La Diocesi di Casale ha un nuovo diacono, che diventerà poi sacerdote. E’ Andrea Polledro, 47 anni, originario di Piove Massaia, da due anni impegnato pastoralmente a Moncalvo. Proprio nella cittadina aleramica questa mattina, sabato 13 giugno, è stato consacrato diacono dal vescovo mons. Gianni Sacchi. Nel presbiterio della chiesa parrocchiale c’erano anche mons. Luciano Pacomio, vescovo emerito di Mondovì, e una ventina di sacerdoti diocesani e della famiglia salesiana, dove si è formato il nuovo diacono.
Significativa la data dell’ordinazione: la festa di Sant’Antonio di Padova, patrono di Moncalvo. E all’inizio della celebrazione il sindaco Diego Musumeci ha acceso ill cero votivo al Santo e ha letto la preghiera di affidamento della città a lui e del rinnovo del voto pronunciato da Moncalvo nel primo ventennio del Seicento.
Con il sindaco anche una rappresentanza dell’Amministrazione e il comandante della stazione carabinieri. Oltre al gonfalone della Città, c’erano vessilli e gagliardetti degli Alpini, dell’Avis, della Croce rossa, dei carabinieri in congedo e degli ex combattenti.
Ad animare la liturgia il coro parrocchiale di Moncalvo.
Il seminarista Andrea Polledro è stato presentato dal vicario generale mons. Désiré Azogou, che ha ricordato i molti incarichi a lui affidati dalla famiglia salesiana in varie parti d’Italia (anche a Casale) e in Vaticano (alla Libreria Vaticana), fino al 2023, quando ha ottenuto di proseguire il suo cammino di formazione nella Diocesi di Casale.
Nell’omelia, il Vescovo si è ispirato a Sant’Antonio di Padova oltre che ai testi delle Letture della Messa del giorno.
“La vita di Sant Antonio – ha detto – ci consegna anche un tratto che interpella profondamente noi oggi. Quando a Rimini non fu ascoltato dagli uomini, egli si rivolse ai pesci. Un episodio che può sembrare distante dalla nostra sensibilità, eppure rivela qualcosa di decisivo: Antonio non si arrende all’indifferenza. Rimane fedele al mandato ricevuto. Continua ad annunciare, anche quando sembra inutile, anche quando sembra che nessuno ascolti. È l’eco viva dell’esortazione di Paolo: ‘Annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno’. E qui la Parola del Vangelo che abbiamo ascoltato diventa luminosa: Gesù invia i discepoli, poveri e disarmati, e li manda a due a due. Non promette loro successo, ma affida una missione: entrare nelle case, portare la pace, prendersi cura, annunciare che il Regno è vicino. Andrea, questo è il tuo ministero: non misurare i risultati, ma rimanere fedele all’invio; non cercare l’efficacia secondo criteri mondani, ma la fecondità dello Spirito”.
Ha aggiunto: “Permettetemi di dire: oggi più che mai viviamo in un contesto non troppo diverso da quello di Rimini. Anche noi sperimentiamo indifferenza, distanza, talvolta chiusura nei confronti del Vangelo. E il rischio è quello di ripiegarci, di rimanere nei nostri spazi sicuri, nelle nostre abitudini, nei nostri gruppi. Sant’Antonio invece ci provoca: ci spinge ad andare oltre. Ci ricorda che i cosiddetti ‘lontani’ non sono mai fuori dalla portata della grazia. Anzi, talvolta proprio là dove meno ce lo aspettiamo, lo Spirito ha già preparato il terreno”.
Il Vescovo ha definito il diacono “uomo della soglia, uomo dell’incontro, uomo della carità concreta… Non si tratta di imporsi, ma di servire; di accompagnare; di portare la misericordia. Tra poco riceverai il Vangelo: ti sarà detto di credere ciò che proclami, insegnare ciò che hai appreso, vivere ciò che insegni. E sarai consacrato per il servizio della carità: questo è il cuore del tuo essere diacono. I poveri, i feriti, gli esclusi saranno il luogo concreto della tua fedeltà”.
