CASALE – “Che questo Natale porti davvero luce e forza a tutti. Alle famiglie, ai bambini, agli anziani, a chi è nella gioia e a chi è nella prova. E una preghiera particolare, questa notte, per chi si sente più vicino alla croce del Nazareno che alla culla del Bambino. Anche li, anche ora, Dio è presente. Perché il Bambino di Betlemme è il Crocifisso risorto per noi. E questa è la grande gioia annunciata dagli angeli. Una gioia che nessuna notte potrà spegnere”.

Così il vescovo mons. Gianni Sacchi ha concluso l’omelia nella Messa della notte di Natale.

Tanti i fedeli in Cattedrale per la solenne celebrazione, animata dalla corale diretta da Anna Maria Figazzolo, con all’organo Matteo Camagna. Con il Vescovo hanno concelebrato il parroco del Duomo,. mons. Désiré Azogou, e il penitenziere della Cattedrale, can. Danilo Biasibetti.

All’omelia mons. Sacchi si è soffermato sul mistero del Natale: “Noi stessi diventiamo luce, perché la nostra vita diventa dimora di Dio, luogo abitato dal suo mistero, dalla sua presenza luminosa. Questo è il grande misterioso scambio che celebriamo nella notte santa: la luce di Dio entra nella nostra notte e la nostra notte diventa luminosa. La tradizione dei Padri della Chiesa lo ha espresso con parole di straordinaria audacia: il Figlio di Dio nasce come figlio dell’uomo, perché noi possiamo rinascere come figli di Dio. Dio, in Gesù Cristo, assume la nostra carne, e noi riceviamo in dono il suo Spirito. È lo scambio mirabile della salvezza, il cuore stesso del Natale”.

Al termine della celebrazione, il Vescovo ha incensato il presepe allestito in Cattedrale, poi nel nartece, accanto al grande albero di Natale e alla natività d’autore, come è ormai tradizione si è intrattenuto con tutti i fedeli che hanno voluto augurargli buon Natale.

Questo il testo dell’omelia

Carissimi fratelli e sorelle, un antico e suggestivo poema della tradizione ebraica, noto come “Il poema delle quattro notti” , afferma che Dio sceglie la notte per rivelarsi e per operare la salvezza.

Le grandi opere di Dio – quelle già compiute nella storia e quelle che attendiamo nel compimento finale – accadono nella notte.

E tuttavia, la Scrittura è chiara: Dio non ama la notte.

Dio è luce, e vuole che ogni realtà viva nella luce. Il primo gesto che Dio compie all’inizio della creazione non è la separazione delle  acque né la formazione della terra, ma la creazione della luce: “Dio disse: Sia la luce! E la luce fu”.

Non è soltanto il primo gesto in ordine cronologico: è il gesto originario, l’archetipo di ogni azione divina. Ogni volta che Dio agisce, fa nascere luce. Ogni sua opera dissipa le tenebre, vince la notte.

Questa notte, qui nella Cattedrale, Chiesa madre della Diocesi, radunati attorno all’altare celebriamo i gesti con cui Dio continua a vincere la nostra notte.

All’inizio della creazione Dio pronuncia la sua Parola e la luce irrompe nel buio.

All’inizio della nuova creazione, che celebriamo nel mistero del Natale, Dio pronuncia ancora la sua Parola.

Ma ora lo fa in modo inaudito e definitivo: non soltanto con il suono della voce, ma nella nostra carne. La Parola eterna si fa carne, carne della nostra carne. E così anche la nostra carne è chiamata a diventare luce.

Non soltanto, come dice il profeta Isaia, un popolo che camminava nelle tenebre vede una grande luce; non soltanto ci è donato di camminare nella luce.

Il mistero del Natale ci rivela qualcosa di ancora più profondo: noi stessi diventiamo luce, perché la nostra vita diventa dimora di Dio, luogo abitato dal suo mistero, dalla sua presenza luminosa. Questo è il grande misterioso scambio che celebriamo nella notte santa: la luce di Dio entra nella nostra notte e la nostra notte diventa luminosa.

La tradizione dei Padri della Chiesa lo ha espresso con parole di straordinaria audacia: il Figlio di Dio nasce come figlio dell’uomo, perché noi possiamo rinascere come figli di Dio.

