“Vorrei rivolgere questa sera un invito molto concreto alle nostre parrocchie: ogni comunità deve sentirsi missionaria.Non possiamo accontentarci di celebrare per coloro che già vengono. Dobbiamo domandarci: chi stiamo raggiungendo? A chi stiamo annunciando il Vangelo? Chi stiamo andando a cercare? Vorrei che, dove è possibile, nelle nostre parrocchie nascesse o si rafforzasse un piccolo gruppo missionario”. E’ l’invito rivolto la sera di venerdì 16 dal vescovo mons. Gianni Sacchi alla Diocesi durante la Veglia in Cattedrale in preparazione della Giornata mondiale missionaria che si celebra domenica 18 ottobre. Il Vescovo ha anche delineato come dovrà agire il gruppo missionario parrocchiale: “Un gruppo che ricordi anzitutto che la Chiesa è universale. Che mantenga vivo il rapporto con i missionari, faccia conoscere le loro esperienze, promuova la preghiera per le missioni, sensibilizzi alle necessità delle Chiese più povere, sostenga concretamente progetti missionari e aiuti la parrocchia a sentirsi corresponsabile dell’annuncio del Vangelo fino ai confini della terra. Ma lo stesso gruppo dovrebbe anche aiutare la comunità a guardare vicino: favorire la visita alle famiglie, agli anziani e agli ammalati; accorgersi di chi si è allontanato; creare occasioni di incontro con chi non frequenta più; coinvolgere ragazzi e giovani nella conoscenza delle missioni e nella solidarietà”.

Ha aggiunto: “Potremmo riassumere il compito di un gruppo missionario in tre verbi: pregare, sostenere, annunciare. Pregare per i missionari e per i popoli del mondo. Sostenere concretamente chi opera nelle missioni. Annunciare il Vangelo nei nostri ambienti di vita”.

La Veglia di preghiera si è dipanata fra canti, riflessioni e testimonianze, animata dal coro interparrocchiale (e anche un po’ internazionale, con una ventata di Africa con le suore dell’istituto Mazzone) diretto da Salvina Degrandi. Sui gradini che portano al presbiterio, su un drappo multicolore anche la Bibbia, un’icona mariana e un mappamondo. A introdurre la Veglia è stato don Francesco Garis, direttore del Centro missionario diocesano: “Lasciamoci guidare dallo Spirito Santo, perché questa preghiera accenda in noi il desiderio di essere missionari di speranza, di pace, di fraternità nella vita di ogni giorno”.

Durante la celebrazione, in occasione del rinnovo del mandato missionario, il Vescovo ha consegnato un simbolo (un portachiavi con la figura della colomba della pace) a padre Paolo e padre Marek, i Monfortani che dal 4 ottobre svolgono la loro missione pastorale prendendosi cura del Santuario di Crea, perché “la loro presenza e la nostra accoglienza  siano segno profetico della cooperazione missionaria che vivifica la Chiesa universale”.

In precedenza, è stata presentata una famiglia di rifugiati sudanesi che ha hanno trovato accoglienza in Monferrato dopo essere giunti in Italia grazie alla Comunità di Sant’Egidio.

 

Questa l’omelia del Vescovo

Carissimi fratelli e sorelle, il Vangelo (Mt 28, 16-20) ci conduce in Galilea, sul monte indicato da Gesù.

Gli Undici arrivano portando con sé una fede ancora fragile: Matteo annota persino che alcuni dubitano.

Eppure, proprio a questi uomini, non perfetti e non completamente sicuri, Gesù affida una responsabilità immensa: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”.

È una parola che ci consola e nello stesso tempo ci scuote: la missione non comincia quando saremo perfetti, ma quando ci lasciamo incontrare dal Signore e ci fidiamo di Lui.

Gesù non dice: “Aspettate che vengano da voi”. Dice: “Andate”. Dentro questo verbo c’è tutta la natura della Chiesa. Una Chiesa che rimane ferma, chiusa nelle proprie abitudini, preoccupata soltanto di conservare ciò che possiede, rischia di dimenticare per quale ragione esiste. La Chiesa esiste per evangelizzare, per portare Cristo, perché ogni uomo e ogni donna possano incontrare la gioia del Vangelo. Quando diciamo “missione”, pensiamo giustamente ai missionari che hanno lasciato la propria terra, la propria famiglia, la propria Diocesi per andare lontano.

