Devasini: «Una coinvolgente esperienza di sinodalità ecclesiale»

A  Convegno Pastorale Diocesano chiuso credo sia cosa buona e giusta ringraziare.

Grazie a fr Enzo Biemmi che ci ha aiutato a discernere i “segni dei tempi”, ci ha indicato gli strumenti per proseguire tale discernimento a livello comunitario (Diocesi, Unità Pastorale, Parrocchia, Associazione, Gruppo, Movimento), ci ha offerto alcune preziose indicazioni su come vivere da cristiani un complesso cambiamento d’epoca, ci ha motivati ad abbracciare il futuro con speranza evitando chiusure poco o nient’affatto lungimiranti.

C’è stata poi la seconda serata. Anche quest’anno abbiamo, come organizzatori, trepidato fino all’ultimo: saremo in tanti? saremo in pochi? E anche quest’anno i nostri timori sono stati fugati da una partecipazione ampia ancorché contrassegnata da vistose assenze di alcune comunità parrocchiali e dalla scarsa presenza di altre. I nove gruppi hanno lavorato seriamente in un clima sereno e costruttivo come chiaramente risulta dai verbali che mi sono pervenuti nella prima mattinata del giorno dopo.

Grazie a Mons. Vescovo che nella sua concisa relazione ha tenuto conto delle indicazioni emerse dai lavori dei gruppi e ha annunciato che il prossimo anno farà visita alle dodici Unità Pastorali. Ovviamente, contenuti, modalità, obiettivi, tempistica di tale visita non potranno non essere previamente condivisi con gli organismi consultivi della Diocesi (Consiglio Presbiterale, Consiglio Pastorale Diocesano, Assemblea dei Moderatori). Funzionale al rilancio delle Unità Pastorali è la decisione, anche questa annunciata da Mons. Vescovo, di proporre una seconda edizione del Laboratorio di formazione per la collaborazione pastorale. Non si può a questo punto non ricordare con gratitudine colui che delle Unità Pastorali e del Laboratorio è stato il convinto ed appassionato promotore e sostenitore: sì, ancora una volta grazie, caro Vescovo Alceste! Altre due comunicazioni di Mons. Vescovo sono state: la pubblicazione per i tipi della Velar di una maneggevole biografia del Ven.le Casimiro Barello curata dal Postulatore Generale dei Salesiani; la chiusura dell’Auditorium S. Filippo perché non conforme alle vigenti norme di sicurezza.

Grazie a sr Gabriella Mauri, Priora del Monastero Domenicano Maria di Magdala, che nel suo intervento e nelle risposte alle domande che le sono state rivolte ci ha chiarito il senso di una presenza e ci ha reso note le proposte di carattere spirituale offerte dalla comunità monastica all’intera comunità diocesana.

Grazie a don Paolo Busto, Responsabile diocesano di “Sovvenire” che, in modo puntuale, ci ha illustrato – con la sua ben nota verve – storia, natura e fini dell’8×1000.

Grazie all’arch. Raffaella Rolfo, Direttore dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici, che ci ha analiticamente spiegato come in questi anni sono stati utilizzati gli ingenti fondi provenienti dall’8×1000: restauro di chiese, realizzazione di centri pastorali annessi alle chiese parrocchiali, valorizzazione di biblioteche, archivi e musei etc.

Grazie a don Marco Calvo, Direttore di Caritas Diocesana. Ancorché non supportato dalle slides preparate con grande cura (il computer all’ultimo momento ha dato forfait), ha saputo efficacemente illustrare alcune importanti iniziative di carità realizzate con i contributi provenienti dall’8×1000.

Grazie ai facilitatori e verbalizzatori che hanno lavorato con intelligenza, passione e celerità; grazie a Mirella Mercadante che ha curato con maestria la formazione dei gruppi di lavoro; grazie a Sabino Esposito che, da par suo, si è occupato dell’allestimento degli spazi in cui si è svolto il Convegno.

