LETTERA DEL VESCOVO A CONCLUSIONE DELLA VISITA DELLE 12 UNITA’ PASTORALI

Carissimi moderatori, sacerdoti, diaconi e tutto il santo popolo di Dio,
dopo aver concluso il giro di conoscenza delle 12 unità pastorali della nostra diocesi, vorrei consegnarvi alcune mie riflessioni scaturite soprattutto dall’incontro con i sacerdoti ed i fedeli laici che ho avuto in quelle serate e dalle relazioni che ogni moderatore mi ha consegnato.

Il mio predecessore, il caro vescovo monsignor Alceste Catella, aveva istituito le unità pastorali con un suo decreto il 18 luglio 2015 emanando il documento relativo “Unità Pastorali. Orientamenti e norme”. Forse oggi si ha l’impressione che queste unità siano nate a tavolino, fatte calare dall’alto, ma ci si dimentica che nel 2015 non si era partiti dal nulla: quel documento di istituzione era frutto di una sperimentazione articolata e cominciata ben cinque anni prima nel 2010.

Il problema è che forse da parte di tanti, sacerdoti e fedeli laici, non ci si è messi in gioco per offrire contributi veramente motivati così da far decollare nel migliore dei modi una simile impostazione pastorale.

Forse non si è voluto analizzare realisticamente il futuro che ci aspetta.

Sulla necessità di un cambiamento di prospettiva e di visione della pastorale nella nostra diocesi è sufficiente consultare l’elenco dei sacerdoti residenti con la data di nascita da cui risulta che dai:

31/35 anni sono 4
36/40 anni 1
41/45 anni sono 5
46/50 anni sono 9
51/55 anni sono 4
56/60 anni sono 5
61/65 anni sono 2
66/70 anni sono 4
71/75 anni sono 7
76/80 anni sono 3
81/85 anni sono 6
86/90 anni sono 7
91/95 anni sono 2
59 sacerdoti incardinati + 6 stranieri che svolgono un servizio in diocesi, ma non sono incardinati.

Da questi dati si fa presto a prevedere che tra 10 anni ci sarà una forte riduzione dei sacerdoti ancora in attività pastorale e tra vent’anni il numero sarà dimezzato con tutte le conseguenze che questo comporterà.
Questa realistica visione della situazione ci aiuta a prendere seriamente in considerazione il diverso progetto pastorale e di presenza ecclesiale sul territorio espresso proprio dalle unità pastorali.
Rileggendo quel testo di istituzione del 2015 si individuano subito i principi ispiratori delle unità pastorali che sono tre e che richiamo sinteticamente cercando di rileggerli alla luce degli incontri che ho fatto.

1) Valorizzare ogni ministero e carisma dei fedeli laici che dovranno assumere sempre più un ruolo di corresponsabilità nelle attività pastorali.

Si è cercato di fare questo?

A me sembra che siamo ancora molto lontani da questo obiettivo.

L’inadeguata formazione di molti laici che si accompagna al clericalismo di alcuni di loro rende davvero difficile il passaggio dal ruolo di esecutori a quello di coelaboratori.

Urge riflettere molto su questo aspetto.

2) Vivere e progettare una pastorale missionaria per realizzare quella “Chiesa in uscita“ cara a Papa Francesco, che sappia andare verso tutti quelli che sono lontani, ai margini o indifferenti al messaggio evangelico.

Per ora si sta portando avanti una pastorale di conservazione dell’esistente con risultati che diventano sempre più deludenti per il diminuire costante della partecipazione e con difficoltà sempre più crescenti nel tenere in piedi un modello ormai inadeguato di evangelizzazione.

Domandiamoci: che cosa si sta facendo per vivere la missionarietà che è appunto quel modello di Chiesa che auspica Papa Francesco?

3) Progettare una pastorale di insieme tra le parrocchie e comunità in modo che l’unità pastorale non sia solo un’entità astratta, ma uno stimolo per concreti progetti pastorali coelaborati insieme e poi insieme realizzati.