Dio, in Gesù Cristo, assume la nostra carne, e noi riceviamo in dono il suo Spirito.

È lo scambio mirabile della salvezza, il cuore stesso del Natale.

A Natale ci scambiamo doni. Ma il dono decisivo, quello che fonda tutti gli altri, è questo scambio tra Dio e l’uomo: noi offriamo al Figlio la nostra umanità, ed egli ci dona la sua vita divina.

Tra poco lo chiederemo nella Preghiera sulle offerte, una delle più dense e audaci di tutto l’anno liturgico. Rivolgendoci al Padre diremo: “Accetta, o Padre, la nostra offerta in questa notte di luce, e per questo misterioso scambio di doni trasformaci nel Cristo tuo Figlio, che ha innalzato l’uomo accanto a te nella gloria”. Non chiediamo soltanto che il pane e il vino siano trasformati nel Corpo e nel Sangue di Cristo. Chiediamo che noi stessi siamo trasformati in Cristo, che diventiamo un solo Corpo, il suo Corpo, innalzato nella gloria del Padre. E chiediamo che questo avvenga per questo misterioso scambio di doni.

Ma allora la domanda diventa inevitabile: che cosa possiamo offrire a Dio? Che cosa possiamo portare davanti a lui? Dio, in Gesù, ci offre se stesso. E dunque anche a noi è chiesto di offrire noi stessi. Nulla di più. Nulla di meno.

In questa notte non sono i sapienti né i potenti a raggiungere per primi la mangiatoia, ma i pastori: uomini poveri, marginali, spesso giudicati impuri. Essi sembrano arrivare a mani vuote. In realtà portano il dono più prezioso: la loro vita.

Portano la capacità di stupirsi. Portano orecchi capaci di ascoltare una parola inattesa.

Portano occhi capaci di riconoscere un segno di Dio nella fragilità di un bambino.

Portano la fatica della veglia, il peso del lavoro, la loro storia segnata da ombre.

Portano anche il loro peccato, la lor povertà, la loro notte.

Ed è proprio tutto questo che il Signore accoglie.

Non c’è nulla nella nostra vita che Gesù non desideri ricevere in dono. Nulla che egli non possa trasformare. Ha accolto l’acqua e l’ha trasformata in vino. Ha accolto pochi pani e li ha trasformati i nutrimento per molti. Ha accolto l’incredulità e l’ha trasformata in fede. Ha accolto il peccato e la paura e li ha trasformati in amore che salva. Ha accolto persino il legno della croce e ha trasformato nel trono della sua gloria

Questo è il misterioso scambio che celebriamo nella notte di Natale.

E ciascuno di noi, in silenzio, è chiamato domandarsi: che cosa il Signore attende oggi da me? Quale parte della mia vita desidera accogliere per trasfigurarla ne sua luce?

Carissimi, mentre offriamo la nostra vita al  Signore e riceviamo la sua vita in dono, siamo inviati a portarlo fuori da questa Cattedrale, nel cuore della storia e dell’umanità.

Nella logica dell’incarnazione, il Signore ha scelto di continuare a donarsi attraverso la sua Chiesa, attraverso i nostri gesti, le nostre parole, la nostra vita. Lui uscirà condotto da noi e noi usciremo condotti da lui.

Il dono portato e il dono ricevuto fanno della vita di Cristo e della nostra vita un unico dono per la vita del mondo.

Essere innalzati nella gloria di Dio significa diventare Corpo di Cristo donato.

Non per compiere gesti straordinari, ma perché ogni gesto semplice, ogni atto di amore, ogni fedeltà quotidiana sia unito al grande dono che Cristo fa di sé.

Ecco ciò che celebriamo in questa notte santa: il Figlio di Dio nasce nella nostra carne perché ogni gesto della nostra carne rinasca in lui.

Che questo Natale porti davvero luce e forza a tutti. Alle famiglie, ai bambini, agli anziani, a chi è nella gioia e a chi è nella prova. E una preghiera particolare, questa notte, per chi si sente più vicino alla croce del Nazareno che alla culla del Bambino.

Anche li, anche ora, Dio è presente. Perché il Bambino di Betlemme è il Crocifisso risorto per noi. E questa è la grande gioia annunciata dagli angeli. Una gioia che nessuna notte potrà spegnere.