“La Chiesa è chiamata a ritrovare il coraggio del primo annuncio, la gioia semplice del Vangelo, la capacità di generare alla fede attraverso relazioni autentiche e testimonianze credibili. Anche la nostra Chiesa particolare ha bisogno di stringersi nell’unità dello Spirito, di avere ‘un cuore solo e un’anima sola’. Ha bisogno di passare da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale missionaria; dalla ‘pastorale del campanile’ a quella del ‘campanello’; dagli eventi agli ambienti della vita concreta, a partire dalle famiglie”. Lo ha detto il vescovo mons Gianni Sacchi nell’omelia alla Veglia di Pentecoste celebrata ieri sera, sabato 23, in Cattedrale a Casale.
Con il Vescovo in presbiterio una quindicina di sacerdoti. Fra i fedeli anche un ospite illustre, il presidente nazionale dell’Azione Cattolica italiana, Giuseppe Notarstefano, accompagnato dal presidente diocesano Andrea Facciolo e da una rappresentanza dell’Ac.
La veglia, con letture della Parola intercalate a preghiere, è stata animata dalla corale cittadina diretta da Anna Maria Figazzolo, con all’organo Matteo Camagna. Sono stati proposti i testi biblici che portano dalla storia della salvezza alla Pentecoste: Genesi 11, 1-9; Esodo 19, 3-8a 19, 16-20b; Ezechiele 37, 1-14; Gioele 3, 1-5; San Paolo ai Romani 8, 22-27; Giovanni 7, 37-39.
Questa l’omelia del Vescovo
Un caro saluto ai signori Canonici, ai sacerdoti e diaconi, a tutte le aggregazioni laicali presenti, al Presidente Nazionale di Azione Cattolica dott. Giuseppe Notarstefano e a tutti voi fratelli e sorelle. Viviamo insieme questo importante momento di invocazione e di preghiera.
“Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me”. Nel cuore della festa delle Capanne, mentre Gerusalemme benedice il Signore per i frutti della terra e per il dono dell’Alleanza, Gesù nel tempio e pronuncia parole sorprendenti.
In quel giorno il sommo sacerdote attingeva l’acqua alla piscina di Siloe e la versava presso l’altare, quasi ad annunciare che da Gerusalemme sarebbe sgorgata per tutti i popoli la sorgente della salvezza. Ma ora Cristo va oltre il rito: Egli stesso è la sorgente. Offre il suo Spirito, che irriga la terra arida dell’umanità.
Questa Veglia santa ci conduce attraverso tutta la storia della salvezza, fino al compimento della Pentecoste.
Abbiamo ascoltato il racconto di Babele: uomini che parlano una sola lingua ma hanno il cuore diviso. Cercano l’unità senza Dio e finiscono nella confusione. È il dramma di ogni tempo: quando l’uomo pretende di bastare a sé stesso, si spezzano la comunione, il dialogo, la fraternità. Anche oggi viviamo spesso in una società che comunica molto, ma ascolta poco; dove le parole si moltiplicano, ma cresce la solitudine.
Sul Sinai, invece, Dio scende in mezzo al suo popolo nel fuoco e nella nube e stringe l’Alleanza con Israele. Quel monte avvolto dal fuoco preannuncia il Cenacolo della Pentecoste. Là Dio scriveva la Legge su tavole di pietra; qui la scriverà nei cuori mediante lo Spirito Santo.
Poi il profeta Ezechiele ci ha condotti nella valle delle ossa aride. E l’immagine di un popolo senza vita e senza speranza. Eppure, Dio promette: “Infonderò in voi il mio spirito e rivivrete”. E questa la grande speranza della Pentecoste: il soffio di Dio può ridare vita anche a ciò che sembra spento. Può rialzare comunità stanche, ridestare la fede indebolita, riaccendere il coraggio dell’annuncio.
Anche il profeta Gioele annuncia il dono universale dello Spirito: “Effonderò il mio Spirito sopra ogni uomo”. La Chiesa nasce così: aperta, missionaria, capace di parlare a tutti i popoli. Pentecoste non cancella le differenze, ma le armonizza. Lo Spirito Santo non uniforma: crea comunione.
San Paolo, nella Lettera ai Romani, ci ha ricordato che tutta la creazione geme nelle doglie del parto. Gemono anche le nostre comunità, spesso affaticate e fragili. Ma l’Apostolo ci consegna una parola decisiva: lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza e intercede per noi con gemiti inesprimibili. Quando non sappiamo pregare, sperare o persino credere, è lo Spirito che prega in noi e mantiene viva la fiamma della fede.
Fratelli e sorelle, di cosa ha bisogno oggi la Chiesa? La risposta rimane quella indicata da Paolo VI nel 1972: la Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste. Ha bisogno di fuoco nel cuore, di parola sulle labbra, di profezia nello sguardo.
Anche Papa Francesco aveva richiamato la necessità di “cercare la bellezza delle origini”, tornando all’essenziale del Vangelo. Non è tempo di una Chiesa ripiegata su sé stessa, preoccupata solo di conservare abitudini e strutture. È tempo di una Chiesa che esce, che ascolta, che accompagna, che torna ad abitare gli ambienti della vita quotidiana.
In questo orizzonte si colloca anche il cammino sinodale della Chiesa italiana, che ha riconosciuto come priorità decisiva il riportare al centro il dono della fede e il suo annuncio. Viviamo infatti in un contesto radicalmente cambiato: non possiamo più dare per scontata la fede. Molti conoscono qualcosa del cristianesimo, ma non hanno incontrato personalmente Cristo.
Per questo la Chiesa è chiamata a ritrovare il coraggio del primo annuncio, la gioia semplice del Vangelo, la capacità di generare alla fede attraverso relazioni autentiche e testimonianze credibili.
Anche la nostra Chiesa particolare ha bisogno di stringersi nell’unità dello Spirito, di avere “un cuore solo e un’anima sola”. Ha bisogno di passare da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale missionaria; dalla “pastorale del campanile” a quella del “campanello”; dagli eventi agli ambienti della vita concreta, a partire dalle famiglie. Talvolta rischiamo di vivere una sorta di “siccità battesimale”: abbiamo ricevuto il dono della fede, ma non lo lasciamo fiorire. E questa aridità genera inevitabilmente stanchezza, smarrimento e povertà vocazionale.
Eppure, questa notte la Chiesa ci invita a sperare. Pentecoste ci dice: che il deserto può fiorire. Che le ossa aride possono rivivere. Che Babele può trasformarsi in comunione. Che la paura può diventare annuncio.
Nel Cenacolo gli apostoli erano chiusi per timore; dopo la discesa dello Spirito aprono le porte e annunciano Cristo con franchezza. Lo Spirito Santo trasforma uomini fragili in testimoni coraggiosi. E continua a farlo anche oggi.
Fratelli e sorelle carissimi, invochiamo allora con fiducia il dono dello Spirito Santo sulla nostra Chiesa, sulle famiglie, sui giovani, sui sacerdoti, sui consacrati, su quanti cercano Dio senza ancora conoscerlo.
“Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra”.
Rinnova anzitutto il terreno del nostro cuore.
Dissoda ciò che è indurito, irriga ciò che è arido, accendi ciò che è spento.
Fa’ che la tua Chiesa non perda il fervore della prima comunità cristiana.
Padre santo, Divino Seminatore, sorprendici ancora: fa’ fiorire il deserto dei nostri cuori.
E mentre il mondo sperimenta le confusioni di Babele, concedi alla tua Chiesa di parlare sempre la lingua di Pentecoste: la lingua dell’amore, della verità e della misericordia.
Amen.




