Tanti fedeli hanno sfidato il caldo oggi, sabato 15 agosto, per salire al Santuario di Crea e prendere parte alla solenne celebrazione presieduta dal vescovo mons Gianni Sacchi nella festività di dell’Assunzione di Maria al Cielo, la festa patronale del Santuario monferrino. Quella che il rettore mons. Francesco Mancinelli ha ricordato che viene anche definita “la Pasqua della Beata Vergine assunta in Cielo dopo la morte in anima e corpo”, che non ha conosciuto la corruzione della morte. E Maria è l’esempio di quanto avverrà per tutti i credenti.

Come ogni anno, alla celebrazione hanno presenziato anche esponenti delle istituzioni. Quest’anno fra i tanti pellegrini c’era anche Carla Rabezzana, 94 anni, la cugina di secondo grado di papa Francesco, che aveva accolto in casa sua il Pontefice a Portacomaro e al quale era particolarmente legata. L’anziana era a Crea con un gruppetto di astigiani e ha voluto confessarsi nel la basilica del Santuario.

La liturgia è stata animata dalla Cappella musicale della Cattedrale di Casale diretta da Anna Maria Figazzolo e con all’organo Matteo Camagna. Una folta rappresentanza degli Alpini si è occupata del trasporto dell’effigie della Madonna di Crea attorno al Sacro monte per la processione. L’Oftal ha invece curato il servizio di accompagnamento a chi distribuiva la Comunione.

Il Vescovo nell’omelia si è soffermato sulla’Assunzione di Maria.  “Carissimi, oggi siamo saliti a Crea – ha detto -. Tra poco scenderemo nuovamente verso le nostre case, le nostre famiglie, le nostre comunità. Questo Santuario, posto sul colle, ci ricorda che abbiamo bisogno di salire per vedere la nostra vita da un’altra prospettiva. Ma si sale per poi scendere. Si contempla Maria nella gloria per imparare a vivere meglio sulla terra. Si guarda il cielo per amare maggiormente la vita. Non guardiamo allora il nostro corpo con tristezza pensando soltanto a ciò che perderà con il trascorrere degli anni. Guardiamolo con gratitudine per tutto il bene che attraverso di esso possiamo ancora compiere e con speranza per ciò che Dio gli ha promesso. Nulla di ciò che abbiamo veramente amato andrà perduto. Maria Assunta ci precede. È già là dove noi speriamo di arrivare. Chiediamole allora che anche noi sappiamo alzarci e andare in fretta verso chi ci attende. Le nostre mani facciano del bene. I nostri piedi vadano incontro a chi è solo. Le nostre parole consolino. I nostri occhi sappiano vedere chi ha bisogno. Le nostre braccia sappiano ancora accogliere.  E allora, mentre camminiamo ancora sulla terra, qualcosa della risurrezione sarà già cominciato dentro di noi. Maria Assunta in cielo, Madre della speranza, prega per noi”.

Al termine della celebrazione il Vescovo ha inoltre invitato tutti a unirsi a lui nella preghiera per la richiesta del dono della pioggia. Un “appello” già lanciato la scorsa settimana sia a Crea sia nelle altre chiese della Diocesi.

 

Questo il testo completo dell’omelia del vescovo mons. Gianni Sacchi

Carissimi fratelli e sorelle, è una grande gioia ritrovarci oggi nel nostro Santuario di Crea per celebrare Maria nella sua Assunzione al cielo.

Da secoli generazioni di credenti salgono fin quassù portando gioie e fatiche, domande e speranze.

Oggi siamo noi a salire, quasi ripetendo il movimento di Maria nel Vangelo: «Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa». Anche noi siamo saliti su questo colle per guardare più in alto. Perché l’Assunzione di Maria non ci parla soltanto di Lei: ci rivela ciò che Dio desidera per ciascuno di noi.

San Paolo ci offre la chiave per comprendere questa festa: «Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti». La parola decisiva è primizia. La risurrezione di Cristo non riguarda soltanto Lui: è l’inizio di qualcosa che coinvolgerà anche noi.

E Maria, assunta in cielo in anima e corpo, è la prima creatura nella quale vediamo pienamente realizzata questa promessa.

L’Assunta ci ricorda perciò una delle verità più sorprendenti della nostra fede: noi crediamo nella risurrezione della carne. Non crediamo semplicemente nell’immortalità dell’anima. Dio vuole salvare tutto l’uomo. Anche il nostro corpo.

Il cristianesimo, del resto, nasce da una verità sconvolgente: «Il Verbo si fece carne». Dio ha voluto avere un corpo come il nostro. Ha conosciuto fame, sete, stanchezza, lacrime; ha avuto mani per accarezzare, occhi per guardare, piedi per percorrere le nostre strade. E dopo la Pasqua Cristo non ha abbandonato il suo corpo: è risorto con il suo corpo trasfigurato.

Dove sia il corpo glorioso di Cristo, dove sia il corpo di Maria assunta, come sia la vita oltre la morte non possiamo descriverlo. Davanti al mistero è meglio avere l’umiltà di tacere. Ma una cosa possiamo affermare: la nostra carne è destinata alla gloria. Il Vangelo di oggi ce lo fa comprendere attraverso una scena bellissima. Due donne si incontrano e si abbracciano. Maria porta nel grembo Gesù; Elisabetta porta Giovanni. Due bambini ancora non nati comunicano misteriosamente attraverso il corpo delle loro madri: «il bambino sussultò nel suo grembo». Poi una voce benedice, un cuore esulta e Maria canta il Magnificat.