Grazie a tutti i partecipanti perché con la loro presenza decisamente collaborativa e coelaborativa hanno consentito di vivere anche questa volta una coinvolgente esperienza di sinodalità ecclesiale.

Un piccolo neo: il pellegrinaggio diocesano al Santuario della Madonna di Crea sabato sera ha visto una scarsissima partecipazione di presbiteri e di fedeli laici e quindi qualche domanda occorre che ce la poniamo un po’ tutti.

Don Giampio Devasini, Vicario Generale

Riflessione del Vescovo al termine dell’Assemblea Diocesana di settembre 2018

Carissimi diocesani,

dopo la relazione di fratel Enzo Biemmi e il prezioso lavoro di confronto e di condivisione nei gruppi, a me tocca fare la sintesi di tutto ciò che è emerso in queste due serate.

Le relazioni elaborate dai diversi e numerosi gruppi hanno messo in evidenza sostanzialmente quattro aspetti importanti che desidero consegnare alle comunità e ad ogni singolo credente come stimolo per un rinnovato cammino pastorale.

1) Innanzitutto, la relazione di fr. Enzo sui forti cambiamenti in atto a livello ecclesiale, rispecchia la situazione reale e va portata a conoscenza delle Unità Pastorali e delle singole parrocchie facendone oggetto di approfondita riflessione.

In ogni comunità si devono convocare assemblee parrocchiali insieme a tutti i collaboratori (i Caep, i Consigli Pastorali, i catechisti e chiunque abbia un ruolo in parrocchia…) per rendere presente la situazione stimolando così ulteriori dibattiti e confronti.

2) Rilanciare fortemente le Unità Pastorali che si configurano come uno strumento fondamentale per vivere in modo realistico, costruttivo, aperto, cordiale… non un’epoca di cambiamenti ma un cambiamento d’epoca, come scrive in Evengelii Gaudium Papa Francesco.

Il discorso sulle unità pastorali e la loro concreta attuazione valorizzazione non può essere dilazionato o rinviato.

3) I testi di riferimento su cui fondare concretamente ogni riflessione e conseguente azione sono: l’assemblea diocesana del giugno 2017 con il relativo messaggio alla diocesi del vescovo Alceste e la mia lettera scritta dopo la prima visita alle 12 U.P. svolta nei primi mesi di quest’anno.

Sicuramente il materiale con tanti suggerimenti concreti non manca.

4) Dalle relazioni è emerso il giudizio positivo sul metodo dei lavori di gruppo.

Perché questo è il vero discernimento che andrebbe fatto in ogni comunità o a livello di U.P.

Siamo chiamati a coltivare un duplice sguardo: per ricentrarci su Gesù, sulla sua Parola e nello stesso tempo avere un’attenzione particolare al territorio dove concretamente sono situate le nostre parrocchie, dove la gente vive, ama, soffre, lavora, nasce, muore…

Quest’opera di discernimento deve diventare un “cammino sinodale “, cioè un cammino fatto insieme. Non dobbiamo aver paura del confronto; dobbiamo preoccuparci solo, perché sia un confronto ricco che costruisce e non demolisce, che arricchisce e non divide, di obbedire alla Comunione.

Vogliamo capire insieme come le nostre parrocchie sono chiamate, in questo contesto così cambiato a vivere la passione di annunciare la gioia del Vangelo.

Quanto abbiamo ascoltato sul futuro della Chiesa in Occidente tra qualche anno, in cui si delinea molto chiaramente che il Cristianesimo sarà accolto per scelta e sarà in minoranza; che sopravviveranno le comunità parrocchiali basate solo su relazioni autentiche; che l’iniziazione cristiana verrà impostata come un tirocinio alla vita cristiana; e che come alle origini si dovrà ritornare alla catechesi di primo annuncio  e ad una relativa mistagogia, ci deve davvero far ripensare tutta la nostra azione pastorale e quali decisioni prendere per non vanificare il lavoro e gli sforzi che le parrocchie stanno facendo.

Le soluzioni sono frutto del discernimento e dell’impegno serio di tutti i cristiani che vogliono vivere con autenticità il proprio battesimo.

