La Diocesi di Casale ha un nuovo sacerdote: don Fabio Boltri. E’ stato consacrato oggi, sabato 25 aprile, in Cattedrale dal vescovo mons. Gianni Sacchi. Alla solenne celebrazione erano presenti anche i vescovi mons. Alceste Catella e mons. Luciano Pacomio, tantissimi sacerdoti della Diocesi di Casale e anche i superiori del Seminario di Novara, i compagni di studio, diaconi e seminaristi. Nel primo banco la famiglia del novello sacerdote, parenti e anche il sindaco di Villanova Monferrato, dove attualmente don Fabio era impegnato come diacono.

Don Fabio ha 32 anni ed è originario di Cereseto. Ha conseguito il baccalaureato, la licenza e il dottorato in Teologia a Roma e ha completato la sua preparazione al Seminario di Novara.

Nella sua omelia, mons. Sacchi ha tratteggiato le caratteristiche di un buon sacerdote, e ha anche invitato la tutta la comunità diocesana  a pregare per le vocazioni.  Il Vescovo ha anche fatto un’analisi del momento attuale della storia della Chiesa: “Il cammino sinodale ci ha consegnato una consapevolezza chiara: la fede non può più essere data per scontata. Non lo è nella società, ma talvolta neppure nelle nostre comunità.  La trasmissione della fede non avviene più spontaneamente e tradizionalmente.  E questo ci chiede una conversione pastorale reale e coraggiosa. Non si tratta semplicemente di aggiustare qualche attività, ma di rimettere al centro la fede stessa: vissuta, celebrata, custodita, trasmessa”.

Al nuovo sacerdote il Vescovo ha chiesto anche di “non camminare da solo”, ma nel contesto del presbiterio e della comunità cristiana.

Questo il testo dell’omelia del Vescovo

el clima luminoso della Pasqua, in questa nostra Chiesa Cattedrale, celebriamo oggi un evento di grazia che riempie di gioia il cuore della nostra diocesi: il nostro diacono Fabio diventa prete.

Questa grazia si inserisce nella festa di San Marco evangelista: è il giorno del Vangelo, ed è il giorno di un uomo chiamato a diventare trasparenza del Vangelo, voce della Parola, segno vivo della presenza del Risorto in mezzo al suo popolo.

È un dono grande per te, caro don Fabio, per la tua famiglia, per le comunità che ti hanno accompagnato, ed è un dono per tutta la nostra Chiesa di Casale, chiamata oggi — in un tempo di cambiamento profondo — a ritrovare il centro della sua fede e della sua missione.

La Parola di Dio che abbiamo ascoltato illumina in profondità questo mistero.

Il profeta Geremia ci riporta all’origine di ogni vocazione: “Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto… ti ho consacrato”.

La vocazione sacerdotale non nasce da un progetto umano, ma da uno sguardo eterno di Dio.

Non sei tu ad aver scelto, ma sei stato scelto.

E come Geremia, anche tu hai conosciuto la tua fragilità: “Non so parlare, non mi sento degno di dono così grande…”.

Ma Dio non ritira la chiamata davanti alla debolezza: la attraversa, la assume, la trasfigura.  “Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca”. Questo è decisivo: tu non annuncerai te stesso, ma Cristo.  Non porterai idee tue, ma una Parola che ti precede e ti supera.  E questa Parola dovrai prima lasciarla abitare in te, perché solo una Parola ruminata nella preghiera diventa parola viva per gli altri.

La prima lettera di Pietro ci consegna lo stile del ministero: “Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri”. Il presbitero è un uomo umile perché sa di essere stato scelto gratuitamente.  È un uomo che si affida: “Gettate in Dio ogni vostra preoccupazione, perché Egli ha cura di voi”. In un tempo come il nostro, segnato da trasformazioni rapide e profonde, questa parola acquista un’urgenza nuova.

Il cammino sinodale ci ha consegnato una consapevolezza chiara: la fede non può più essere data per scontata. Non lo è nella società, ma talvolta neppure nelle nostre comunità.  La trasmissione della fede non avviene più spontaneamente e tradizionalmente.  E questo ci chiede una conversione pastorale reale e coraggiosa. Non si tratta semplicemente di aggiustare qualche attività, ma di rimettere al centro la fede stessa: vissuta, celebrata, custodita, trasmessa. Questo comporta: una rinnovata centralità della liturgia, come luogo in cui il mistero di Cristo raggiunge oggi la vita;  comunità capaci di ascoltare davvero le persone, di accompagnarle, di formarle;  il coraggio di ripensare i cammini di iniziazione cristiana e di ricominciamento nella fede;  il ritorno al primo annuncio, all’essenziale del Vangelo.  E tutto questo sarà possibile solo con presbiteri e laici convinti, appassionati, disponibili a lasciarsi mettere in discussione e guidare dallo Spirito.

