Lunedì 2 febbraio, il vescovo mons. Gianni Sacchi nella chiesa di Sant’Antonio ha presieduto la Messa della festa della Presentazione di Gesù al tempio (la “Candelora”) con la Giornata di vita consacrata. Don Eugenio Portalupi, delegato vescovile per la vita consacrata, ha tracciato il quadro della presenza di religiosi e religiose: “Attualmente sono 34 – tra maschi e femmine – le persone consacrate che lavorano nella nostra Diocesi e fanno parte del buon lievito che viene quotidianamente immesso nella nostra società civile locale”.
Nell’occasione sette suore (non tutte presenti) sono state festeggiate per il quinquennio, o suo multiplo, di professione religiosa: suor Mireille, 10 anni, suor Stephie, 10, suor Elise, 25 (Figlie di Nostra Signora di Lourdes), sorella Maria, 55, sorella Liliana, 50 (Associazione Silenziosi operai della Croce), suor Andreina, 15 (congregazione San Giuseppe Benedetto Cottolengo), sorella Melchior, 5 (Sorelle di Maria Stella Matutina). Sono state le religiose festeggiate e le loro consorelle, all’inizio della celebrazione, a guidare la processione tenendo in mano le candele accese appena benedette dal Vescovo.
Questa l’omelia del Vescovo.
Care sorelle e cari fratelli, la liturgia di oggi ci conduce al Tempio di Gerusalemme, quaranta giorni dopo il Natale. Il Bambino che abbiamo contemplato nella mangiatoia entra ora nello spazio santo della Legge, della promessa e dell’attesa.
Con la Presentazione di Gesù al Tempio celebriamo una festa che la tradizione orientale ha chiamato “Hypapanté”, cioè l’incontro: l’incontro tra Dio e il suo popolo, tra la promessa e il suo compimento, tra l’attesa dell’uomo e la fedeltà di Dio.
In questo giorno, la Chiesa celebra anche la Giornata della vita consacrata. Siamo lieti di avere con noi le religiose e i religiosi che vivono e operano nella nostra Diocesi, alcuni dei quali ricordano anniversari significativi di professione. A ciascuno va il nostro ringraziamento sincero: per la vostra presenza, ma soprattutto per la vostra vita donata. Un saluto particolare rivolgo al delegato vescovile per la vita consacrata, don Eugenio.
La Legge di Mosè prescriveva che ogni primogenito fosse presentato al Signore e che la madre compisse il rito della purificazione. Maria e Giuseppe obbediscono alla Legge. Eppure, ciò che avviene quel giorno supera ogni previsione: non è solo un bambino ad essere offerto a Dio, ma è Dio stesso che si offre all’umanità. Nel Tempio, Simeone e Anna diventano voce profetica di questa rivelazione. Quel Bambino è proclamato: “Luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”. Il Tempio diventa così il luogo in cui l’umanità riconosce il suo Signore.
E oggi, fratelli e sorelle, questo Tempio è la Chiesa. È qui che continuiamo a incontrare Cristo ad ascoltare la sua Parola, a riceverlo nell’Eucaristia. Non esiste un incontro autentico con Cristo che prescinda dalla Chiesa, suo Corpo vivo nella storia.
La preghiera dopo la Comunione lo esprime con grande profondità: come Simeone poté stringere tra le braccia il Salvatore prima di morire, così anche noi nutriti dal Pane eucaristico, camminiamo incontro al Signore per possedere la vita eterna.
Ogni domenica, ogni Eucaristia, e “Hypapanté”, è incontro reale con il Dio vivente.
Accanto al segno dell’incontro, la liturgia ci consegna un altro segno essenziale: la luce. La Candelora non è un gesto devozionale secondario, ma un linguaggio potente della fede.
La candela accesa proclama che Cristo è la luce che vince le tenebre. Ma proclama anche qualcosa di più impegnativo: che noi, illuminati nel Battesimo, siamo chiamati a diventare luce.
Nessuno accende una lampada per nasconderla. E Cristo non ha acceso in noi la luce della fede perché resti privata, intimistica, o confinata negli spazi sacri.
Qui emerge un serio esame di coscienza per tutti: quando viviamo la fede solo per noi stessi, dimenticando gli altri; quando accendiamo la “candela” in chiesa e la spegniamo nella vita quotidiana.
La luce che siamo chiamati a diffondere ha un nome preciso: l’amore.
Gesù è venuto a portare il fuoco sulla terra, il fuoco dell’amore che si dona fino alla fine. E chiede ai suoi discepoli di essere testimoni di questo amore concreto: nell’ascolto, nel servizio, nel perdono, nella pazienza, nella compassione.
L’Eucaristia ci rivela un amore immeritato, che ci precede nonostante le nostre fragilità. Da questo amore nasce la missione: diventare luce che illumina e riscalda.
Care consacrate e cari consacrati, questa Parola oggi è rivolta in modo particolare a voi.
In tempi segnati dalla diminuzione delle vocazioni e dalla fatica del cammino, può affacciarsi la tentazione dello scoraggiamento, la sensazione di essere “anziani” e senza futuro. Eppure, la liturgia ci mette davanti due anziani, Simeone e Anna, che non hanno perso la speranza. Il segreto della loro gioia è semplice e radicale: non si sono allontanati dal Signore. Gli occhi di Simeone erano occhi che attendevano e speravano.
Non cediamo allo sguardo mondano che spegne la speranza, ma rimaniamo in contatto quotidiano con il Signore, nella preghiera e nell’adorazione. È lì che la speranza si custodisce e si rinnova. La vostra vocazione è questo: essere, nella Chiesa e per il mondo, segno di un’attesa che non delude, memoria viva che Dio è fedele alle sue promesse.
Cari fratelli e sorelle, oggi celebriamo una festa di luce e di incontro. Chiediamo al Signore di non perdere mai il desiderio di incontrarlo e il coraggio di lasciarci illuminare da Lui.
E chiediamo che la vita consacrata continui ad essere, nella nostra Chiesa, una lampada accesa, segno profetico di speranza, bellezza e dono totale.
Noi vi saremo vicini con la preghiera e con l’amicizia, riconoscenti per ciò che siete e per ciò che, silenziosamente, continuate a donare.




