Ecco il testo completo dell’omelia del vescovo emerito di Casale mons. Alceste Catella in occasione della festa per gli anniversari di ordinazione sacerdotale celebrata giovedì al Santuario di Crea. Tra i festeggiati c’era lo stesso mons. Catella, diventato sacerdote 60 anni fa.

Alla celebrazione, con una cinquantina di sacerdoti della Diocesi, c’erano cinque Vescovi: mons. Gianni Sacchi, mons. Alceste Catella, Mons. Gabriele Mana, mons. Luciano Pacomio  e mons. Giampio Devasini, che ha presieduto l’eucarestia.

L’omelia di mons. Catella

S. Francesco di Sales, nel “Trattato sull’amore di Dio”, afferma: “Nella santa Chiesa tutto appartiene all’amore, deriva dall’amore, si fa per amore e viene dall’amore”. S’, tutto è “questione d’amore”: di quell’incontro tra l’incommensurabile e sorprendente amore di Dio che senza alcun nostro merito ci ha chiamato alla via, con il Battesimo ci ha chiamato alla fede e alla sequela del Figlio suo Gesù, nella chiesa, con il sacerdozio ministeriale ci ha chiamato a servire i nostri fratelli e sorelle, e il nostro povero amore, le nostre freddezze e infedeltà… Sì – dopo sessant’anni di servizio sacerdotale – mi sento di riaffermare questo: “Tutto appartiene all’amore”! E per evitare di cadere nel sentimentalismo e restare con i piedi per terra, vorrei proporre a me e a voi una riflessione su due pazienze del presbitero: 

1. La prima è la pazienza verso la propria debolezza. 

La nostra debolezza può mutarsi in una possibilità straordinaria di crescita spirituale. Ci sono momenti in cui la vita ci impoverisce, perché non si svolge come vorremmo, e in quei momenti siamo chiamati ad esercitare la pazienza, cioè ad accettare, senza fra finta di niente o volgere le spalle, i nostri e gli altrui fallimenti. La pazienza è interpellata dalle incompiutezze nostre, da quelle degli altri, dalla realtà stessa. La sfida è tenere insieme pazienza e passione, e cioè l’accettazione di ciò che non va secondo i nostri desideri e le nostre attese, e la nostra capacità di metterci in gioco, di ricominciare, di vivere i nostri amori e i nostri sogni senza cadere nello scoraggiamento, nella sfiducia, nel cinismo, che è uno dei grandi pericoli di una certa fase della vita, soprattutto dopo i 40 anni. C’è anche un risvolto pastorale di tutto questo: un prete che si sa fragile e bisognoso di avere pazienza, innanzitutto con sé stesso, che conosce bene il suo stesso cammino personale come una strada in cui si cade e ci si rialza, e poi si cade ancora e ancora ci si rialza, è un prete che non fa paura, che fa sentire a proprio agio chi incontra, che aiuta le persone a fare i conti con la propria verità.  Nella pedagogia di Dio, è a partire dalla debolezza che si impara a fare dei progressi. È nella Pasqua di Cristo che la debolezza è stata misteriosamente trasformata in gloria. È là che egli si è spogliato di tutto ciò che egli aveva di debole in sé per cingersi di forza. Per un cristiano il percorso è lo stesso: l’esperienza della debolezza diventerà un giorno, allo stesso tempo inevitabile e altamente salutare. Tenerezza con noi stessi e con gli altri, comprensione, fiducia, che mentre scopriamo le nostre debolezze di preti cerchiamo di ricordarci che in noi abbiamo delle potenzialità, che si tratta di portarle alla luce, ridestando in noi un po’ di forza, delle potenzialità intorpidite. Quante capacità ci sono in noi sepolte da tanti ostacoli, da tanta sofferenza. Ma sono in noi. Forse si tratta di crederci un po’ di più. Si tratta di orientarsi sempre all’amore di Dio, più che alla propria debolezza, al proprio peccato. Si può ricominciare, sempre!