Si nota che nella maggior parte delle unità pastorali manca la coelaborazione pastorale (stabilire delle mete, praticabili in quella determinata situazione, comuni e condivise e, solo dopo e non prima, individuare insieme le cose da fare per raggiungere tali mete e poi, ogni tanto, verificare, sempre insieme se si stanno realizzando le mete individuate) mentre continua pacificamente la collaborazione nelle celebrazioni di sacramenti, sacramentali, pii esercizi. Si può individuare una possibile ragione all’origine di questo fenomeno: alcune parrocchie cittadine e qualche parrocchia extraurbana tendono a considerarsi autosufficienti a motivo delle persone e delle strutture di cui dispongono. Mi chiedo: autosufficienza rispetto a che cosa? Rispetto all’elaborazione ed attuazione di strategie pastorali capaci di rispondere alle complesse sfide del nostro tempo? Certamente no. Su questo fronte o si dialoga e si lavora insieme o insieme si va inesorabilmente verso la deriva.

In molte equipes di unità pastorale sono abbastanza rapidamente prevalsi: delusione, demotivazione, stanchezza, sfiducia e quindi assenteismo. È peraltro mancata, mi pare, una seria riflessione sulle ragioni ultime di tali fenomeni.

E anche mancata la comunicazione, il “ foglio di collegamento “– cartaceo/on-line – all’interno delle unità pastorali. In ogni caso questo collegamento o questo foglio è mancato tra le unità pastorali.

Come più volte ribadito nei vari incontri delle unità pastorali, tutta questa nuova visione di Chiesa sul territorio che ufficialmente è partita nel 2015, potrà realizzarsi gradualmente se usciamo anche da uno schema mentale che ha guidato la nostra pastorale finora.

E questo discorso riguarda i ministri ordinati che per primi devono mettersi in gioco e i fedeli che devono entrare in quest’ottica nuova che chiede una conversione di tutti a livello personale.

Ma a questo punto entra in gioco anche la visione che i presbiteri hanno su una comune immagine teologica e storico pratica di Chiesa.

La visione di Chiesa/parrocchia che ci aveva consegnato il Concilio di Trento e che ci portiamo ancora appresso o la Chiesa del Concilio Vaticano II e di papa Francesco?

Dobbiamo essere capaci di superare la logica del “si è sempre fatto così!” per andare verso nuove prospettive che apparentemente comporteranno dei sacrifici, ma che potranno dare risposte concrete alle necessità pastorali.

Dobbiamo anche andare oltre al fatto che magari tutti sono d’accordo sui cambiamenti che verranno proposti, ma che si facciano in casa d’altri.

Come i primi evangelizzatori, ci troviamo oggi ad affrontare situazioni pastorali nuove e nuove sfide che la nostra società ha generato.

La nostra pastorale oggi, rispetto al passato, deve tener conto di tante situazioni nuove facendo percepire sempre più prossimità con la gente. Penso ai modi in cui un parroco si può accostare a coloro che chiedono il sacramento del Matrimonio cristiano: da burocrate che prepara documenti oppure da padre che sa far riscoprire il vero volto della Chiesa accogliente, capace di ascolto, capace di calarsi nelle situazioni concrete della vita di oggi e soprattutto della vita di queste coppie.

Lo stesso discorso vale per i genitori che chiedono il battesimo per i loro figli o i sacramenti della cresima e della prima eucarestia.

Sono tutte occasioni importantissime per un approccio da valorizzare nel migliore dei modi. Anche il momento della morte di una persona cara è un’occasione preziosa per far sentire la vicinanza  e la partecipazione al dolore di una famiglia dell’intera comunità. Lo stesso discorso di vicinanza si applica anche nel caso delle fragilità come la malattia, la sofferenza, l’anzianità.