Ha inoltre sottolineato che “il diacono diocesano vive immerso nella vita concreta del popolo di Dio, in collaborazione con il Vescovo, in fraternità con i presbiteri, nella corresponsabilità pastorale. Il sacerdote che si isola, lentamente si spegne; il sacerdote che cammina con i fratelli cresce”.
Al termine della celebrazione, il neo diacono ha avuto parole di ringraziamento per la sua famiglia (“terra buona in cui il seme della mia vocazione ha potuto germogliare”), per tutti coloro che lo hanno accompagnato nel suo cammino vocazionale e per quanti hanno collaborato e lavorato per la celebrazione di ordinazione.
Ecco il testo completo dell’omelia del Vescovo
oggi la nostra Chiesa vive qui a Moncalvo una grazia singolare: nella luce della festa patronale di Sant’Antonio di Padova, siamo convocati attorno all’altare per l’ordinazione diaconale di Andrea.
Non celebriamo due eventi distinti, ma un unico mistero: la santità che continua, il Vangelo che prende carne oggi, la missione che non si interrompe ma passa di vita in vita.
La figura di Sant’Antonio, che questa comunità venera con amore, illumina in modo straordinario ciò che oggi accade. Antonio si è distinto per una risposta generosa alla chiamata del Signore: ha annunciato il Vangelo con la forza della parola, ma soprattutto con l’autorevolezza della vita. In lui la fede non era separata dalla giustizia, né la predicazione dalla carità. Le antiche fonti ci consegnano un’immagine potentissima: “riconduceva a pace fraterna i discordi, ridava libertà ai detenuti, faceva restituire ciò che era stato rapito… liberava le prostitute, tratteneva i ladri… e induceva moltitudini a confessare i peccati”. Ecco il Vangelo vissuto: non un discorso astratto, ma una forza che trasforma la vita, che risana le relazioni, che restituisce dignità. Antonio è stato davvero, come ci ha detto il profeta Isaia, un uomo su cui è sceso lo Spirito: “Mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati”.
Questa parola oggi si compie anche per te, Andrea. Tra poco lo Spirito Santo scenderà su di te: non per distinguerti dagli altri, ma per configurarti a Cristo servo; per renderti più profondamente donato. Il diaconato nasce qui: nello Spirito che unge e invia, nello Spirito che spinge verso i poveri, verso le ferite, verso le periferie dell’esistenza.
Ma la vita di Sant Antonio ci consegna anche un tratto che interpella profondamente noi oggi. Quando a Rimini non fu ascoltato dagli uomini, egli si rivolse ai pesci. Un episodio che può sembrare distante dalla nostra sensibilità, eppure rivela qualcosa di decisivo: Antonio non si arrende all’indifferenza. Rimane fedele al mandato ricevuto. Continua ad annunciare, anche quando sembra inutile, anche quando sembra che nessuno ascolti. È l’eco viva dell’esortazione di Paolo: “Annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno”.
E qui la Parola del Vangelo che abbiamo ascoltato diventa luminosa: Gesù invia i discepoli, poveri e disarmati, e li manda a due a due. Non promette loro successo, ma affida una missione: entrare nelle case, portare la pace, prendersi cura, annunciare che il Regno è vicino. Andrea, questo è il tuo ministero: non misurare i risultati, ma rimanere fedele all’invio; non cercare l’efficacia secondo criteri mondani, ma la fecondità dello Spirito. E permettetemi di dire: oggi più che mai viviamo in un contesto non troppo
diverso da quello di Rimini. Anche noi sperimentiamo indifferenza, distanza, talvolta chiusura nei confronti del Vangelo. E il rischio è quello di ripiegarci, di rimanere nei nostri spazi sicuri, nelle nostre abitudini, nei nostri gruppi.
Sant’Antonio invece ci provoca: ci spinge ad andare oltre. Ci ricorda che i cosiddetti “lontani” non sono mai fuori dalla portata della grazia. Anzi, talvolta proprio là dove meno ce lo aspettiamo, lo Spirito ha già preparato il terreno. Anche i “pesci” ascoltano: cioè, anche coloro che noi riterremmo incapaci o indisponibili possono sorprendentemente accogliere la Parola.
