pii esercizi. Si può individuare una possibile ragione all’origine di questo fenomeno: alcune parrocchie cittadine e qualche parrocchia extraurbana tendono a considerarsi autosufficienti a motivo delle persone e delle strutture di cui dispongono. Mi chiedo: autosufficienza rispetto a che cosa? Rispetto all’elaborazione ed attuazione di strategie pastorali capaci di rispondere alle complesse sfide del nostro tempo? Certamente no. Su questo fronte o si dialoga e si lavora insieme o insieme si va inesorabilmente verso la deriva.

In molte equipes di unità pastorale sono abbastanza rapidamente prevalsi: delusione, demotivazione, stanchezza, sfiducia e quindi assenteismo. È peraltro mancata, mi pare, una seria riflessione sulle ragioni ultime di tali fenomeni.

E anche mancata la comunicazione, il “ foglio di collegamento “– cartaceo/on-line – all’interno delle unità pastorali. In ogni caso questo collegamento o questo foglio è mancato tra le unità pastorali.

Come più volte ribadito nei vari incontri delle unità pastorali, tutta questa nuova visione di Chiesa sul territorio che ufficialmente è partita nel 2015, potrà realizzarsi gradualmente se usciamo anche da uno schema mentale che ha guidato la nostra pastorale finora.

E questo discorso riguarda i ministri ordinati che per primi devono mettersi in gioco e i fedeli che devono entrare in quest’ottica nuova che chiede una conversione di tutti a livello personale.

Ma a questo punto entra in gioco anche la visione che i presbiteri hanno su una comune immagine teologica e storico pratica di Chiesa.

La visione di Chiesa/parrocchia che ci aveva consegnato il Concilio di Trento e che ci portiamo ancora appresso o la Chiesa del Concilio Vaticano II e di papa Francesco?

Dobbiamo essere capaci di superare la logica del “si è sempre fatto così!” per andare verso nuove prospettive che apparentemente comporteranno dei sacrifici, ma che potranno dare risposte concrete alle necessità pastorali.

Dobbiamo anche andare oltre al fatto che magari tutti sono d’accordo sui cambiamenti che verranno proposti, ma che si facciano in casa d’altri.

Come i primi evangelizzatori, ci troviamo oggi ad affrontare situazioni pastorali nuove e nuove sfide che la nostra società ha generato.

La nostra pastorale oggi, rispetto al passato, deve tener conto di tante situazioni nuove facendo percepire sempre più prossimità con la gente. Penso ai modi in cui un parroco si può accostare a coloro che chiedono il sacramento del Matrimonio cristiano: da burocrate che prepara documenti oppure da padre che sa far riscoprire il vero volto della Chiesa accogliente, capace di ascolto, capace di calarsi nelle situazioni concrete della vita di oggi e soprattutto della vita di queste coppie.

Lo stesso discorso vale per i genitori che chiedono il battesimo per i loro figli o i sacramenti della cresima e della prima eucarestia.

Sono tutte occasioni importantissime per un approccio da valorizzare nel migliore dei modi. Anche il momento della morte di una persona cara è un’occasione preziosa per far sentire la vicinanza  e la partecipazione al dolore di una famiglia dell’intera comunità. Lo stesso discorso di vicinanza si applica anche nel caso delle fragilità come la malattia, la sofferenza, l’anzianità.

Oltre alla pastorale “ ordinaria “ delle nostre comunità parrocchiali, mi sembrerebbe opportuno rivalutare il nostro amato santuario Mariano di Crea riproponendo i pellegrinaggi annuali preparati spiritualmente con motivazioni pastorali precise.

Penso al pellegrinaggio annuale di ogni parrocchia, a quello di Unità Pastorale, e a quello di tutta la città di Casale con tutte le parrocchie. Oltretutto a Crea è giunta, come una benedizione, la comunità monastica delle suore domenicane che sono a disposizione per incontri, ritiri, formazione spirituale e accompagnamento personale.