“Noi continuiamo a dare i sacramenti a tutti e il Vangelo a qualcuno. Siamo invece chiamati a dare il Vangelo a tutti e i sacramenti a qualcuno”. Una frase ascoltata durante la relazione che deve farci seriamente riflettere e che ancora una volta ci richiama all’importanza dell’annuncio del kerigma. La bellezza dell’amore di Dio manifestato in Cristo morto e risorto. La bellezza, cioè il potere di attrazione di questo annuncio fatto con creatività. Tutta la prassi pastorale deve incentrarsi nel kerigma. Il primo annuncio non è qualcosa che si sente all’inizio poi si passa all’altro… Deve permeare tutta la nostra azione pastorale.

  • Proprio perché i discorsi fatti finora non rimangano sulla carta e nell’elenco dei buoni propositi, ho deciso di effettuare una visita pastorale approfondita alle 12 unità nel 2019.

La visita sarà fatta con il coinvolgimento delle parrocchie che compongono l’U.P. in modo che tutti gli incontri, le celebrazioni, i confronti e le diverse iniziative siano elaborate da tutte le comunità in un lavoro fatto insieme.

Nelle prossime settimane con i moderatori e i loro collaboratori vedremo di preparare lo svolgimento della visita, le modalità e il calendario.

Mi auguro che questa visita pastorale serva a ripensare e soprattutto a valorizzare le potenzialità del lavoro svolto in sinergia.

Vorrei che quel lavoro di programmazione della visita e di tutti gli incontri sia un paradigma del modo di lavorare poi insieme nel futuro a livello di U.P.

  • Un ruolo sempre più importante negli anni che verranno, sarà ricoperto dai collaboratori pastorali, che avranno il compito di aiutare e sostenere la vita delle comunità cristiane, ognuno con le proprie competenze e gli incarichi ricevuti.

Per questo motivo in Diocesi si stanno cercando persone nuove provenienti dalle nostre parrocchie per il nuovo Laboratorio di formazione per la collaborazione pastorale. Spero proprio che in questi anni si riescano a formare sempre più laici a servizio delle nostre parrocchie che ora stanno vivendo questa fase di transizione, che ci preoccupa e che ci trova impreparati, perché ancora rivolti con lo sguardo al passato e poco attenti al veloce cambiamento in atto nella nostra società.

Come tante volte ha ribadito papa Francesco ai giovani, non lasciamoci rubare la speranza soprattutto in questo momento di grande crisi e di purificazione.

Sotto la protezione di Maria, stella dell’evangelizzazione, mettiamo il nostro cammino pastorale, chiedendo a lei che ci aiuti a mettere al centro di ogni nostra iniziativa l’ascolto obbediente della Parola, che sola può portarci gioia e Luce.

Casale Monferrato 21 settembre 2018

                                                                                                       + Gianni Sacchi vescovo

Lettera del Santo Padre al popolo di Dio

Un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1 Cor 12,26). Queste parole di San Paolo risuonano con forza nel mio cuore constatando ancora una volta la sofferenza vissuta da molti minori a causa di abusi sessuali, di potere e di coscienza commessi da un numero notevole di chierici e persone consacrate. Un crimine che genera profonde ferite di dolore e di impotenza, anzitutto nelle vittime, ma anche nei loro familiari e nell’intera comunità, siano credenti o non credenti. Guardando al passato, non sarà mai abbastanza ciò che si fa per chiedere perdono e cercare di riparare il danno causato. Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi. Il dolore delle vittime e delle loro famiglie è anche il nostro dolore, perciò urge ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità.

