Il vescovo mons. Gianni Sacchi ha presieduto la Messa nella solennità della dedicazione della Cattedrale di Casale, avvenuta il 4 gennaio di 919 anni fa, da parte di papa Pasquale II. Alla Messa c’erano il capitolo dei canonici, alcuni parroci, l’arciconfraternita di Sant’Evasio. Ad animare la liturgia il coro diretto da Anna Maria Figazzolo.
Il Vescovo ha aperto la celebrazione spiegando che “qui, dove dal lontano anno 1107 la fede del popolo cristiano è stata custodita, annunciata e celebrata, riconosciamo con umiltà e gratitudine che Dio, pur non potendo essere contenuto da alcun tempio, ha voluto porre la sua dimora in mezzo a noi. Questa chiesa Cattedrale, segnata dalla presenza della cattedra del Vescovo, è il segno visibile della comunione ecclesiale: qui la Chiesa di Casale Monferrato si manifesta nella sua forma più piena, radunata attorno al suo pastore, perseverante nell’ascolto della Parola, nello spezzare il pane e nella carità fraterna”.
Questo il testo dell’omelia
Un saluto cordiale e riconoscente ai signori canonici del Capitolo della Cattedrale, ai sacerdoti concelebranti, ai diaconi, e a tutto il popolo santo di Dio che vive e cammina in questa Chiesa di Casale.
Oggi celebriamo una festa che tocca il cuore della nostra identità ecclesiale: la dedicazione della nostra Chiesa Cattedrale, avvenuta 919 anni fa. Una storia lunga secoli, segnata dalla fede di generazioni di credenti che qui hanno pregato, pianto, ringraziato, sperato.
Ogni festa liturgica, però, chiede di non fermarsi alla memoria o alla cornice solenne. Ci interroga personalmente e comunitariamente: che cosa dice questa celebrazione alla mia fede? Che rapporto ha con la mia vita concreta?
Per entrare nel cuore della Solennità possiamo partire da una domanda fondamentale, che attraversa tutta la Scrittura e anche le letture di oggi: dove abita Dio? La preghiera di Salomone, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, nasce proprio da questa domanda. Il re, davanti al tempio appena consacrato, riconosce con grande umiltà: “Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti”. Dio è più grande di ogni edificio, più grande di ogni spazio sacro. Nessun tempio può rinchiuderlo, nessuna costruzione può possederlo. E tuttavia – ed è questo il mistero – Dio sceglie di farsi vicino, di “mettere la sua tenda” in mezzo al suo popolo. Salomone lo sa e per questo osa chiedere: “I tuoi occhi siano aperti notte e giorno su questo luogo… ascolta la preghiera che il tuo servo ti rivolge”.
Dio non è contenuto dal tempio, ma si lascia incontrare nel tempio. Non perché abbia bisogno di una casa, ma perché noi abbiamo bisogno di luoghi dove educare il cuore alla sua presenza. Questo mistero raggiunge la sua pienezza in Gesù Cristo. Dopo il Natale appena celebrato comprendiamo meglio che Dio ha scelto di abitare non anzitutto in una costruzione di pietra, ma in una carne umana, in un volto, in una vita concreta. Il vero tempio è Cristo stesso: in Lui Dio s rende accessibile, visibile, vicino.
E proprio per questo – come ci ricorda il Vangelo di Zaccheo – Dio sceglie di abitare anche nelle case nei cuori. “Oggi devo fermarmi a casa tua”. Zaccheo non entra nel tempio; è Gesù che entra nella sua vita. Ed è li che avviene la salvezza: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”. Ecco allora la grande rivelazione: Dio abita nel suo Figlio, Dio abita nella comunità dei credenti, Dio desidera abitare nel cuore di ciascuno di noi.
Lo dice con forza anche la seconda lettura: la prima comunità cristiana non è descritta da mura o strutture, ma da uno stile di vita. “Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere”. Quella comunità era il tempio vivo di Dio, perché abitata dallo Spirito, dalla carità, dalla gioia condivisa.
Ed ecco allora il senso profondo della nostra Cattedrale. Se Dio abita nei cuori e nella comunità, a che cosa serve questa chiesa di pietra? Serve a questo: a convocarci. Qui Cristo ci attende per farci Chiesa. Qui veniamo radunati non come individui isolati, ma come popolo. Qui impariamo a diventare pietre vive, come direbbe l’apostolo Pietro, tenute insieme dalla stessa fede e dalla stessa carità.
Se potessimo ascoltare il linguaggio silenzioso di queste mura, delle colonne, delle pietre, forse ci direbbero: guardate come siamo unite, ciascuna al suo posto, secondo un progetto più grande. E voi, con quale spirito vi riunite? In questa assemblea noi realizziamo una vera architettura spirituale: ciascuno conta, ciascuno è necessario. Poco importa essere visibili o nascosti, in alto o nelle fondamenta. Importa sapere che ognuno dà e riceve, sostiene ed è sostenuto. Importa sapere che ogni fatica, ogni servizio, ogni dono ha senso perché concorre alla bellezza del tempio di Dio che è la Chiesa. Ma la dedicazione di una Cattedrale porta con sé anche un rischio: quello di rinchiuderci nel tempio, di accontentarci della bellezza delle liturgie senza lasciarci trasformare.
Il Vangelo di Zaccheo ci mette in guardia: l’incontro con Cristo non può restare senza conseguenze. Se Gesù entra davvero nella casa della nostra vita, qualcosa cambia. Nascono scelte nuove, gesti concreti di giustizia, di restituzione, di carità. A che servono liturgie solenni e curate, se poi non diventano vita vissuta? A che serve una Chiesa bella nelle pietre, se non è luminosa nella testimonianza? Chiediamo allora al Signore che questa Cattedrale sia davvero ciò che è chiamata a essere: cuore pulsante della Diocesi, scuola di comunione, casa aperta, luogo di ascolto e di conversione.
Che la sua bellezza artistica sia segno di una bellezza più profonda: quella di una Chiesa che vive il Vangelo, che accoglie Cristo come Zaccheo, che persevera nella comunione come la prima comunità cristiana.
E così, rinnovando oggi la memoria della sua dedicazione, lasciamoci rinnovare anche noi, perché ciascuno possa dire con verità: oggi il Signore ha trovato casa in mezzo a noi, e nella mia vita.