In ogni parrocchia, dove è possibile, o a livello di unità pastorale, si potrebbe istituire

il “ giorno della Parola “. Un giorno settimanale dove si ascoltano e si commentano le letture della domenica successiva, seguendo così il cammino dell’anno liturgico e approfondendo le ricchezze straordinarie della parola di Dio.

Anche per la catechesi degli adulti si può partire da strumenti diversi: proponendo incontri sull’arte con tematiche cristiane, incontri sulla musica, incontri su temi di attualità che toccano i problemi della gente.

La visita pasquale alle famiglie è un altro aspetto da non sottovalutare. Magari in alcuni c’è indifferenza o addirittura rifiuto, ma per la maggioranza delle persone è un momento bello di condivisione e di vicinanza. È una espressione della Chiesa in uscita…

Più la parrocchia è capace di mostrare il suo volto familiare e accogliente, aperto ad una grande capacità relazionale, e più sarà in grado di attrarre le persone.

Certamente è l’intera comunità cristiana che esprime il volto di una parrocchia. Il parroco può fare molto, ma tutti i collaboratori di cui si circonda sono l’immagine della parrocchia che si vuole trasmettere.

Nei prossimi anni con una forte riduzione dei presbiteri, sempre più laici preparati e competenti in materia, dovranno assumersi il compito di curare e seguire le strutture parrocchiali e le chiese, seguire le attività pastorali classiche (catechesi, animazione liturgica, servizio della carità…) e quelle dell’oratorio, in modo che i bambini, i ragazzi e i giovani trovino sempre proposte e un punto di riferimento aperto tutto l’anno e non solo per le attività estive.

Il Servizio diocesano per la pastorale dei giovani  è a disposizione di tutte le U.P. per ogni richiesta di aiuto e collaborazione.

ALCUNE PROPOSTE CONCRETE DA CUI RIPARTIRE:

Prendere – da parte di alcuni/e parroci/parrocchie – rapido commiato da ogni illusoria pretesa di autosufficienza, da una pastorale individualista ed introversa talvolta espressione di miopi e quindi pericolose autoreferenzialità.
Valorizzare il ruolo dei moderatori curandone la formazione con incontri specifici anche con l’ausilio di esperti in materia.
Avere come membri delle equipes di U.P. persone formate e motivate individuandole possibilmente non tra “i soliti noti” (come invece è tendenzialmente avvenuto nel 2010 e nel 2015). A questo riguardo, una particolare attenzione va prestata alle persone che hanno frequentato il Laboratorio per collaboratori pastorali ottenendo una valutazione positiva da parte dei formatori.
Il futuro delle U.P. si giocherà soprattutto sulla collaborazione di coloro che hanno competenze specifiche nel campo della catechesi, della liturgia, della carità, della pastorale giovanile, dell’amministrazione e della missione, perché sempre di più da collaboratori diventino effettivamente animatori e corresponsabili di tutti i settori della pastorale.

Chiedo a tutti gli uffici diocesani competenti di aiutare tutte le unità pastorali a compiere questo lavoro anche sul territorio per facilitare questa formazione.

Fare in modo che i ministri ordinati così come le equipes di U.P. si riuniscano con cadenza mensile.
Curare con impegno gli incontri delle equipes di U.P. Il che significa, tra l’altro: pensare e attuare dinamiche di gruppo volte a favorire la conoscenza reciproca dei singoli e delle comunità; approfondire, alla luce innanzitutto della Parola di Dio, tematiche che toccano la vita della gente e che rappresentano le sfide di fondo di questa nostra società sempre più complessa.
Lanciare/rilanciare il summenzionato “foglio di collegamento”.
Proseguire con il Laboratorio di formazione per collaboratori pastorali invitando i parroci a segnalare persone idonee, sensibili e disponibili a mettersi a servizio della propria U.P.
Prevedere (là dove è possibile) la creazione di un sito di U.P. che possa mettere in rete tutti gli avvisi e le iniziative di quella unità.
Una particolare attenzione andrà riservata alla parrocchia e al suo ruolo in questo contesto che è notevolmente cambiato rispetto al passato.
Papa Francesco al numero 28 di Evangelii gaudium scrive: “La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità. Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie». Questo suppone che realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi. La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione. Attraverso tutte le sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evangelizzazione. È comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario. Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione”.