2. La seconda pazienza del presbitero è quella verso la debolezza della comunità

“Ora, o Signore, vieni in aiuto alla nostra debolezza, e donaci questi collaboratori di cui abbiamo bisogno per l’esercizio del sacerdozio apostolico.” Così dice la preghiera che il vescovo ha recitato invocando su di noi lo Spirito Santo. Questa invocazione nasce da una Chiesa e da un Vescovo che si riconoscono deboli. la fragilitas e l’indigentia del Vescovo sono la fonte del nostro ministero, della nostra autorità. Noi siamo nati da una debolezza, quella della comunità che si riconosce fragile e invoca da Dio un aiuto. Io devo aiutare la fragilitas della Chiesa, sono una risposta inviata da Dio a soccorrere la sua Chiesa che per la voce del Vescovo si riconosce tale. Ed è bello che anche il vescovo sa riconoscersi davanti a Dio e a tutti debole, bisognoso di aiuto. La sua autorità è bisognosa di farsi aiutare. Perché è debole. Dobbiamo alla debolezza della Chiesa la nostra vocazione. Dobbiamo ad un Vescovo che nella preghiera sa riconoscere che non può fare tutto da solo, e chiede che Dio gli mandi dei collaboratori. E questo è in profonda sintonia con ciò che ci insegna il Vangelo. Perché sono proprio i vangeli che ci parlano dell’autorità di Gesù come un’autorità condivisa. L’autorità di Gesù è condivisa con i discepoli. Questo ci ispira una considerazione di fondamentale importanza: nessuno è senza autorità, avendo ciascuno una precisa opera da compiere, in qualità di servo. Chi nella comunità cristiana, quindi, esercita un ministero di vigilanza – l’autorità presbiterale in primis– non è depositario dell’unica autorità concessa, ma di una delle sue possibili esplicitazioni, vissuta tra fratelli o sorelle, anch’essi destinatari di un dono – e di un ministero – diverso ma di pari importanza. La coscienza di tale carisma condiviso da tutti i credenti costituisce il presupposto fondamentale e il primo tratto di un autentico esercizio autoritativo all’interno delle comunità ecclesiali. In questo momento ecclesiale, in cui siamo chiamati a pensare in uno stile sinodale anche l’esercizio dell’autorità del presbitero, queste indicazioni evangeliche possono aiutarci a trovare una strada. L’autorità del presbitero deve avere una chiara percezione, nell’esercizio del suo ministero in mezzo ai fratelli e alle sorelle, che accanto alla propria deve riconoscere l’autorità di ogni altro al cui servizio si pone. Solo una tale declinazione dell’autorità ci terrà lontani dalla tentazione del clericalismo. La pazienza di fronte alle inevitabili sbavature della vita comunitaria ci deve portare a condividere i nostri compiti, a partecipare la nostra autorità, a creare attorno a noi condivisione e partecipazione. Siamo nati per aiutare, per soccorrere, per far crescere la comunità, non per condannarla, o per lavarcene le mani. Il Concilio ci ricorda come la potestà che ci è stata conferita è per l’edificazione, per la crescita della comunità. Si tratta dunque di mettere in pratica la pazienza e l’attiva sopportazione anche nei rapporti tra di noi, nei rapporti intra-ecclesiali, intra-comunitari, secondo l’insegnamento dell’Apostolo: “sopportatevi a vicenda” (Col 3,13). La pazienza, dunque, è la capacità di portare il peso di quell’incompiutezza che segna ancora ogni cosa, noi stessi, gli altri, la stessa comunità ecclesiale che non è ancora il Regno di Dio. Imparare a stare in questa incompiutezza senza perdere la speranza, e senza diventare cinici o scoraggiati, è ciò che possiamo chiedere insieme al Signore in questa mattina, per noi stessi e per tutto il presbiterio.  Sì, perché – come Francesco di Sales afferma – “è l’amore che da la perfezione alle nostre opere…, sono la carità e l’amore che danno valore alle nostre opere”.