E’ una meravigliosa liturgia della vita. Tutto passa attraverso il corpo: camminare, incontrarsi, abbracciarsi, ascoltare, parlare, servire. È attraverso il corpo che amiamo. Con le mani lavoriamo e aiutiamo. Con gli occhi riconosciamo chi ci sta accanto. Con il volto sorridiamo. Con le braccia accogliamo. Con i piedi andiamo incontro a qualcuno.

È nel corpo che Dio e l’uomo si incontrano. Viviamo invece in una società che ha un rapporto contraddittorio con il corpo. Da una parte lo esalta, lo espone, quasi lo trasforma in un idolo da conservare giovane, efficiente e perfetto. Dall’altra, quando il corpo diventa fragile, malato, disabile, anziano, sembra perdere importanza.

La festa dell’Assunta ci dice esattamente il contrario: il valore di una persona non dipende dalla bellezza, dalla salute, dall’efficienza o dall’età. Ogni corpo umano è sacro perché porta la dignità di una persona amata da Dio e chiamata alla risurrezione.

Ma sappiamo che il corpo parla anche un altro linguaggio. Ci sono corpi stanchi, malati, invecchiati. Corpi affamati e assetati. Corpi feriti dalla guerra e dalla violenza.

Corpi di bambini che non hanno conosciuto la pace; corpi di anziani che sperimentano la solitudine. E forse qualcuno tra noi è arrivato oggi a Crea portando nel proprio corpo il peso della malattia, degli anni, della stanchezza.

Che cosa dice l’Assunta? Dice: la sofferenza non avrà l’ultima parola. Dice: il tuo corpo non è destinato al nulla.

San Paolo afferma: «L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte».

La morte esiste e ci fa paura. Ci separa dalle persone che amiamo e ci pone davanti al limite della nostra esistenza. Ma la fede cristiana osa affermare qualcosa di più grande: la morte è già stata sconfitta da Cristo. Maria assunta in cielo ne è il segno luminoso. Guardando Lei possiamo dire: quello che Dio ha compiuto in Maria, vuole compierlo anche in noi. Ma il Vangelo ci indica anche come prepararci a questo destino.

Maria ha appena ricevuto l’annuncio dell’angelo. Porta dentro di sé il Figlio di Dio. E che cosa fa? Si alza e parte. Va da Elisabetta.

La donna che oggi contempliamo assunta verso il cielo è la stessa donna che nel Vangelo vediamo camminare sulle strade della terra.

Maria guarda Dio e proprio per questo si accorge di chi ha bisogno di lei. Questa è la spiritualità cristiana: più siamo di Dio, più diventiamo disponibili per gli altri. Ed è un messaggio importante anche per le nostre comunità. Abbiamo bisogno di una Chiesa che sappia ancora alzarsi e andare. Che non rimanga ad aspettare. Che sappia accorgersi delle nuove solitudini, delle famiglie in difficoltà, dei giovani che cercano una direzione, degli anziani che chiedono compagnia, delle persone che hanno perso la speranza. Maria non porta a Elisabetta grandi discorsi. Porta Gesù. E quando Gesù entra in quella casa, nasce la gioia.

Ecco la missione della Chiesa: portare Cristo nelle case e nelle strade degli uomini perché torni a nascere la gioia. Poi Maria canta: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati». Il Magnificat ci ricorda che la speranza cristiana non significa fuggire dalla terra aspettando il cielo. Chi crede nel cielo deve amare ancora di più la terra. Chi crede nella risurrezione deve difendere ancora di più la vita.

Ogni volta che sfamiamo, consoliamo, visitiamo, perdoniamo, accogliamo una persona fragile, stiamo già lavorando per il Regno di Dio. Ogni gesto d’amore contiene già un frammento di risurrezione.

Carissimi, oggi siamo saliti a Crea. Tra poco scenderemo nuovamente verso le nostre case, le nostre famiglie, le nostre comunità. Questo Santuario, posto sul colle, ci ricorda che abbiamo bisogno di salire per vedere la nostra vita da un’altra prospettiva. Ma si sale per poi scendere. Si contempla Maria nella gloria per imparare a vivere meglio sulla terra. Si guarda il cielo per amare maggiormente la vita.

Non guardiamo allora il nostro corpo con tristezza pensando soltanto a ciò che perderà con il trascorrere degli anni. Guardiamolo con gratitudine per tutto il bene che attraverso di esso possiamo ancora compiere e con speranza per ciò che Dio gli ha promesso.

Nulla di ciò che abbiamo veramente amato andrà perduto. Maria Assunta ci precede. È già là dove noi speriamo di arrivare. Chiediamole allora che anche noi sappiamo alzarci e andare in fretta verso chi ci attende. Le nostre mani facciano del bene. I nostri piedi vadano incontro a chi è solo. Le nostre parole consolino. I nostri occhi sappiano vedere chi ha bisogno. Le nostre braccia sappiano ancora accogliere.  E allora, mentre camminiamo ancora sulla terra, qualcosa della risurrezione sarà già cominciato dentro di noi.

Maria Assunta in cielo, Madre della speranza, prega per noi.

Amen.