Oltre alla pastorale “ ordinaria “ delle nostre comunità parrocchiali, mi sembrerebbe opportuno rivalutare il nostro amato santuario Mariano di Crea riproponendo i pellegrinaggi annuali preparati spiritualmente con motivazioni pastorali precise.

Penso al pellegrinaggio annuale di ogni parrocchia, a quello di Unità Pastorale, e a quello di tutta la città di Casale con tutte le parrocchie. Oltretutto a Crea è giunta, come una benedizione, la comunità monastica delle suore domenicane che sono a disposizione per incontri, ritiri, formazione spirituale e accompagnamento personale.

In ogni parrocchia, dove è possibile, o a livello di unità pastorale, si potrebbe istituire

il “ giorno della Parola “. Un giorno settimanale dove si ascoltano e si commentano le letture della domenica successiva, seguendo così il cammino dell’anno liturgico e approfondendo le ricchezze straordinarie della parola di Dio.

Anche per la catechesi degli adulti si può partire da strumenti diversi: proponendo incontri sull’arte con tematiche cristiane, incontri sulla musica, incontri su temi di attualità che toccano i problemi della gente.

La visita pasquale alle famiglie è un altro aspetto da non sottovalutare. Magari in alcuni c’è indifferenza o addirittura rifiuto, ma per la maggioranza delle persone è un momento bello di condivisione e di vicinanza. È una espressione della Chiesa in uscita…

Più la parrocchia è capace di mostrare il suo volto familiare e accogliente, aperto ad una grande capacità relazionale, e più sarà in grado di attrarre le persone.

Certamente è l’intera comunità cristiana che esprime il volto di una parrocchia. Il parroco può fare molto, ma tutti i collaboratori di cui si circonda sono l’immagine della parrocchia che si vuole trasmettere.

Nei prossimi anni con una forte riduzione dei presbiteri, sempre più laici preparati e competenti in materia, dovranno assumersi il compito di curare e seguire le strutture parrocchiali e le chiese, seguire le attività pastorali classiche (catechesi, animazione liturgica, servizio della carità…) e quelle dell’oratorio, in modo che i bambini, i ragazzi e i giovani trovino sempre proposte e un punto di riferimento aperto tutto l’anno e non solo per le attività estive.

Il Servizio diocesano per la pastorale dei giovani  è a disposizione di tutte le U.P. per ogni richiesta di aiuto e collaborazione.

ALCUNE PROPOSTE CONCRETE DA CUI RIPARTIRE:

Prendere – da parte di alcuni/e parroci/parrocchie – rapido commiato da ogni illusoria pretesa di autosufficienza, da una pastorale individualista ed introversa talvolta espressione di miopi e quindi pericolose autoreferenzialità.
Valorizzare il ruolo dei moderatori curandone la formazione con incontri specifici anche con l’ausilio di esperti in materia.
Avere come membri delle equipes di U.P. persone formate e motivate individuandole possibilmente non tra “i soliti noti” (come invece è tendenzialmente avvenuto nel 2010 e nel 2015). A questo riguardo, una particolare attenzione va prestata alle persone che hanno frequentato il Laboratorio per collaboratori pastorali ottenendo una valutazione positiva da parte dei formatori.
Il futuro delle U.P. si giocherà soprattutto sulla collaborazione di coloro che hanno competenze specifiche nel campo della catechesi, della liturgia, della carità, della pastorale giovanile, dell’amministrazione e della missione, perché sempre di più da collaboratori diventino effettivamente animatori e corresponsabili di tutti i settori della pastorale.

Chiedo a tutti gli uffici diocesani competenti di aiutare tutte le unità pastorali a compiere questo lavoro anche sul territorio per facilitare questa formazione.

