Perché la tradizione liturgica cristiana ha conosciuto assai presto la celebrazione dei martiri e dei santi? Per offrire dei buoni esempi da imitare, per avere dei patroni (una sorta di “genius loci”) per usufruire della loro intercessione? Senza dubbio possiamo rintracciare tutta una serie di motivi simile. Ma, forse, possiamo trovare un motivo più cogente ancora: un motivo che attiene al modo stesso con cui la fede viene ad esistere. In realtà all’inizio di ogni atto di fede vi è qualcuno che ci “racconta” Dio.
Sì, perché il nostro Dio è innanzitutto un “Dio di altri”: è il Dio di Abramo, di Isacco, di Mosè, di Elia, di Pietro, di Paolo, di Lucia, di Agnese, di Evasio, di Francesco, di Massimiliano Kolbe, di Madre Teresa, di Pier Giorgio Frassati…, di quella moltitudine immensa che sta davanti al trono dell’Agnello e grida a gran voce: “La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello!”.
Il Dio della rivelazione ebraico-cristiana si manifesta come il “Dio di qualcuno”: un Dio che assume un nome in riferimento a coloro che egli ama, fin quasi a nascondersi dietro il nome dei suoi eletti.
Anche quando Dio rivela a Mosè, dal roveto ardente, il suo nome ineffabile “Io sono”, subito riconduce questo nome al legame avuto e ancora vivo con i padri. “Tu dirai ai figli di Israele: il Signore, JHWH, il Dio dei nostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio Nome eterno e questo il mio memoriale di generazione in generazione.
Allora Dio, prima di essere il mio Dio è il Dio di altri e io non posso conoscerlo senza ascoltare quelle parole rivolte agli eletti, senza ascoltare ciò che questi hanno raccontato di lui avendolo ascoltato e accolto dentro alla loro quotidiana esistenza.
Ecco perché le comunità cristiane leggono, meditano, celebrano le “memorie” dei santi: perché essi sono la vivente esperienza di Dio fatta da amici suoi e di tale esperienza essi sono “testimoni”. In loro l’evento della salvezza è divenuto storia personale; in loro la Pasqua si è resa quotidianità… Essi sono fin da ora beneficiari dell’azione salvifica di Dio avendo percorso la via delle “beatitudini”. Facendo memoria di loro, di quella loro esistenza “testimoniale”, le comunità cristiane si pongono in ascolto di qualcuno che “narra le misericordie del Signore”; per questo celebrano, ringraziano, “fanno eucaristia”; per questa via “conoscono” e conoscendo amano…
+ Alceste Catella



