Santuario gremito, oggi, sabato 19 settembre a Crea, per l’annuale pellegrinaggio dell’Unità pastorale Sant’Agata-San Gottardo, una realtà che comprende venti parrocchie, affidate alle cure di sette sacerdoti. I pellegrini sono stati accolti dal rettore mons. Francesco Mancinelli. All’altare il vescovo mons. Gianni Sacchi e i parroci don Francesco Garis (moderatore delll’Up), don Benjamin, don Luigi Calvo, don Sandro Luparia, don Davide Mussone e don Fiorenzo Pivetta. Con loro anche il diacono Emiliano, che ha accompagnato a Crea un gruppo di pellegrini di Carate Brianza.

Nell’omelia, il Vescovo ha fatto riferimento alle lettere del giorno: 1 Con 15, 35-37. 42-49 e Lc 8, 15. Mons. Sacchi ha sottolineato con i pellegrini l’importanza di camminare insieme, come comunità: “Siamo venuti davanti a Maria per prendere un impegno. L’impegno di rendere sempre più viva pastoralmente questa Unità Sant’Agata-San Gottardo. Venti comunità non possono essere soltanto venti realtà che camminano una accanto all’altra, ciascuna con le proprie tradizioni, le proprie iniziative e le proprie preoccupazioni. Devono diventare sempre più una comunità di comunità. Questo richiede un cambiamento di mentalità. Non significa cancellare l’identità delle singole parrocchie. Ogni comunità ha una storia, una ricchezza, una tradizione che devono essere custodite. Ma significa comprendere che oggi nessuna parrocchia può pensare di bastare a sé stessa”.

Ha aggiunto il Vescovo: “La situazione pastorale che viviamo ci chiede di imparare sempre di più a progettare insieme. Progettare insieme significa non limitarsi a mettere accanto tante iniziative già decise, ma domandarsi insieme: quali sono oggi le priorità per l’evangelizzazione? Dove il Signore ci sta chiedendo di investire energie? Come possiamo accompagnare meglio le famiglie, i ragazzi, i giovani, gli anziani? Come possiamo rendere più significativa la celebrazione domenicale? Come possiamo essere presenti nelle situazioni di fragilità e di solitudine?”.

Ha aggiunto mons. Sacchi:  Ci sono abitudini e modi di fare che hanno portato molto frutto nel passato, ma che forse oggi devono accettare di essere trasformati perché possa nascere qualcosa di nuovo. Non dobbiamo avere paura di questo. La Chiesa non vive conservando semplicemente ciò che è stato. Vive custodendo il Vangelo e cercando continuamente le strade perché possa essere annunciato agli uomini e alle donne di ogni tempo. E qui diventa decisivo il ruolo dei sacerdoti. Permettetemi di dirlo con grande franchezza e con affetto: la collaborazione tra i sacerdoti non è soltanto una necessità organizzativa. È una testimonianza evangelica. Prima ancora delle nostre parole, le persone devono vedere che i sacerdoti sanno volersi bene, aiutarsi, sostenersi, condividere le responsabilità, superare le inevitabili differenze di carattere e di sensibilità.  Se vogliamo chiedere alle nostre comunità di camminare insieme, dobbiamo essere noi per primi uomini di comunione. La fraternità sacerdotale diventa così essa stessa annuncio del Vangelo”.

La Messa è stata animata dal coro interparrocchiale. Al termine, un gruppo di pellegrini ha recitato il rosario lungo il percorso pedonale. La preghiera ha avuto come traccia di meditazione le riflessioni scritte dalla maestra Adalgisa Bottino, di Fabiano, sull’enciclica di Leone XIV “Magnifica Humanitas”

Questo il testo completo dell’omelia

Carissimi fratelli e sorelle, è molto significativo iniziare insieme un nuovo anno pastorale qui, al Santuario di Crea, ai piedi di Maria.

Siamo qui con le nostre venti comunità parrocchiali, con i sacerdoti che le servono, con tanti laici che ogni giorno condividono la responsabilità e la fatica della vita pastorale.

E proprio la Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci offre una luce molto concreta per questo inizio. Gesù racconta la parabola del seminatore. Il seme viene sparso con abbondanza, quasi senza misura. Cade sulla strada, sulla pietra, tra le spine e infine sulla terra buona. E Gesù ci fa comprendere che il problema non è il seme. Il seme è buono. Il problema è il terreno che lo accoglie. 

Anche noi, all’inizio di questo anno pastorale, dobbiamo anzitutto domandarci quale terreno vogliamo essere. Possiamo ascoltare la Parola con superficialità, lasciando che tutto passi senza lasciare traccia. Possiamo entusiasmarci per qualche iniziativa, per qualche momento bello, ma senza perseverare. Possiamo anche lasciare che preoccupazioni, abitudini, stanchezze e paure soffochino ciò che il Signore vorrebbe far germogliare.  Oppure possiamo diventare quella terra buona di cui parla Gesù: un cuore disponibile, paziente, perseverante, capace di custodire la Parola e di lasciarla fruttificare. 

Ed è importante sottolineare che il Vangelo non ci chiede anzitutto di domandarci quanti siamo. Noi viviamo un tempo nel quale spesso siamo preoccupati dei numeri: quante persone vengono a Messa, quanti ragazzi partecipano al catechismo, quanti giovani rimangono nelle nostre comunità, quante vocazioni abbiamo.