Qui risuona con forza anche l’insegnamento di papa Francesco, che tanto ha insistito su una Chiesa in uscita. Egli ci ha ricordato che la comunità evangelizzatrice “sa prendere l’iniziativa, andare incontro, cercare i lontani”. E lo ha fatto perché era profondamente convinto che lo Spirito precede sempre la Chiesa. Questo è decisivo: non siamo noi a portare Dio dove non c è; siamo chiamati a riconoscere dove Dio è già all’opera.
Andrea, questo sarà un tratto essenziale del tuo ministero diaconale: avere uno sguardo capace di discernere i segni dello Spirito, anche là dove tutto sembra lontano.
Non avere paura di uscire, di incontrare, di abitare le soglie. Il diacono è uomo della soglia, uomo dell’incontro, uomo della carità concreta. E San Paolo ci ha ricordato lo stile: “Con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità”. Non si tratta di imporsi, ma di servire; di accompagnare; di portare la misericordia. Tra poco riceverai il Vangelo: ti sarà detto di credere ciò che proclami, insegnare ciò che hai appreso, vivere ciò che insegni. E sarai consacrato per il servizio della carità: questo è il cuore del tuo essere diacono. I poveri, i feriti, gli esclusi saranno il luogo concreto della tua fedeltà.
E a voi, carissimi fratelli e sorelle di Moncalvo, una parola: pregate per le vocazioni, sostenete Andrea, accompagnatelo, pregate per lui. La testimonianza di Sant’Antonio e il dono di questo nuovo diacono ci chiedono di riscoprire insieme l’urgenza dell’annuncio.
Non possiamo accontentarci di una fede custodita, dobbiamo riscoprire una fede condivisa, donata, testimoniata. Preghiamo allora perché nelle nostre comunità si risvegli il desiderio di annunciare il Vangelo con la vita, prima ancora che con le parole. Perché ciascuno di noi si senta inviato. Perché lo Spirito ci renda audaci e umili, liberi e appassionati.
Tra poco prometterai a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza. Non è un elemento secondario o semplicemente disciplinare: è un gesto profondamente spirituale ed ecclesiale. Con l’ordinazione tu non appartieni più soltanto a te stesso. Vieni incardinato in questa Chiesa particolare, chiamato a servire questa diocesi, questo popolo di Dio, nelle forme e nei luoghi in cui sarai inviato. Il ministero ordinato non è mai individuale. Nessuno si manda da sé. Nessuno costruisce una missione personale parallela alla Chiesa.
Anche Sant’Antonio, pur nella straordinaria libertà evangelica della sua predicazione itinerante, visse sempre dentro l’obbedienza ecclesiale e la comunione fraterna.
Questo è importante ricordarlo oggi, in un tempo nel quale talvolta si rischia di pensare il ministero come autorealizzazione personale o ricerca di spazi propri.
La vocazione del diacono diocesano non è quella del monaco o dell’eremita Quelle sono altre chiamate, ugualmente preziose nella Chiesa. Il diacono diocesano invece vive immerso nella vita concreta del popolo di Dio, in collaborazione con il vescovo, in fraternità con i presbiteri, nella corresponsabilità pastorale. Il sacerdote che si isola, lentamente si spegne; il sacerdote che cammina con i fratelli cresce (Lettera di papa Leone ai aacerdoti)
Andrea, tra poco ti prostrerai a terra: segno di una vita consegnata. E quando ti rialzerai, sarai configurato a Cristo servo, per sempre. Sant’Antonio ti accompagni: ti insegni l’amore alla Parola, la passione per la giustizia, la tenacia nell’annuncio anche quando sembra inutile, e la gioia di vedere Dio all’opera dove meno te lo aspetti. E Maria, Aiuto dei cristiani, custodisca il tuo “sì” nella fedeltà quotidiana. Amen.




