Ancora un invito da parte del vescovo mons. Gianni Sacchi a “camminare insieme, non per una strategia organizzativa soltanto, non per necessità pratiche, ma perché questa è la forma evangelica della Chiesa. La comunione non è un sacrificio imposto dalle circostanze: è una grazia da accogliere”. Il Vescovo ha anche ricordato che “una parrocchia che vive davvero il Vangelo non si barrica nelle abitudini, nelle nostalgie, nei piccoli confini del ‘si è sempre fatto così’. Quando una comunità si chiude, lentamente si impoverisce: si impoverisce nella fede, nella gioia, nella capacità missionaria, persino nelle relazioni umane. E spesso la chiusura nasce dalla paura: paura del cambiamento, paura di perdere qualcosa, paura di condividere cammini e responsabilità”.
Monsignor Sacchi ha presieduto sabato 30 maggio al Santuario la Messa del pellegrinaggio dell’Up San Candido. “Dopo la Visita pastorale vissuta nei mesi scorsi – ha detto -, questa celebrazione diventa quasi il sigillo spirituale di quanto il Signore ci ha fatto sperimentare nelle nostre comunità. E insieme è anche un nuovo inizio: affidiamo a Maria il futuro delle nostre parrocchie, il cammino dell’Unità pastorale, le fatiche e le speranze che portiamo nel cuore”.
I fedeli dell’Up hanno raggiunto Crea con i loro parroci, don Francesco Mombello (moderatore dell’Up), don Ottavio Sega e don Daniele Varoli. Sono stati accolti dal rettore del Santuario, mons. Francesco Mancinelli, che ha guidato la processione dal parcheggio fino alla piazza e poi nella basilica, quando i monferrini sono sfilati dinanzi all’effigie della Madonna di Crea.
La celebrazione è stata animata dalla corale di Cortiglione. A rappresentare con la fascia tricolore le amministrazioni comunali c’erano i consiglieri Sergio Alessio, di Robella, Emanuele Vicario, di Murisengo, e Giovanna Ferrero, di Cocconato.
La liturgia è stata quella della Visitazione di Maria a Elisabetta. Una liturgia “che ci consegna una immagine bellissima della Chiesa: Maria che si alza e cammina in fretta verso la casa di Elisabetta. È il Vangelo di una fede che non rimane ferma, chiusa, ripiegata. Maria non trattiene per sé il dono ricevuto. Non si chiude nella propria esperienza spirituale” e questo è “il primo grande insegnamento per le nostre comunità. Una Chiesa che porta davvero Cristo dentro di sé non può restare immobile”.
Poi il Vescovo ha ricordato le parole di San Paolo, nella Lettera ai Romani: “Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno… gareggiate nello stimarvi a vicenda… abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri”. “Sono parole – ha detto – che sembrano scritte proprio per le nostre comunità. Perché il rischio, anche nelle parrocchie, è quello di coltivare confronti, divisioni silenziose, campanilismi, gelosie pastorali, chiusure che consumano energie e spengono il fervore evangelico. Talvolta ci si difende invece di donarsi; si custodisce il proprio piccolo spazio invece di cercare insieme il bene del Regno di Dio”.
Il Vescovo ha affidato a Maria le parrocchie, “quelle più vive e quelle più stanche; quelle ricche di iniziative e quelle ferite dalla scarsità di forze; le famiglie, gli anziani, i giovani, i malati, i sacerdoti. Ma soprattutto affidiamo a Maria la conversione del nostro modo di essere Chiesa, perché oggi il Signore ci domanda una conversione pastorale profonda. Non basta conservare strutture. Non basta mantenere tradizioni esteriori. Occorre ritrovare il cuore missionario del Vangelo. Una pastorale chiusa, autoreferenziale, destinata soltanto a custodire ciò che resta, finisce inevitabilmente per spegnersi”.
E ha ricordato che “l’Unità pastorale non deve essere percepita come una perdita, ma come una possibilità evangelica. Certo, richiede pazienza. Richiede di rinunciare a qualcosa di proprio. Richiede di superare diffidenze e abitudini radicate. Ma è proprio così che il Signore educa la sua Chiesa alla comunione”.