1. Se un membro soffre

Negli ultimi giorni è stato pubblicato un rapporto in cui si descrive l’esperienza di almeno mille persone che sono state vittime di abusi sessuali, di potere e di coscienza per mano di sacerdoti, in un arco di circa settant’anni. Benché si possa dire che la maggior parte dei casi riguarda il passato, tuttavia, col passare del tempo abbiamo conosciuto il dolore di molte delle vittime e constatiamo che le ferite non spariscono mai e ci obbligano a condannare con forza queste atrocità, come pure a concentrare gli sforzi per sradicare questa cultura di morte; le ferite “non vanno mai prescritte”. Il dolore di queste vittime è un lamento che sale al cielo, che tocca l’anima e che per molto tempo è stato ignorato, nascosto o messo a tacere. Ma il suo grido è stato più forte di tutte le misure che hanno cercato di farlo tacere o, anche, hanno preteso di risolverlo con decisioni che ne hanno accresciuto la gravità cadendo nella complicità. Grido che il Signore ha ascoltato facendoci vedere, ancora una volta, da che parte vuole stare. Il cantico di Maria non si sbaglia e, come un sottofondo, continua a percorrere la storia perché il Signore si ricorda della promessa che ha fatto ai nostri padri: «Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,51-53), e proviamo vergogna quando ci accorgiamo che il nostro stile di vita ha smentito e smentisce ciò che recitiamo con la nostra voce.

Con vergogna e pentimento, come comunità ecclesiale, ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli. Faccio mie le parole dell’allora Cardinale Ratzinger quando, nella Via Crucis scritta per il Venerdì Santo del 2005, si unì al grido di dolore di tante vittime e con forza disse: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! […] Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Kyrie, eleison – Signore, salvaci (cfr Mt 8,25)» (Nona Stazione).

2. Tutte le membra soffrono insieme

La dimensione e la grandezza degli avvenimenti esige di farsi carico di questo fatto in maniera globale e comunitaria. Benché sia importante e necessario in ogni cammino di conversione prendere conoscenza dell’accaduto, questo da sé non basta. Oggi siamo interpellati come Popolo di Dio a farci carico del dolore dei nostri fratelli feriti nella carne e nello spirito. Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura, in un ambito dove i conflitti, le tensioni e specialmente le vittime di ogni tipo di abuso possano trovare una mano tesa che le protegga e le riscatti dal loro dolore (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 228). Tale solidarietà ci chiede, a sua volta, di denunciare tutto ciò che possa mettere in pericolo l’integrità di qualsiasi persona. Solidarietà che reclama la lotta contro ogni tipo di corruzione, specialmente quella spirituale, «perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità, poiché “anche Satana si maschera da angelo della luce” (2 Cor 11,14)» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 165). L’appello di San Paolo a soffrire con chi soffre è il miglior antidoto contro ogni volontà di continuare a riprodurre tra di noi le parole di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9).

Sono consapevole dello sforzo e del lavoro che si compie in diverse parti del mondo per garantire e realizzare le mediazioni necessarie, che diano sicurezza e proteggano l’integrità dei bambini e degli adulti in stato di vulnerabilità, come pure della diffusione della “tolleranza zero” e dei modi di rendere conto da parte di tutti coloro che compiono o coprono questi delitti. Abbiamo tardato ad applicare queste azioni e sanzioni così necessarie, ma sono fiducioso che esse aiuteranno a garantire una maggiore cultura della protezione nel presente e nel futuro.

Unitamente a questi sforzi, è necessario che ciascun battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale di cui tanto abbiamo bisogno. Tale trasformazione esige la conversione personale e comunitaria e ci porta a guardare nella stessa direzione dove guarda il Signore. Così amava dire San Giovanni Paolo II: «Se siamo ripartiti davvero dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo scorgere soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi» (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 49). Imparare a guardare dove guarda il Signore, a stare dove il Signore vuole che stiamo, a convertire il cuore stando alla sua presenza. Per questo scopo saranno di aiuto la preghiera e la penitenza. Invito tutto il santo Popolo fedele di Dio all’esercizio penitenziale della preghiera e del digiuno secondo il comando del Signore,[1] che risveglia la nostra coscienza, la nostra solidarietà e il nostro impegno per una cultura della protezione e del “mai più” verso ogni tipo e forma di abuso.

E’ impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio. Di più: ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita.[2] Ciò si manifesta con chiarezza in un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa – molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere e di coscienza – quale è il clericalismo, quell’atteggiamento che «non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente»[3]. Il clericalismo, favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo.