Sono domande comprensibili.  Ma Gesù oggi sembra dirci: prima ancora dei numeri, guardate alla qualità dell’ascolto, alla verità delle relazioni, alla profondità della fede.

Una comunità cristiana non è viva semplicemente perché organizza molte cose. È viva quando ascolta il Vangelo e permette al Vangelo di trasformare le persone, le relazioni, le scelte pastorali. Per questo anche il nostro pellegrinaggio qui a Crea non può essere semplicemente una data sul calendario pastorale. Siamo venuti davanti a Maria per prendere un impegno.

L’impegno di rendere sempre più viva pastoralmente questa Unità Sant’Agata-San Gottardo. Venti comunità non possono essere soltanto venti realtà che camminano una accanto all’altra, ciascuna con le proprie tradizioni, le proprie iniziative e le proprie preoccupazioni. Devono diventare sempre più una comunità di comunità.

Questo richiede un cambiamento di mentalità. Non significa cancellare l’identità delle singole parrocchie. Ogni comunità ha una storia, una ricchezza, una tradizione che devono essere custodite. Ma significa comprendere che oggi nessuna parrocchia può pensare di bastare a sé stessa.

La situazione pastorale che viviamo ci chiede di imparare sempre di più a progettare insieme. Progettare insieme significa non limitarsi a mettere accanto tante iniziative già decise, ma domandarsi insieme: quali sono oggi le priorità per l’evangelizzazione? Dove il Signore ci sta chiedendo di investire energie? Come possiamo accompagnare meglio le famiglie, i ragazzi, i giovani, gli anziani? Come possiamo rendere più significativa la celebrazione domenicale? Come possiamo essere presenti nelle situazioni di fragilità e di solitudine?

La prima lettura ci ricorda che ciò che viene seminato è destinato alla trasformazione. Paolo parla del seme che viene deposto nella terra e che risorge trasformato. È una bella immagine anche per la nostra pastorale. Ci sono abitudini e modi di fare che hanno portato molto frutto nel passato, ma che forse oggi devono accettare di essere trasformati perché possa nascere qualcosa di nuovo.

Non dobbiamo avere paura di questo. La Chiesa non vive conservando semplicemente ciò che è stato. Vive custodendo il Vangelo e cercando continuamente le strade perché possa essere annunciato agli uomini e alle donne di ogni tempo. E qui diventa decisivo il ruolo dei sacerdoti. Permettetemi di dirlo con grande franchezza e con affetto: la collaborazione tra i sacerdoti non è soltanto una necessità organizzativa. È una testimonianza evangelica. Prima ancora delle nostre parole, le persone devono vedere che i sacerdoti sanno volersi bene, aiutarsi, sostenersi, condividere le responsabilità, superare le inevitabili differenze di carattere e di sensibilità.  Se vogliamo chiedere alle nostre comunità di camminare insieme, dobbiamo essere noi per primi uomini di comunione. La fraternità sacerdotale diventa così essa stessa annuncio del Vangelo.

Ringrazio per questo i sette sacerdoti che servono questa Unità pastorale.

E desidero rivolgere un particolare grazie a don Francesco, moderatore, per il servizio che porta avanti con generosità, anche dentro tante fatiche e difficoltà che conosco e che non devono essere sottovalutate. Il compito del moderatore non è semplicemente quello di coordinare calendari e incontri. È aiutare tutti a mantenere uno sguardo comune, a costruire relazioni, a superare individualismi e resistenze, a ricordare che la missione affidata alla Chiesa è più grande di ciascuno di noi.

Ma anche il moderatore ha bisogno della collaborazione di tutti. Un’Unità pastorale non può essere costruita da una persona sola. Non può essere costruita soltanto dai sacerdoti. Deve diventare un cammino condiviso dai presbiteri e soprattutto dai tanti laici che ogni giorno servono con generosità le nostre comunità.  Ciascuno deve sentirsi responsabile di questo cammino.

Crea, allora, oggi deve diventare per noi un punto di ripartenza. Siamo davanti a Maria, la donna dell’ascolto. Maria non ha soltanto ascoltato la Parola di Dio. L’ha custodita, l’ha meditata, ha accolta nella propria vita fino a farla diventare carne. È lei la vera terra buona del Vangelo. A lei chiediamo che anche le nostre comunità diventino terra buona. Terra nella quale la Parola non venga soffocata dalle abitudini. Terra nella quale le difficoltà non spengano la speranza. Terra nella quale sacerdoti e laici imparino sempre di più a camminare insieme. Terra nella quale le nostre venti comunità sappiano riconoscersi parte di un’unica missione. E allora questo pellegrinaggio non sarà stato semplicemente un appuntamento. Sarà stato un atto di affidamento e nello stesso tempo una scelta pastorale. 

Davanti alla Madonna di Crea diciamo oggi al Signore: rendici capaci di ascoltare, di collaborare, di progettare e di camminare insieme.

E Maria, Madre della Chiesa, ci insegni a custodire la Parola con cuore buono e sincero, perché anche nella nostra terra il Vangelo possa portare frutto, trenta, sessanta, cento volte tanto. Amen.