Questo il commento alle letture della XIII domenica del Tempo ordinario (Anno A): Mt 10, 37-42
Il filo conduttore della prima lettura e del testo evangelico è costituito dal tema dell’accoglienza. I quattro “detti” di Gesù – posti dopo i detti sulla “sequela” – riguardano proprio l’“accoglienza”, l’ospitalità; temi collegati tanto che Gesù afferma: “Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato”.
Il fenomeno dell’ospitalità umana è un caso tipico di valore antropologico altamente simbolico e, perciò, aperto ad esprimere progressivamente la “rivelazione e la salvezza” nella cultura. L’ospitalità è “accasare” (far sentire a casa sua l’ospite). L’ospitalità, dunque, è un agire simbolico capace di dire e di realizzare il senso dell’esistenza, capita come disponibilità, gratuità, incontro: uomo “di fronte” e “con” uomo. L’esperienza umana dell’ospitalità viene assunta e fatta propria dal Figlio di Dio che si incarna: Cristo viene ed è ospite: “…Fui straniero e mi ospitaste… Quando ti vedemmo straniero e ti ospitammo?… Fui straniero e non mi ospitaste… Quando ti vedemmo straniero e non ti assistemmo?” (Mt 25,.35.38.43.44). Il Cristo straniero è egli stesso presente nel più piccolo tra i fratelli: e il rispetto e la dignità e il mistero “festivo” dell’incontro uomo con uomo si rivestono di originalità cristiana.
Che cosa vuole suggerire quanto fin qui esposto circa l’ospitalità? Si tratta dell’impegno ad accogliere gli stranieri, gli emarginati…? Credo che si tratti di proporre l’esperienza dell’ospitalità come essenziale per comprendere l’umana esistenza, i rapporti interpersonali, la famiglia in termini di “festività”, cioè di “dovuto” e “non dovuto”, di “serio” e di “sereno”, di gratuità e di amore… Si tratta di concretizzare uno stile accogliente e ospitale: d’altro canto ogni celebrazione liturgica non è festiva proprio perché si costituisce parte dal mutuo e reciproco accogliersi? Non è risposta all’invito di chi – ospite nella nostra storia – si fa ospitante e si fa pane e vino per la festa e la gioia di tutti gli invitati? Vedersi, accogliere e sentirsi accolti, ospitare ed essere ospitati: tutto ciò non è fonte di una gioia più grande?
E la celebrazione dell’iniziazione cristiana non è forse una liturgia dell’ospitalità, della progressiva accoglienza? E che dire del sacramente della riconciliazione?
Viene da chiedersi se sia possibile celebrare con verità i sacramenti, qualora sia sconosciuto il linguaggio simbolico dell’ospitalità e dell’accoglienza!
+ Alceste Catella