E’ sempre bene ricordare che il Signore, «nella storia della salvezza, ha salvato un popolo. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo. Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 6). Pertanto, l’unico modo che abbiamo per rispondere a questo male che si è preso tante vite è viverlo come un compito che ci coinvolge e ci riguarda tutti come Popolo di Dio. Questa consapevolezza di sentirci parte di un popolo e di una storia comune ci consentirà di riconoscere i nostri peccati e gli errori del passato con un’apertura penitenziale capace di lasciarsi rinnovare da dentro. Tutto ciò che si fa per sradicare la cultura dell’abuso dalle nostre comunità senza una partecipazione attiva di tutti i membri della Chiesa non riuscirà a generare le dinamiche necessarie per una sana ed effettiva trasformazione. La dimensione penitenziale di digiuno e preghiera ci aiuterà come Popolo di Dio a metterci davanti al Signore e ai nostri fratelli feriti, come peccatori che implorano il perdono e la grazia della vergogna e della conversione, e così a elaborare azioni che producano dinamismi in sintonia col Vangelo. Perché «ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 11).

E’ imprescindibile che come Chiesa possiamo riconoscere e condannare con dolore e vergogna le atrocità commesse da persone consacrate, chierici, e anche da tutti coloro che avevano la missione di vigilare e proteggere i più vulnerabili. Chiediamo perdono per i peccati propri e altrui. La coscienza del peccato ci aiuta a riconoscere gli errori, i delitti e le ferite procurate nel passato e ci permette di aprirci e impegnarci maggiormente nel presente in un cammino di rinnovata conversione.

Al tempo stesso, la penitenza e la preghiera ci aiuteranno a sensibilizzare i nostri occhi e il nostro cuore dinanzi alla sofferenza degli altri e a vincere la bramosia di dominio e di possesso che tante volte diventa radice di questi mali. Che il digiuno e la preghiera aprano le nostre orecchie al dolore silenzioso dei bambini, dei giovani e dei disabili. Digiuno che ci procuri fame e sete di giustizia e ci spinga a camminare nella verità appoggiando tutte le mediazioni giudiziarie che siano necessarie. Un digiuno che ci scuota e ci porti a impegnarci nella verità e nella carità con tutti gli uomini di buona volontà e con la società in generale per lottare contro qualsiasi tipo di abuso sessuale, di potere e di coscienza.

In tal modo potremo manifestare la vocazione a cui siamo stati chiamati di essere «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 1).

«Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme», ci diceva San Paolo. Mediante l’atteggiamento orante e penitenziale potremo entrare in sintonia personale e comunitaria con questa esortazione, perché crescano tra di noi i doni della compassione, della giustizia, della prevenzione e della riparazione. Maria ha saputo stare ai piedi della croce del suo Figlio. Non l’ha fatto in un modo qualunque, ma è stata saldamente in piedi e accanto ad essa. Con questa posizione esprime il suo modo di stare nella vita. Quando sperimentiamo la desolazione che ci procurano queste piaghe ecclesiali, con Maria ci farà bene “insistere di più nella preghiera” (cfr S. Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, 319), cercando di crescere nell’amore e nella fedeltà alla Chiesa. Lei, la prima discepola, insegna a tutti noi discepoli come dobbiamo comportarci di fronte alla sofferenza dell’innocente, senza evasioni e pusillanimità. Guardare a Maria vuol dire imparare a scoprire dove e come deve stare il discepolo di Cristo.

Lo Spirito Santo ci dia la grazia della conversione e l’unzione interiore per poter esprimere, davanti a questi crimini di abuso, il nostro pentimento e la nostra decisione di lottare con coraggio.

Vaticano, 20 agosto 2018

Francesco


[1] «Questa specie di demoni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» ( Mt 17,21).

[2] Cfr Lettera al Popolo di Dio pellegrino in Cile, 31 maggio 2018.

[3] Lettera al Cardinale Marc Ouellet, Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, 19 marzo 2016.