Questa sera vogliamo dire loro il nostro grazie. Non dobbiamo mai dimenticare coloro che spendono la vita nelle missioni e le comunità che, in tante parti del mondo, hanno bisogno della nostra preghiera, della nostra vicinanza e anche del nostro concreto sostegno.

Ma sarebbe un errore pensare che missionario sia soltanto chi parte. Missionario è ogni battezzato. Ci sono “terre di missione” anche a pochi metri dalle nostre case: persone che non frequentano più le nostre comunità, famiglie che hanno perso ogni legame con la fede, giovani che forse non hanno mai incontrato qualcuno capace di raccontare loro con gioia chi è Gesù Cristo, persone sole o ferite che attendono qualcuno disposto a fare il primo passo.

Per questo vorrei rivolgere questa sera un invito molto concreto alle nostre parrocchie: ogni comunità deve sentirsi missionaria. Non possiamo accontentarci di celebrare per coloro che già vengono. Dobbiamo domandarci: chi stiamo raggiungendo? A chi stiamo annunciando il Vangelo? Chi stiamo andando a cercare? Vorrei che, dove è possibile, nelle nostre parrocchie nascesse o si rafforzasse un piccolo gruppo missionario.

Non penso anzitutto a un’altra struttura o a un’altra riunione. Penso a poche persone che siano lievito nella pasta, capaci di tenere aperto il cuore della comunità alla missione.

Un gruppo che ricordi anzitutto che la Chiesa è universale. Che mantenga vivo il rapporto con i missionari, faccia conoscere le loro esperienze, promuova la preghiera per le missioni, sensibilizzi alle necessità delle Chiese più povere, sostenga concretamente progetti missionari e aiuti la parrocchia a sentirsi corresponsabile dell’annuncio del Vangelo fino ai confini della terra.

Ma lo stesso gruppo dovrebbe anche aiutare la comunità a guardare vicino: favorire la visita alle famiglie, agli anziani e agli ammalati; accorgersi di chi si è allontanato; creare occasioni di incontro con chi non frequenta più; coinvolgere ragazzi e giovani nella conoscenza delle missioni e nella solidarietà.

Missione lontana e missione vicina non si oppongono. È lo stesso Vangelo che ci manda fino ai confini della terra e, contemporaneamente, sulla soglia della casa accanto. Per questo potremmo riassumere il compito di un gruppo missionario in tre verbi: pregare, sostenere, annunciare. Pregare per i missionari e per i popoli del mondo. Sostenere concretamente chi opera nelle missioni. Annunciare il Vangelo nei nostri ambienti di vita.

Il lievito è piccolo, quasi invisibile, ma se è vivo fa crescere tutta la pasta.

Cosi dovrebbe essere il gruppo missionario: non un gruppo chiuso nei propri programmi, ma una presenza capace di tenere aperte le finestre della parrocchia: quelle che guardano lontano, verso le Chiese del mondo, e quelle che guardano vicino, verso le persone che vivono accanto a noi.

Questa Veglia ci ricorda che non siamo missionari da soli: siamo “uno in Cristo, uniti nella missione”.

La missione nasce dalla comunione e genera comunione. Tra poco saremo invitati a rinnovare il nostro “eccomi”.  La missione nasce dal Battesimo e raggiunge ogni credente nelle famiglie, nelle comunità, nei luoghi di vita e di lavoro. Non sia soltanto un gesto liturgico. Ciascuno si chieda: Signore, dove mi mandi? Chi mi affidi? E ogni parrocchia si domandi: chi ancora non raggiungiamo? Quale missionario possiamo accompagnare? Quale missione possiamo concretamente sostenere?

Gesù conclude con una promessa: “lo sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

È questa la nostra forza. Non siamo inviati da soli. Cristo ci precede e cammina con noi.

Allora andiamo. Teniamo il cuore aperto al mondo intero e, nello stesso tempo, agli uomini e alle donne che vivono accanto a noi.

E chiediamo al Signore che le nostre comunità siano sempre meno preoccupate di conservare se stesse e sempre più desiderose di donare Cristo, sostenere chi lo annuncia e farsi vicine a chi ancora lo attende.