Alcune centinaia di casalesi oggi, domenica 3 maggio, sono saliti al santuario di Crea nell’annuale pellegrinaggio delle parrocchie della città. Un centinaio di giovani sono partiti a piedi da Casale, accompagnati da don Marco Calvo. A Madonnina un altro foltissimo gruppo, con don Marco Pivetta, si è unito per l’ultimo tragitto verso il Sacro Monte.
Tutti si sono ritrovati nel parcheggio dei pullman con chi aveva raggiunto il Santuario in auto per raggiungere processionalmente la basilica. Ad aprire la processione il rettore mons. Francesco Mancinelli. Una volta in chiesa, i pellegrini sono sfilati nella cappella dove è venerata l’effigie della Madonna. Quindi, la Messa sulla piazza del Santuario, presieduta dal vescovo mons. Gianni Sacchi. Pressoché tutte occupate le oltre 300 sedie preparate. La celebrazione è stata animata dalla corale interparrocchiale di Casale, diretta da Salvina De Grandi, con alla tastiera Edoardo. All’altare con il Vescovo il vicario generale mons. Désiré Azogou e don Eugenio Portalupi. Con loro hanno celebrato il rettore e i parroci della città. A rappresentare la città il sindaco Emanuele Capra e l’assessore Fiorenzo Pivetta.
Il Vescovo nell’omelia ha sottolineato le motivazioni del pellegrinaggio e si è soffermato sul ruolo di Maria che ci insegna a “camminare non da soli, ma come figli radunati, con lo sguardo fisso su Gesù”.
Siamo nella casa di Maria – ha detto il Vescovo, dove “possiamo deporre ciò che portiamo nel cuore: le gioie e le fatiche, le speranze e le preoccupazioni delle nostre famiglie, delle nostre parrocchie, della nostra città. Anche il forte desiderio di pace nel mondo…”.
Monsignor Sacchi ha invitato i pellegrini ad affidare a Maria “anche il nostro desiderio di unità. Perché il futuro della Chiesa nelle nostre terre passerà sempre più attraverso la capacità di fare insieme, di superare i particolarismi, di riconoscere che siamo un unico popolo”.
Questo il testo dell’omelia del vescovo mons. Gianni Sacchi
Cari fratelli e sorelle,
siamo saliti oggi a questo amato Santuario di Crea come popolo in cammino. Non siamo venuti da soli: siamo venuti come città, come Chiesa che vive in Casale, come famiglie, come comunità. Questo pellegrinaggio non è soltanto uno spostamento geografico, ma un gesto profondamente spirituale: è il segno di una Chiesa che si rimette in cammino, che sente il bisogno di ritrovare l’essenziale, che desidera affidarsi.
Perché siamo qui? Perché abbiamo bisogno di una Madre. Perché, anche quando siamo adulti nella fede, restiamo figli che cercano un abbraccio. E qui, nella casa di Maria, possiamo deporre ciò che portiamo nel cuore: le gioie e le fatiche, le speranze e le preoccupazioni delle nostre famiglie, delle nostre parrocchie, della nostra città. Anche il forte desiderio di pace nel mondo…
Questo pellegrinaggio vissuto insieme – parroci, fedeli, istituzioni – è già una parola di Vangelo. È segno di comunione, di unità, di quella fraternità che non è scontata ma va costruita giorno per giorno. In un tempo segnato spesso da frammentazione e individualismo, il fatto che le parrocchie di una città si mettano insieme, camminino insieme, preghino insieme, è una testimonianza forte. È una profezia.
La Parola di Dio di questa quinta domenica di Pasqua illumina profondamente ciò che stiamo vivendo. Gesù ci consegna una delle affermazioni più alte e decisive del Vangelo: “lo sono la via, la verità e la vita”. Anzitutto: “lo sono la via”. Non dice: “lo indico una via”, ma: “lo sono la via”. Questo cambia tutto.
La fede non è anzitutto un sistema di idee, ma un cammino dietro una persona. È movimento, è dinamismo, è uscita da sé. E allora comprendiamo il senso del nostro pellegrinaggio: non siamo venuti semplicemente a “visitare” un santuario, ma a lasciarci rimettere in cammino da Cristo.
La fede – come ricordava un Vescovo – comincia dai piedi: bisogna alzarsi, bisogna andare. Anche le nostre comunità sono chiamate a questo: non restare ferme, non chiudersi nelle abitudini, ma camminare. Camminare insieme. Pensare insieme. Portare insieme le fatiche pastorali, le sfide educative, le domande dei giovani, le fragilità delle famiglie. Solo così possiamo guardare al futuro con speranza.
Poi Gesù dice: “lo sono la verità”. Ma questa verità non è qualcosa da possedere, da chiudere in formule, da usare contro gli altri. Quando pensiamo di “avere” la verità, rischiamo di trasformarla in motivo di divisione. Per Gesù la verità è viva, è personale, è relazione: è Lui stesso. Si entra nella verità non dominandola, ma seguendola.
Non imponendola, ma lasciandosi trasformare. E qui il pellegrinaggio diventa ancora più eloquente: chi cammina sa di non possedere tutto, sa di essere in ricerca, sa di aver bisogno. Il pellegrino è un uomo umile. E solo chi è umile può incontrare la verità.
Infine, Gesù dice: “lo sono la vita”. Una vita che non è semplicemente quella biologica, ma quella piena, definitiva, quella che nasce dall’amore e si compie nell’amore. Gesù, parlando della casa del Padre, ci dice che c’è un posto per ciascuno. Nessuno è escluso. Nessuno è dimenticato. Ma questa vita comincia già ora: ogni gesto di amore, ogni vittoria sull’egoismo, ogni scelta di servizio è già anticipo di quella pienezza.
E qui, carissimi, si inserisce in modo luminoso la presenza di Maria. L’Oriente cristiano venera le icone… e una delle icone mariane più famose è quella della Madre Odigitria, colei che indica la Maria non trattiene a sé, non attira su di sé lo sguardo, ma lo orienta verso il Figlio. Con la mano ci dice: “Guardate Lui. Seguite Lui”. È esattamente ciò che disse a Cana: “Fate quello che vi dirà”.
Maria è la Madre che accompagna il nostro cammino, ma è anche la Maestra che ci insegna a non fermarci a lei, bensì a passare attraverso di lei per arrivare a Cristo. È la Madre che ci prende per mano e ci conduce sulla via, che è Gesù. Oggi allora, davanti a lei, in questo santuario, vogliamo affidare tutto: le nostre parrocchie, chiamate a camminare insieme; le nostre famiglie, spesso provate ma ancora capaci di amore; i nostri giovani, in ricerca di senso; la nostra città, con le sue fatiche e le sue speranze. Affidiamo anche il nostro desiderio di unità. Perché il futuro della Chiesa nelle nostre terre passerà sempre più attraverso la capacità di fare insieme, di superare i particolarismi, di riconoscere che siamo un unico popolo.
Maria ci insegna proprio questo: camminare non da soli, ma come figli radunati, con lo sguardo fisso su Gesù. E allora, fratelli e sorelle, ripartiamo da qui. Ripartiamo con il cuore consolato, ma anche provocato. Ripartiamo sapendo che la fede è un cammino, che la verita e una persona da seguire, che la vita è un dono da condividere. E mentre scendiamo da questo Santuario per tornare alla quotidianità, portiamo con noi una certezza: non siamo soli. Abbiamo una Madre che ci accompagna. Abbiamo un Signore che ci precede. E la strada, anche quando è faticosa, conduce alla pienezza della vita.




