La “magnifica dignità della persona umana” è il nucleo centrale e il cuore pulsante che genera e muove tutta l’enciclica “Magnifica humanitasdi papa Leone XIV. E quando il Papa deve sintetizzare il concreto progetto che ne deriva, sceglie di riassumerlo nell’espressione civiltà dellamore”, ponendo a confronto  la cultura della potenza e la civiltà dellamore”.  A questo fondamentale argomento è dedicato tutto il capitolo quinto dell’enciclica.

Al numero 38 dell’enciclica così si esprime papa Leone: “Nel 20° anniversario della Populorum progressio, con l’enciclica Sollicitudo rei socialis, Giovanni Paolo II denuncia i meccanismi economici, finanziari e commerciali che, gestiti dai Paesi più forti, favoriscono strutturalmente i loro interessi e soffocano le economie più deboli, e chiede che siano sottoposti anche a un serio giudizio etico, non solo tecnico. in questo contesto la solidarietà è compresa come corresponsabilità concreta tra persone, popoli e nazioni, una forma di amicizia sociale o carità politica orientata alla ‘civiltà dellamore’ invocata da Paolo VI”. E così prosegue ai numeri 186-187: “Oggi dobbiamo recuperare con forza questa visione: la civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente. Essa consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro – sia esso persona o popolo – come un alleato necessario per la costruzione del bene comune… Oggi, nel contesto della svolta digitale, questa intuizione si rivela ancora più decisiva… Il progetto della civiltà dell’amore assume qui il compito decisivo di trasformare questa interdipendenza subita in una solidarietà voluta e scelta. È il criterio per orientare i processi tecnologici: non basta che l’IA ci renda più efficienti o connessi, essa deve servire a edificare quella famiglia umana universale, con diritti e doveri condivisi, dove la prossimità digitale diventa occasione reale di incontro e di cura reciproca”.

Tento qui di esporre sinteticamente il tema della “civiltà dell’amore” nel magistero di Paolo VI che per primo utilizzò questa espressione il 17 maggio 1970 al Regina Coeli di Pentecoste: “Ricordiamo come simbolo ed inizio di questa difficile storia il miracolo delle lingue diverse, rese dallo Spirito a tutti comprensibili. Ela civiltà dellamore e della pace…!”.

Nel magistero di Paolo VI, l’espressione “civiltà dell’amore” riassume una delle intuizioni più alte e sintetiche del suo pontificato: la convinzione che il Vangelo non riguardi soltanto la vita interiore del credente, ma abbia una forza capace di trasformare la storia, le relazioni sociali e le istituzioni.

La “civiltà dell’amore” non è, per Paolo VI, uno slogan sentimentale  né una semplice aspirazione umanitaria. Essa nasce dalla fede cristiana in Dio che è amore e dalla centralità del comandamento evangelico dell’amore verso Dio e verso il prossimo. In questa prospettiva, l’amore non resta confinato alla sfera privata, ma diventa principio di organizzazione della convivenza umana. La civiltà, infatti, non è misurata solo dal progresso tecnico o economico, ma dalla capacità di promuovere la dignità della persona, la giustizia, la pace, la solidarietà e il bene comune.

Il magistero di Paolo VI colloca la civiltà dell’amore dentro le grandi questioni del Novecento: le guerre, le disuguaglianze, la crisi della pace, lo sviluppo dei popoli e il rischio di una modernità disumanizzante. In continuità con il Concilio Vaticano II e con l’enciclica Populorum progressio, Paolo VI vede lo sviluppo autentico come sviluppo integrale dell’uomo e di tutti gli uomini. La civiltà dell’amore richiede perciò un ordine sociale fondato non sull’egoismo, sulla forza o sul dominio, ma sulla responsabilità reciproca e sulla fraternità.

Per Paolo VI l’amore cristiano non elimina il bisogno della giustizia, ma lo porta a compimento. Una società non può dirsi veramente civile se accetta l’ingiustizia, la violenza, l’emarginazione o l’indifferenza verso i più deboli. Allo stesso tempo, la giustizia senza carità rischia di diventare fredda, burocratica o conflittuale. La civiltà dell’amore propone quindi una pace “operante e coraggiosa”, capace di affrontare i conflitti non con la rassegnazione, ma con il perdono, il dialogo, la riconciliazione e la ricerca concreta del bene comune.

Al centro di questa visione vi è la persona umana, considerata nella sua dignità, nella sua libertà e nella sua vocazione alla comunione. Paolo VI interpreta la crisi del mondo contemporaneo come una crisi di senso e di relazioni: l’uomo rischia di essere ridotto a produttore, consumatore o strumento di potere. La civiltà dell’amore, invece, riconosce che ogni persona è chiamata a vivere in relazione con gli altri. Per questo essa valorizza la famiglia, l’educazione, la responsabilità politica, il lavoro, la cooperazione internazionale e tutte le forme di servizio alla vita umana.

L’originalità della formula paolina sta nel suo equilibrio: essa è insieme teologica e storica, spirituale e sociale, personale e politica. Non promette un mondo perfetto né propone un’utopia ingenua, perché Paolo VI è consapevole della presenza del male, dei conflitti e delle resistenze dell’egoismo umano. Tuttavia, egli afferma che la storia può essere orientata dall’amore quando i cristiani e gli uomini di buona volontà assumono la carità come forza pubblica, capace di generare cultura, istituzioni e comportamenti nuovi.

In conclusione, la “civiltà dell’amore” nel magistero di Paolo VI è una sintesi dell’intera missione della Chiesa nel mondo contemporaneo: annunciare Cristo e, nello stesso tempo, servire l’uomo. Essa invita a costruire una società in cui il progresso sia guidato dalla coscienza morale, la politica dalla ricerca del bene comune, l’economia dalla solidarietà e le relazioni umane dalla fraternità. Per questo rimane un tema attuale: di fronte a guerre, disuguaglianze, individualismo e crisi educative, Paolo VI continua a indicare nell’amore evangelico non una fuga dalla storia, ma la via più esigente e concreta per umanizzarla.

“…Il dialogo tra le persone e tra i popoli, l’incontro in spirito di fraternità che permette di scoprire e apprezzare  reciprocamente i valori di cui l’altro è portatore… Questo cammino non è facile, richiede buona volontà e l’aiuto di Dio, ma è il cammino che conduce alla civiltà dell’amore” (Leone XIV, Udienza generale, 17 giugno 2026).

A Madrid, nell’omelia per la festa del Corpus Domini, papa Leone afferma: “Non puoi inginocchiarti a Dio e non davanti al prossimo, i poveri, i malati, i soli, gli scartati. Sono loro il corpo di Cristo che passa nell’ostensorio… Adorare l’Eucaristia e poi calpestare il fratello, il migrante, il malato che non può curarsi, lo scartato è idolatria… è una fede comoda e privata”. Ecco, la “civiltà dell’amore” tradotta in pratica è esattamente questo; vivere così edifica la “magnifica umanità”, realizza pienamente la “infinita dignità” della persona umana.

+ Alceste Catella