Come ho ripetutamente sottolineato nella visita alle unità pastorali dovremo rivedere la situazione delle nostre 115 parrocchie e valutare, con il parere dei vari organismi consultivi e dei parrocchiani frequentanti, la possibilità di accorpare anche legalmente le parrocchie del medesimo comune che magari già da tempo lavorano insieme o lo dovranno fare nei prossimi anni.

Credo sia opportuno valutare se continuare a far esistere parrocchie con numeri ridottissimi di abitanti che non rappresentano più una realtà ecclesiale effettiva, in cui non si celebrano quasi più o per niente i sacramenti dell’iniziazione cristiana e che quindi senza le nuove generazioni risultano, anche nei prossimi anni, senza più vitalità apostolica.

Queste piccole parrocchie potrebbero essere accorpate ad altre vicine per unire le forze.

Mi rendo conto che questo è un discorso delicato e che susciterà discussioni, resistenze e levate di scudi, ma non possiamo dimenticare che la ragion d’essere di una parrocchia non è quella di perpetuare se stessa ad ogni costo, al limite della sopravvivenza e neppure di custodire memorie, tradizioni e arte; tutte realtà belle e indiscutibili.

Lo scopo di una parrocchia, come ha scritto Papa Francesco, è quello primario e ineludibile di costruire comunità missionarie, capaci di generare alla fede le nuove generazioni di bambini, ragazzi, giovani e famiglie che sono il futuro della nostra presenza cristiana sul territorio.

Il messaggio che mi pare faccia fatica ad entrare nelle nostre teste e nei nostri cuori – a cominciare dalle teste e dai cuori di noi preti (domando: fa fatica perché non ci è stato spiegato bene o, come penso, perché non ci piace?) – è questo: le U.P. si distinguono da altre – precedenti o attuali – forme di cooperazione non perché si decide, ogni tanto o come stile, di fare insieme alcune cose ma perché si decide insieme dove si vuole andare. Ora, l’obiettivo primario e cioè l’obiettivo cui tutti gli altri obiettivi sono finalizzati è il costruire sinergie fra parrocchie vicine per evangelizzare il territorio. Questa è l’identità-missione dell’U.P. che viene allora a configurarsi come l’immagine storico-pratica – e cioè qui e ora – della identità-missione della Chiesa: annuncio vivente del Vangelo agli uomini di ogni epoca e di ogni luogo. Sì, come ci ha ricordato Papa Francesco nella Evangelii gaudium, la Chiesa o è missionaria o non è. Docili agli impulsi dello Spirito, riprendiamo allora con rinnovato vigore il cammino, certi che la strada imboccata è quella giusta, consapevoli che alcuni cambiamenti richiedono tempi lunghi, incoraggiati da ciò che di buono in qualche UP è sbocciato o sta sbocciando, sia pure tra mille difficoltà-resistenze-fatiche.

Casale Monferrato, 20 maggio 2018
Solennità di Pentecoste

+ Gianni Sacchi Vescovo








Capitolo dei Canonici della Cattedrale: Statuto aggiornato

In seguito alla adunanza del Capitolo dei Canonici della Cattedrale dello scorso 30 maggio per l’aggiornamento dello Statuto, il Segretario can. dott. Davide Mussone ha sottoposto la bozza da lui predisposta che è stata la base di costruttivo intervento da parte di tutti. Al termine il Prevosto ha espresso a tutti il ringraziamento per la fattiva collaborazione e ha incaricato il Segretario di redigere lo Statuto definitivo, che il Vescovo ha promulgato il 31 maggio.

Tra le novità più significative, si legge, che il compimento dei 75 anni rende automatico il decadimento dell’ufficio di Canonico Effettivo col passaggio al titolo di Emerito.