“Quando possiamo dire che una Messa è davvero ‘bella’? Non semplicemente quando tutto è curato, quando i canti sono armoniosi o le parole ben dette. Una Messa è vera, è viva, è bella, quando accade questo miracolo: che, comunicando al Corpo di Cristo, diventiamo noi stessi Corpo di Cristo. Quando la sua presenza reale in noi si traduce in una presenza reale nel mondo. Perché l’Eucaristia non è un rifugio intimistico, non è soltanto consolazione personale. È trasformazione. È missione. È dilatazione del cuore. Si viene come mendicanti, affamati… si esce come donatori. Si entra portando le proprie povertà… si esce portando Cristo agli altri”. E’ uno dei passaggi dell’omelia del vescovo mons. Gianni Sacchi nella solennità del Corpus Domini celebrata in Cattedrale a Casale.
In chiesa anche il gonfalone della città, con l’amministrazione comunale rappresentata dall’assessore Fiorenzo Pivetta, inoltre l’Arciconfraternita di Sant’Evasio e una folta presenza di religiose dell’istituto Mazzone. Ad animare la liturgia la corale cittadina diretta da Anna Maria Figazzolo.
La Messa ha visto la partecipazione all’altare di canonici e parroci della città. Al termine, si è svolta la tradizionale processione eucaristica, durante la quale il vicario generale ha portato il Santissimo fino alla chiesa di San Domenico. Qui è avvenuta la conclusione della celebrazione con un momento di adorazione e la benedizione eucaristica impartita dal Vescovo.
Nell’omelia, mons. Sacchi si è soffermato sull’Eucaristia, riflettendo sulle letture della festa del Corpo e Sangue del Signore: Deuteronomio 8, 2-3 – 14-16; I Corinti 10, 16-17; Gv 6, 51-58. Ecco il testo dell’omelia.

L’omelia del Vescovo

Fratelli e sorelle carissimi,
nella solennità del Corpo e Sangue del Signore, la Chiesa ci raduna questa sera attorno all’altare e, tra poco, ci condurrà per le strade della nostra città, perché ciò che celebriamo nel mistero diventi presenza visibile nella storia, nelle nostre case, nei luoghi della vita quotidiana.
Eppure, di fronte a un mistero così grande, dobbiamo riconoscerlo con umiltà: siamo soltanto agli inizi del cristianesimo. Siamo sempre principianti davanti all’Eucaristia. Ogni volta che cerchiamo di spiegarla, di definirla, di rinchiuderla nei nostri schemi, rischiamo di allontanarci dal suo cuore vivo.
Gesù, nel Vangelo, non usa ragionamenti complicati. Non costruisce sistemi. Parla con una semplicità disarmante, che però raggiunge il punto più profondo dell’uomo: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo… chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Ci parla del mangiare. Ci riporta a un’esperienza elementare, quotidiana, necessaria. Ma proprio qui si apre una domanda decisiva: abbiamo fame?
Non si viene all’Eucaristia per abitudine, né per un dovere sociale o religioso. Si viene perché si ha fame. Fame di vita. Fame di senso. Fame di una pienezza che nulla, nelle nostre giornate, riesce a colmare del tutto.
Lo aveva già ricordato la prima lettura del Deuteronomio: Dio ha educato il suo popolo alla fame, per fargli capire che “non di solo pane vive l’uomo”. E il Salmo ci ha fatto cantare un Dio che nutre, che sazia, che dona il meglio del frumento.
Ma tutto questo trova compimento in Cristo, nel dono totale di sé. Gesù non offre soltanto una parola da ascoltare o un esempio da imitare. Offre sé stesso. La sua carne, il suo sangue, cioè la sua vita intera. Egli non si limita a stare “con noi”: sceglie di essere “in noi”, come il pane che mangiamo. Questo è il vertice dell’umiltà di Dio. Non solo si è fatto uomo. Non solo ha condiviso la nostra condizione. Ha voluto diventare nutrimento. Come se, nel mistero insondabile della Trinità, il Figlio avesse detto: “Voglio restare con loro sempre. Voglio entrare nella loro vita. Voglio diventare pane per la loro fame”. Ecco l’Eucaristia: Dio che si consegna, Dio che si lascia mangiare, Dio che si fa vita della nostra vita.
Comprendiamo allora anche le parole, così forti, del Vangelo. Non sono scandalose, se le ascoltiamo con il cuore: sono parole d’amore estremo. Cristo ci dice che la vita eterna non è un premio lontano, ma una vita che già ora scorre in noi, se ci lasciamo nutrire da Lui.
Fratelli e sorelle, da qui nasce anche la verità delle nostre celebrazioni. Quando possiamo dire che una Messa è davvero “bella”? Non semplicemente quando tutto è curato, quando i canti sono armoniosi o le parole ben dette. Una Messa è vera, è viva, è bella, quando accade questo miracolo: che, comunicando al Corpo di Cristo, diventiamo noi stessi Corpo di Cristo. Quando la sua presenza reale in noi si traduce in una presenza reale nel mondo. Perché l’Eucaristia non è un rifugio intimistico, non è soltanto consolazione personale. È trasformazione. È missione. È dilatazione del cuore. Si viene come mendicanti, affamati… si esce come donatori. Si entra portando le proprie povertà… si esce portando Cristo agli altri.
Ed è proprio questo che tra poco vivremo nella processione eucaristica. Non è una tradizione folcloristica. Non è un gesto devozionale tra gli altri. È un atto profondamente teologico e missionario: portiamo Gesù nelle nostre strade. Lo portiamo tra le case, là dove si vive e si fatica, dove si ama e si soffre, dove ci sono speranze e delusioni, solitudini e attese. Lo portiamo come presenza silenziosa ma reale, come benedizione che attraversa la città, come luce che cerca ogni cuore.
Ma attenzione: possiamo portarlo fuori solo se lo portiamo dentro. Se davvero lo accogliamo, se davvero ci lasciamo trasformare da Lui, allora le nostre vite diventeranno processione viva, presenza eucaristica diffusa, Vangelo incarnato nelle pieghe della quotidianità. Allora sapremo riconoscere il bene ovunque si compia, sapremo allargare il cuore, sapremo diventare uomini e donne di comunione, capaci di speranza anche per chi non crede o non riesce più a sperare.
Fratelli e sorelle, chiediamo oggi questa grazia: di riscoprirci poveri e affamati, per poter essere davvero saziati; di accostarci all’Eucaristia con stupore nuovo;
di lasciarci trasformare in ciò che riceviamo. Perché, come è stato scritto, ogni volta che ci accostiamo a questo sacramento, dovremmo uscire dalla chiesa creature rinnovate, portatrici di gioia, di vita, di speranza per tutti.
E così sia.