Il Vangelo ci introduce nel cuore del ministero: “Io sono il buon pastore”. Gesù ci consegna tre tratti fondamentali. Il pastore dà la vita per le pecore. Cristo compie la sua missione facendosi Agnello.  E continua a donarsi ogni giorno nell’Eucaristia.  Qui, caro don Fabio, è la sorgente del tuo ministero. Il cuore del prete deve imparare a “indugiare” davanti al Signore, a sostare davanti all’Eucaristia, a vivere in amicizia con Cristo. Solo così si passa — secondo l’espressione di san Gregorio Magno — dal dulciter ruminare al suaviter pascere, dalla dolcezza della contemplazione alla soavità della cura pastorale. Senza questa radice contemplativa, il ministero si inaridisce;  con essa, diventa fecondo.

Il pastore conosce le sue pecore. Non si tratta di una conoscenza esteriore, ma di una relazione che nasce dalla comunione con Cristo. Oggi questo significa saper ascoltare davvero la vita delle persone, le loro domande, le loro ferite, il loro bisogno di senso.   Significa non avere risposte facili, ma lasciarsi anche inquietare. Abbiamo bisogno di una Chiesa che non si presenti come autosufficiente, ma che sappia mostrarsi anche fragile, capace di stare “ad altezza d’uomo”, condividendo le domande e le fatiche dell’umanità. Tu sii un prete così: capace di relazione, tessitore di fraternità, uomo che vive con e non sopra, che non passa accanto a nessuno con indifferenza.

Il pastore è al servizio dell’unità. “Un solo gregge, un solo pastore”. La missione non è mai chiusa.  Non possiamo accontentarci.  Siamo inviati a tutti, anche a chi è lontano, anche a chi ha smarrito la fede. E tutto questo prende forma concreta nel gesto che tra poco vivremo:  l’imposizione delle mani. Nel silenzio solenne della liturgia, io imporrò le mani su di te: è il segno attraverso il quale lo Spirito Santo ti configura a Cristo Pastore. Ma subito dopo, anche tutti i presbiteri presenti imporranno le loro mani sul tuo capo. Questo gesto, antico e densissimo, dice qualcosa di essenziale per la tua vita: tu non sei ordinato per te stesso.
Tu sei ordinato dentro un presbiterio. La tua identità sacerdotale nasce lì: nella comunione con il Vescovo e con i confratelli.  Non esistono preti isolati, autosufficienti, autoreferenziali.  Non esiste un ministero vissuto in solitudine. L’imposizione delle mani da parte del presbiterio manifesta che: sei inserito in una fraternità reale, non solo affettiva ma sacramentale;   sei corresponsabile della missione della Chiesa, non un battitore libero;  sei chiamato a condividere il peso e la gioia del ministero.  Il sacerdote è sempre un uomo  in relazione: con Cristo, con il Vescovo, con il presbiterio, con il popolo di Dio. E questa comunione è già annuncio,  è già testimonianza, in un mondo segnato dall’individualismo e dalla frammentazione.

Caro don Fabio, custodisci questa fraternità.  Cercala, vivila, difendila.  Non camminare mai da solo.

E dentro questa comunione, vivi fino in fondo la tua chiamata: come uomo dell’Eucaristia, che impara a donare la vita;  come uomo della Parola, che annuncia con fedeltà;  come uomo delle relazioni, che costruisce comunità fraterne, corresponsabili, missionarie.  Cerca di essere un pastore secondo il cuore di Cristo. Attraverso di te, Egli continuerà ad annunciare, a santificare, ad amare.

E ora, fratelli e sorelle, permettetemi una ultima, accorata esortazione. Questa ordinazione è un dono grande, ma anche un segno che interpella tutti noi.   La Chiesa vive di vocazioni.  E le vocazioni nascono dove si prega, dove si crede, dove si ama. Per questo chiedo a tutta la nostra diocesi: non stanchiamoci di pregare per le vocazioni. Chiedo alle nostre parrocchie, alle famiglie, alle comunità religiose: fate della preghiera per le vocazioni una fedeltà quotidiana. E in modo particolare lo chiedo ai nostri oratori, ai luoghi dove vivono e crescono i giovani: siano spazi in cui non si abbia paura di proporre la domanda decisiva della vita, spazi in cui si impara ad ascoltare la voce del Signore, spazi in cui si accompagna con rispetto e coraggio il discernimento. I giovani hanno bisogno di vedere preti felici, credibili, appassionati.  Hanno bisogno di testimoni.

E allora, mentre rendiamo grazie per don Fabio, chiediamo al Signore che continui a chiamare, che susciti nel cuore di tanti giovani il desiderio di donarsi totalmente a Lui. Affidiamo questa supplica a Maria, Madre del Buon Pastore. Custodisca lei le vocazioni, le accompagni, le faccia fiorire. E la nostra Chiesa continui a generare pastori secondo il cuore di Cristo.

Amen.