Quale è il ruolo del sacerdote oggi? Che cosa significa essere preti? Questi interrogativi sono stati al centro delle riflessioni del vescovo mons. Gianni Sacchi, che a inizio settimana di è recato a Bologna in gita di formazione con un gruppo di sacerdoti dea Diocesi di Casale. Lo ha fatto in due omelie.

Il testo delle omelie

Carissimi confratelli,
celebrare l’Eucaristia nella memoria dei Santi Timoteo e Tito, insieme, come presbiteri, nel contesto di questi giorni di fraternità, è un dono che merita di essere accolto con gratitudine e con ascolto profondo. 

Non siamo qui soltanto per condividere del tempo, per riposare o per visitare una città ricca di storia e di cultura; siamo qui, prima di tutto, perché il Signore ci ha convocati ancora una volta attorno alla sua mensa, per rinnovare il dono della chiamata e la gioia del ministero. Le figure di Timoteo e Tito ci vengono incontro come icone limpide del ministero presbiterale vissuto in comunione. Non sono apostoli “solitari”, non sono battitori liberi del Vangelo: sono collaboratori di Paolo, figli nella fede, uomini che hanno imparato a servire la Chiesa dentro una relazione, dentro una fraternità apostolica. La loro santità non è fatta di gesti eclatanti, ma di fedeltà quotidiana, di responsabilità pastorale, di cura delle comunità loro affidate.

San Paolo, nelle lettere che oggi (lunedì 26 gennaio; ndr) la liturgia ci consegna, parla a Timoteo e a Tito con il tono di un padre, ma anche con la franchezza di chi sa che il ministero è cosa seria. Li esorta a custodire il deposito della fede, a vegliare sulla sana dottrina, a essere esempio nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza. È come se dicesse loro – e dicesse a noi oggi – che il Vangelo non si trasmette solo con le parole, ma con una vita trasparente, unificata, riconciliata.  In questo contesto, la nostra fraternità sacerdotale non è un elemento accessorio, né un semplice aiuto psicologico o organizzativo: è una dimensione teologale del ministero. Siamo preti non da soli, ma insieme;  non per noi stessi, ma per il popolo di Dio; non come funzionari del sacro, ma come fratelli chiamati a portare insieme il peso e la gioia del Vangelo.

La fraternità vissuta, pregata, custodita è già annuncio, è già Vangelo incarnato.

Questi giorni a Bologna, lontani dalle urgenze quotidiane delle nostre parrocchie e dei nostri incarichi, ci offrono uno spazio prezioso di verità.

Qui possiamo guardarci non solo come collaboratori, ma come fratelli; possiamo ascoltarci senza fretta; possiamo ricordarci a vicenda perché siamo diventati preti. Timoteo e Tito ci insegnano proprio questo: il ministero cresce e fiorisce quando è inserito in una trama di relazioni buone, quando non si spegne nell’isolamento, quando trova sostegno nella comunione.  

C’è un’espressione paolina che risuona con particolare forza: “Ravviva il dono di Dio che è in te”. Anche noi, carissimi, abbiamo bisogno di ravvivare il dono ricevuto nell’ordinazione. Non perché sia venuto meno, ma perché la vita pastorale, con le sue fatiche, le sue delusioni e talvolta le sue solitudini, può coprirlo di cenere. La fraternità sacerdotale è uno dei luoghi in cui il fuoco torna a respirare, in cui il dono si rinnova, in cui la grazia trova spazio per agire di nuovo.

Chiediamo allora, in questa Eucaristia, l’intercessione dei santi Timoteo e Tito. Chiediamo di essere presbiteri secondo il cuore di Cristo: uomini di comunione, servitori umili della Chiesa, custodi fedeli del Vangelo. Chiediamo la grazia di volerci bene davvero, di sostenerci senza giudicarci, di correggerci con carità, di camminare insieme senza paura.

E mentre rendiamo grazie per questi giorni di fraternità, affidiamo al Signore il nostro presbiterio, le comunità che ci sono affidate, il cammino della nostra Chiesa. L’Eucaristia che celebriamo rinnovi in noi la gioia di essere preti insieme, perché il mondo creda e perché il Vangelo continui a generare vita nella nostra diocesi e nelle nostre comunità.

In San Petronio

Carissimi confratelli nel sacerdozio,

celebrare l’Eucaristia in questa basilica (San Petronio, il 27 gennaio; ndr) , nel cuore civile e spirituale di Bologna, durante un tempo di fraternità presbiterale, è già di per sé un segno eloquente: il ministero non si vive mai in solitudine, ma dentro una comunione che è dono e responsabilità.

La Parola di Dio proclamata illumina oggi proprio questa dimensione profonda della nostra vocazione. La prima lettura ci presenta Davide che danza davanti all’arca del Signore. È un gesto sorprendente: il re si espone, si “sveste” della propria regalità per esprimere una gioia che nasce dalla presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Non è folclore religioso, ma una liturgia viva, corporea, totale. Davide ci ricorda che davanti a Dio non contano le difese del ruolo, ma la verità del cuore.

Per noi, ministri ordinati, è un richiamo forte: possiamo abituarci ai gesti sacri fino a renderli funzionali, corretti, ma interiormente spenti. La liturgia, invece, chiede ancora oggi un cuore che “danza”, cioè che si lascia coinvolgere, che non ha paura di manifestare la gioia dell’incontro con il Signore.

Nel Vangelo, Gesù compie uno spostamento decisivo: “Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”. Non nega i legami naturali, ma li trasfigura. Al centro non sta l’appartenenza affettiva o istituzionale, bensì l’ascolto obbediente della volontà del Padre. 

Qui si gioca anche la verità del nostro presbiterio. Non siamo fratelli perché condividiamo semplicemente un incarico o una diocesi, ma perché insieme cerchiamo, spesso faticosamente, di fare la volontà di Dio.  La fraternità sacerdotale nasce dall’altare e dalla Parola ascoltata e vissuta, non solo dalla simpatia o dalla consuetudine. In questo tempo di gita e di pausa, la Parola ci offre dunque una grazia particolare: ricordarci che il riposo autentico non è evasione, ma riconsegna di noi stessi al Signore; e che la fraternità vera si costruisce quando ciascuno accetta di “danzare” davanti a Dio senza maschere, sostenuto dallo sguardo benevolo dei fratelli. Affidiamo allora il nostro ministero all’intercessione di San Petronio, pastore che seppe guidare questa Chiesa con sapienza e fermezza evangelica.  Chiediamo la grazia di una gioia sobria ma vera, di una comunione presbiterale concreta e di un’obbedienza quotidiana alla volontà del Padre, perché il nostro servizio sia sempre trasparenza di Cristo e non ricerca di noi stessi.