C’è un senso profondo che abita le parole prima che l’uso comune le svuoti ed è proprio verso questo significato che il teologo prof. don Claudio Doglio ha accompagnato il pubblico martedì 15 aprile in Seminario a Casale nell’ultima conferenza per il ciclo “Crescere con la Parola” (nel contesto di Cantiere Speranza), curato da mons. Luciano Pacomio. Un percorso alla riscoperta del valore teologico del termine “pace” spogliato dalle incrostazioni moderne, per riscoprire la densità spirituale dello Shalom biblico. In un itinerario sempre supportato dai testi, Doglio ha dimostrato come la pace non sia assenza di guerra, ma pienezza di vita e dono del Cristo risorto.
“Pace a voi” pronuncia, per ben tre volte, Gesù nell’incontro con gli apostoli dopo la sua risurrezione, una formula che va svuotata della sua valenza di saluto stereotipato, ma intesa in tutta la sua profondità di senso esegetico. Cristo non porta la pace agli apostoli, ma è egli stesso la pace come indicato efficacemente nella lettera agli Efesini di San Paolo, al versetto 14, del secondo capitolo: “(Cristo) è la nostra pace, colui che ha fatto dei due uno solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia”.
Una inimicizia, ha spiegato Doglio, voluta dall’uomo che, a causa del peccato, ha percepito Dio come antagonista e lo ha temuto. Un muro che Dio, attraverso Gesù fatto uomo, ha abbattuto: “Dio con la crocifissione si è fatto fare di tutto dall’uomo, ha accettato tutto, senza reagire, a dimostrazione dell’amore profondo che ha verso l’umanità. Questa riconciliazione non poteva essere attuata dagli uomini perché non ne sarebbero stati capaci, è stata realizzata da Gesù incarnato”.
Un dono che viene dall’alto. Per questo, la formula “Pace a voi” porta in sé anche il significato di un passaggio di consegne, diventa un compito: Gesù ha riconciliato l’uomo con Dio, ora coloro che hanno ricevuto la pace, vivono cioè la completezza della loro umanità, possono essere portatori di pace. Ma il significato è ancora più profondo, in Giovanni 14, 28, durante l’ultima cena, Gesù dice: “Vado e vengo da voi”. Spiega Doglio: “Si tratta di due verbi al presente che indicano la contemporaneità dell’avvenimento. Il fatto che Gesù arrivi al Padre, significa andare verso la morte in croce, è la realizzazione piena dell’opera di salvezza”, ma l’andare al Padre, significa contemporaneamente entrare nella vita dei discepoli con lo Spirito: Cristo attraverso il suo sacrificio e la conseguente riconciliazione dell’umanità con Dio, entra nella vita di ogni uomo. Il cambiamento diventa evidente negli atteggiamenti dei discepoli che, dopo la morte di Gesù, sono spaesati, hanno paura, solo con la risurrezione trovano in sé la forza della predicazione, un atteggiamento ancora più manifesto nel comportamento di Pietro, che prima rinnega Gesù e poi gli dedica completamente la sua vita. In loro è entrato lo Spirito. E’ questa presenza di Cristo in noi che porta pienezza di vita, intesa come completezza e gioia.
“San Tommaso – ha precisato Doglio – ci parla della gioia come presenza del bene amato. Quando il bene che amiamo è presente siamo contenti. Se si tratta del sommo bene, che è Dio presente in noi, quella è la gioia cristiana, la contentezza che diventa pace perché realizza pienamente la persona”. La pace è quindi dono, compito e gioia. Una gioia piena, traboccante, che da serenità e completezza. Sta a noi, in un mondo sconvolto dalla guerra, anche solo nei piccoli gesti quotidiani, proseguire il mandato che ci è stato lasciato da Gesù perdonando. “Il peccato – ha concluso Doglio – è stato sempre inteso come una macchia, qualcosa che è in più, che si aggiunge, ma in realtà, il peccato è una mancanza, un vuoto, l’impotenza umana. La pace è il superamento del vuoto, è presenza divina, è pienezza di vita”.
Elisa Massa