Fare in modo che i ministri ordinati così come le equipes di U.P. si riuniscano con cadenza mensile.
Curare con impegno gli incontri delle equipes di U.P. Il che significa, tra l’altro: pensare e attuare dinamiche di gruppo volte a favorire la conoscenza reciproca dei singoli e delle comunità; approfondire, alla luce innanzitutto della Parola di Dio, tematiche che toccano la vita della gente e che rappresentano le sfide di fondo di questa nostra società sempre più complessa.
Lanciare/rilanciare il summenzionato “foglio di collegamento”.
Proseguire con il Laboratorio di formazione per collaboratori pastorali invitando i parroci a segnalare persone idonee, sensibili e disponibili a mettersi a servizio della propria U.P.
Prevedere (là dove è possibile) la creazione di un sito di U.P. che possa mettere in rete tutti gli avvisi e le iniziative di quella unità.
Una particolare attenzione andrà riservata alla parrocchia e al suo ruolo in questo contesto che è notevolmente cambiato rispetto al passato.
Papa Francesco al numero 28 di Evangelii gaudium scrive: “La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità. Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie». Questo suppone che realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi. La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione. Attraverso tutte le sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evangelizzazione. È comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario. Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione”.

Come ho ripetutamente sottolineato nella visita alle unità pastorali dovremo rivedere la situazione delle nostre 115 parrocchie e valutare, con il parere dei vari organismi consultivi e dei parrocchiani frequentanti, la possibilità di accorpare anche legalmente le parrocchie del medesimo comune che magari già da tempo lavorano insieme o lo dovranno fare nei prossimi anni.

Credo sia opportuno valutare se continuare a far esistere parrocchie con numeri ridottissimi di abitanti che non rappresentano più una realtà ecclesiale effettiva, in cui non si celebrano quasi più o per niente i sacramenti dell’iniziazione cristiana e che quindi senza le nuove generazioni risultano, anche nei prossimi anni, senza più vitalità apostolica.

Queste piccole parrocchie potrebbero essere accorpate ad altre vicine per unire le forze.

Mi rendo conto che questo è un discorso delicato e che susciterà discussioni, resistenze e levate di scudi, ma non possiamo dimenticare che la ragion d’essere di una parrocchia non è quella di perpetuare se stessa ad ogni costo, al limite della sopravvivenza e neppure di custodire memorie, tradizioni e arte; tutte realtà belle e indiscutibili.

Lo scopo di una parrocchia, come ha scritto Papa Francesco, è quello primario e ineludibile di costruire comunità missionarie, capaci di generare alla fede le nuove generazioni di bambini, ragazzi, giovani e famiglie che sono il futuro della nostra presenza cristiana sul territorio.

Il messaggio che mi pare faccia fatica ad entrare nelle nostre teste e nei nostri cuori – a cominciare dalle teste e dai cuori di noi preti (domando: fa fatica perché non ci è stato spiegato bene o, come penso, perché non ci piace?) – è questo: le U.P. si distinguono da altre – precedenti o attuali – forme di cooperazione non perché si decide, ogni tanto o come stile, di fare insieme alcune cose ma perché si decide insieme dove si vuole andare. Ora, l’obiettivo primario e cioè l’obiettivo cui tutti gli altri obiettivi sono finalizzati è il costruire sinergie fra parrocchie vicine per evangelizzare il territorio. Questa è l’identità-missione dell’U.P. che viene allora a configurarsi come l’immagine storico-pratica – e cioè qui e ora – della identità-missione della Chiesa: annuncio vivente del Vangelo agli uomini di ogni epoca e di ogni luogo. Sì, come ci ha ricordato Papa Francesco nella Evangelii gaudium, la Chiesa o è missionaria o non è. Docili agli impulsi dello Spirito, riprendiamo allora con rinnovato vigore il cammino, certi che la strada imboccata è quella giusta, consapevoli che alcuni cambiamenti richiedono tempi lunghi, incoraggiati da ciò che di buono in qualche UP è sbocciato o sta sbocciando, sia pure tra mille difficoltà-resistenze-fatiche.

Casale Monferrato, 20 maggio 2018
Solennità di Pentecoste

+ Gianni Sacchi Vescovo