In preghiera per ottenere il dono della pace. Nel pomeriggio di sabato11 aprile, la comunità si è stretta attorno al vescovo mons. Gianni Sacchi in Cattedrale a Casale rispondendo all’invito del Papa a pregare per la cessazione dei conflitti. La preghiera si è articolata in due momenti: l’adorazione meditata del Santissimo esposto sull’altare e la celebrazione della Messa. Con il Vescovo anche il vicario generale mons. Désiré Azogou. A loro per la Messa si è aggiunto il canonico Renato Dalla Costa. Ad animare l’adorazione e la liturgia eucaristica con il canto la corale cittadina diretta da Anna Maria Figazzolo, con all’organo Matteo Camagna. Durante la Messa sono state proclamate le lettura della domenica, con il Vangelo nel quale, dopo la resurrezione, è narrato il racconto di Gesù che visita gli apostoli (“Pace e voi!…” il suo saluto), mentre fra loro manca Tommaso.

Questo il testo integrale dell’omelia del Vescovo

Fratelli e sorelle carissimi,
“La sera di quel giorno…”. Il Vangelo ci riporta dentro quella prima Pasqua, ma insieme ci introduce anche nell'”ottavo giorno”, il giorno della comunità radunata, il giorno della Chiesa, il giorno in cui il Risorto continua a venire in mezzo ai suoi.
È il giorno che oggi viviamo in questa cattedrale, convocati attorno all’altare per fare memoria viva della Pasqua del Signore. E il Vangelo insiste su un verbo decisivo:
Gesù “venne” e “stette in mezzo”. Non resta lontano, non rimane nel passato, ma entra nelle nostre porte chiuse, nelle nostre paure, nei nostri conflitti, nelle nostre ferite personali e anche nelle ferite della storia.
E la sua prima parola è una parola che oggi risuona con particolare urgenza: “Pace a voi!”. Non è un semplice saluto. È un dono. È una realtà nuova che nasce dal suo costato trafitto. Mostra le mani e il fianco: la pace che Gesù offre non è fragile, non è superficiale, non è una tregua momentanea. È una pace che nasce dall’amore portato fino alla fine, dall’offerta della vita, dal perdono che vince il male alla radice.
Fratelli e sorelle, oggi celebriamo questa Eucaristia con un’intenzione particolare, in comunione con tutta la Chiesa: la pace nel mondo, come ci è stato chiesto con forza da papa Leone XIV nel messaggio Urbi et Orbi di Pasqua. Nella Domenica delle Palme il Santo Padre ha affermato con forza: Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”. Il Santo Padre ha guardato al mondo con realismo e dolore, parlando di una situazione internazionale segnata da tensioni, violenze, guerre che sembrano non finire, popoli stremati, innocenti che soffrono. E ha rivolto un appello accorato: non possiamo abituarci alla guerra, non possiamo rassegnarci alla logica della violenza.
La pace non è un’utopia, ma una responsabilità. E allora questa parola del Risorto – “Pace a voi!” – non è solo consolazione per il cuore dei discepoli, ma è mandato per la Chiesa. Infatti, subito dopo, Gesù aggiunge: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. La pace ricevuta diventa missione. Non possiamo custodirla solo per noi. Siamo inviati a portarla nel mondo. Guardiamo ai discepoli: erano chiusi, impauriti, paralizzati. Le porte sprangate sono l’immagine non solo della loro paura, ma anche delle nostre chiusure: diffidenze, divisioni, incapacità di perdonare, logiche di contrapposizione. Eppure, proprio lì, Gesù si pone “in mezzo”. Non aspetta che siano migliori, non aspetta che siano pronti: entra nella loro fragilità. Questa è una grande speranza anche per noi: la pace non nasce quando tutto è risolto, ma quando Cristo entra nelle nostre ferite.
E poi c’è Tommaso. La sua assenza diventa simbolica: finché resta fuori dalla comunità, non riesce a credere. Chiede di vedere, di toccare. È il nostro volto: anche noi fatichiamo a credere, chiediamo prove, certezze. E Gesù non lo respinge. Torna “otto giorni dopo”, proprio nel giorno della comunità riunita, e si offre a lui: “Metti qui il tuo dito…”. È una condiscendenza che commuove: Dio non ha paura delle nostre domande, non si scandalizza dei nostri dubbi. Li attraversa, li assume, li guarisce.
E da quel contatto nasce la più alta professione di fede: “Mio Signore e mio Dio!”. Fratelli e sorelle, questa è la meta anche per noi: una fede che non elimina il dubbio per forza, ma lo trasfigura nell’incontro. E tuttavia Gesù aggiunge una beatitudine che ci riguarda direttamente: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. È la beatitudine della Chiesa, la nostra beatitudine. Noi non eravamo nel cenacolo, ma siamo qui, nell'”ottavo giorno”, dove il Risorto continua a venire: nella Parola proclamata, nei segni del pane e del vino, nella comunione fraterna, nella Chiesa radunata.
Come ci ricorda la prima lettura, la comunità apostolica viveva “un cuor solo e un’anima sola”, spezzando il pane e condividendo tutto. La pace del Risorto si traduceva in uno stile di vita. E qui si innesta con forza l’appello del Santo Padre. Se il mondo è attraversato da conflitti, guerre e tensioni, la risposta non può essere solo diplomatica o strategica.
E necessaria, certo. Ma non basta. La pace comincia da qui, dall’Eucaristia, dal cuore trasformato, dalla comunità riconciliata. Non ci sarà pace tra i popoli se non impariamo: a perdonarci nelle famiglie, a costruire relazioni vere nelle comunità, a disarmare il cuore prima ancora delle mani.
La pace che invochiamo oggi non è astratta: è una pace che deve passare attraverso di noi. Papa Leone XIV nella Messa il pomeriggio del 28 marzo nel Principato di Monaco ha detto: “La purificazione dall’idolatria, che rende gli uomini schiavi di altri uomini, si compie come santificazione, dono di grazia che rende gli uomini figli di Dio, fratelli e sorelle tra di loro. Questo dono illumina il nostro presente, perché le guerre che lo insanguinano sono frutto dell’idolatria del potere e del denaro. Ogni vita spezzata è una ferita al corpo di Cristo. Non abituiamoci al fragore delle armi, alle immagini di guerra! La pace non è mero equilibrio di forze, è opera di cuori purificati, di chi vede nell’altro un fratello da custodire, non un nemico da abbattere”.
Fratelli e sorelle, quando tra poco ci scambieremo il segno della pace, ricordiamoci: non è un gesto formale, ma un atto profondamente pasquale. È dire: la pace che ho ricevuto da Cristo voglio offrirla anche a te. E quando usciremo da questa cattedrale, saremo inviati nel mondo come testimoni di questa pace.
Chiediamo al Signore, per intercessione della Vergine Maria, Madre della speranza: il dono della pace per i popoli feriti dalla guerra, la sapienza per i governanti, la consolazione per chi soffre, e per noi, la grazia di diventare artigiani di pace, nel quotidiano. Allora anche il nostro mondo, ferito e inquieto, potrà ascoltare ancora quella parola che non passa: “Pace a voi!”.