Tanti fedeli in Cattedrale a Casale per la celebrazione della “notte più santa dell’anno”, quella della notte di Pasqua. Una celebrazione cominciata alle 21,30 nel Nartece, per la benedizione del fuoco e l’accensione del cero pasquale, e conclusasi verso le 23,45 con la benedizione solenne del vescovo mons. Gianni Sacchi e la consegna alle parrocchie del centro storico dell’acqua e del fuoco benedetti durante la funzione.
Durante la Messa il Vescovo ha anche amministrato la Cresima a nove giovani: Mario, Rosangela, Beatrice, Simone, Luca, Giovanna, Carmine, Linda e Gioia Anna.
Nell’omelia, il Vescovo ha ripercorso e spiegato il significato della celebrazione, interrogandosi su che cosa significa essere cristiani oggi.

Ecco il testo integrale dell’omelia di mons. Sacchi

Innanzitutto, un benvenuto a tutti voi che siete qui, alle 5 comunità del centro storico che, con i loro parroci don Désiré, don Eugenio e don Franco, i sacerdoti e diaconi hanno celebrato il triduo pasquale con il suo vertice in questa suggestiva celebrazione.
Un saluto a Mario, Rosangela, Beatrice, Simone, Luca, Giovanna, Carmine, Linda e Gioia Anna, che riceveranno la Cresima: un benvenuto anche alle loro famiglie con parenti e amici.
Carissimi fratelli e sorelle, questa notte è la più grande tra tutte le notti: “Haec est nox!” abbiamo cantato nell’Exsultet. Non è una semplice commemorazione, ma l’irruzione della Pasqua nel tempo, il mistero che si fa presente e ci coinvolge.
La Chiesa, madre sapiente, ci ha condotti passo dopo passo dentro questo mistero attraverso segni e parole, perché non assistessimo da spettatori, ma entrassimo come partecipi nella vita nuova del Risorto.
Abbiamo iniziato nel buio. Non solo il buio della notte, ma quel buio che abita il cuore dell’uomo: il peccato, la paura, la morte. E proprio li, nel Nartece, è stato acceso il fuoco nuovo. Questo fuoco non è semplicemente un simbolo: è Cristo stesso, luce che non tramonta.
Come canta l’Exsultet: “La fiamma, pur divisa in tante luci, non estingue il suo vivo splendore”. Il cero pasquale, segnato con l’alfa e l’omega, con l’anno del Signore, ci ricorda che Cristo è il Signore del tempo e della storia. In Lui tutto trova compimento.
Carissimi, questa luce non è da contemplare soltanto: è da accogliere. Quante volte viviamo come se la notte fosse definitiva! Quante volte il cristiano si lascia vincere dal pessimismo, dalla rassegnazione, dalla sfiducia nel bene! Ma questa notte ci dice con forza: la luce ha vinto. L’evangelista Giovanni lo aveva proclamato: “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1,5).
Poi ci siamo messi in ascolto. Non di parole qualsiasi, ma della grande storia di Dio con l’uomo: dalla creazione al sacrificio di Abramo, dal passaggio del Mar Rosso alla promessa dei profeti. Questa lunga liturgia della Parola non è un ricordo del passato: è la rivelazione di un Dio fedele. Un Dio che non abbandona mai il suo popolo, neppure quando esso si smarrisce. E infine il Vangelo: “Non è qui, è risorto!”. Queste parole non sono un annuncio tra tanti: sono il centro della fede. San Paolo lo dice con chiarezza: “Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede”. Ma Cristo è davvero risorto, e allora nulla è più come prima.
Fratelli e sorelle, la Parola ascoltata ci interpella: crediamo davvero che Dio guida la nostra storia o il caos, un cieco destino… Oppure viviamo come se tutto dipendesse solo dalle nostre forze?
Tra poco benediremo l’acqua, invocando lo Spirito perché la renda grembo di vita. L’acqua del Battesimo non è solo un rito del passato: è la nostra identità più profonda. San Paolo ci ha ricordato: “Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4).
Essere cristiani significa questo: vivere da risorti. Ma cosa significa concretamente? Significa non appartenere più al peccato, non essere più schiavi del male, non lasciarsi determinare dalla logica del mondo. Significa vivere nella libertà dei figli di Dio. Questa notte, rinnovando le promesse battesimali, rinunceremo al male e professeremo la fede. Non è un gesto formale: è una scelta radicale.
Dopo il momento battesimale giungeremo al vertice: l’Eucaristia. Tutto converge qui. Il fuoco, la Parola, l’acqua sono preludio a questo incontro reale: Cristo risorto in mezzo a noi, che si dona nel suo Corpo e nel suo Sangue. Non celebriamo un’assenza, ma una presenza. Non ricordiamo un morto, ma incontriamo il Vivente. Come i discepoli di Emmaus, anche noi lo riconosciamo “nello spezzare il pane”. E questo cambia tutto: la tristezza si trasforma in gioia, la fuga in missione.
Carissimi, questa Veglia non può rimanere chiusa tra queste mura. La Pasqua esige di essere vissuta. Oggi il cristiano è chiamato a testimoniare la risurrezione in un mondo spesso segnato da smarrimento, indifferenza religiosa, perdita di senso. Viviamo in un tempo in cui molti non attendono più nulla, non sperano più in nulla. Eppure, proprio qui si gioca la nostra missione: essere segni viventi della Pasqua. Nelle famiglie, dove l’amore è provato: portare la luce del perdono. Nella società, segnata da divisioni: essere operatori di riconciliazione. Nella Chiesa stessa: vivere una fede non stanca, ma ardente. Papa Francesco con le sue espressioni efficaci ci aveva ricordato che il cristiano non può avere “una faccia da funerale”: la gioia pasquale è il segno della fede autentica.
Fratelli e sorelle, questa notte ci consegna una certezza incrollabile:
Cristo è risorto, e noi con Lui. Lasciamoci raggiungere dalla sua luce, plasmiamo la nostra vita sulla sua Parola, rinnoviamo ogni giorno la grazia del nostro Battesimo e accostiamoci con fede all’Eucaristia. E allora anche la nostra esistenza, con le sue fatiche e le sue prove, diventerà una Pasqua: passaggio dalla morte alla vita, dal peccato alla grazia, dalla paura alla speranza.
Con la Chiesa intera, possiamo proclamare: “Questa è la notte in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro!”.